Venezia 2011. Recensione di ‘4:44. Last Day On Earth’ di Abel Ferrara

4:44 Last Day On Earth di Abel Ferrara. Con Willem Dafoe, Shanyn Leigh, Paz de la Huerta, Natasha Lyonne, Anita Pallenberg.
Sta per scattare la fine del mondo, e Abel Ferrara ci mostra come l’aspettano i due protagonisti del suo film, Cisco (Willem Dafoe) e la sua girlfriend Skye (una trentina d’anni meno di lui). Meravigliose immagini, ma dialoghi ridicoli e sentenziosità insopportabili. Un film da vedere con i tappi nelle orecchie o azzerando l’audio. Perché, nonostante tutto, Ferrara conserva ancora un occhio formidabile.
Alle 4:44 scatta la fine del mondo, tutta colpa del global warming, e difatti sugli schermi compare e ricompare Al Gore a ripetere ossessivamente (e a questo punto tardivamente) il suo mantra ecologista. Ma come si aspetta la fine del mondo? Scopando parecchio, parlando via Skype con figli, ex mogli, genitori, imbrattando tele e cartoni con la tenica del dripping alla Jackson Pollock, soprattutto guardando molto gli schermi di tv, iPad, MacBook, iPhone. Il loft newyorkese, che è proprio come ti immagini sia un loft newyorkese figo, di Cisco (mestiere imprecisato) e della sua giovane fidanzata Skye (artista) trabocca di prodotti Apple sempre accesi, e poi lui si lamenta di non saperci fare con la tecnologia. Cisco, che è l’ater ego e attore feticcio di Abel Ferrara Willem Dafoe, con la sua bella faccia devastata (ma ahimè con i capelli tinti color mogano), non sembra disperarsi per l’imminente “the end”, sarà per la fede buddista che ci sembra di capire abbia sviluppato. Intanto denuda e palpa la sua Skye, che avrà un 35 anni meno di lui ma pare innamoratissima (è il cinema). Dafoe è un po’ imbarazzante quando fa il ragazzo senza età costretto a acrobazie erotiche o a ballare una musicaccia rock, ma l’imbarazzo vero, in questo film del venerato maestro Abel Ferrara, viene da altro. Meglio però prima riconoscere i meriti dell’autore, che sarà ormai anche incapace di metter insieme un storia minimanente credibile e seguibile, però conserva un occhio formidabile, e una classe immensa nella confezione formale di questo suo pazzesco film. Non c’è un’inquadratura sbagliata, le vedute della New Yok vicina al disastro sono di angosciosa bellezza, ci sono una sicurezza e uno stile nella messinscena che sono da maestro vero. Il guaio sono i dialoghi, e quel poco di plot che si cerca stentatamente di mettere insieme. 4:44 è un film da vedere con i tappi nelle orecchie, o in dvd silenziando l’audio, lasciandosi andare al flusso delle immagini. Le sentenziosità si sprecano (figuriamoci, si parla di fine del mondo), cose tipo: “Sei il mio amore, sei la mia saggezza: andiamo insieme verso la luce”. Oppure: “Noi siamo già angeli”, Da paura. Aggiungete che dai vari schermi (iPad, MacBook, tv) defluiscono incessantemente discorsi sui massimi sistemi, ma proprio quelli massimi, da parte di un guru buddista (” se credete che una penna è una penna, siete perduti”), dell’inevitabile Dalai Lama che tiene una lezione sulla tirannia del denaro. E l’ultima immagine trasmessa dalla tv è la faccia di Nelson Mandela, non so se mi spiego.

Abel Ferrara

Qui siamo dalle parti del jovanottismo più sfrenato e confuso, di un new-agismo imparato in qualche corso serale o peggio online. Le cose migliori oltre alle immagini sono quelle che ricordano certo Ferrara lurido del passato, la visita di Cisco dagli amici spacciatori, la sua passeggiata nei bassifondi. Poi il montaggio finale, una splendida follia visionaria che mette insieme statue di cristi e madonne, fedeli alla Mecca, buddismi e buddisti, bambini e cobra, danze tribali. Un delirio, però che bel delirio. Poi viene l’apocalisse. Peccato che Cisco e Skye continuino a sparare stupidate fino all’ultimo secondo.
PostScriptum: il produttore del film è curiosamente Pablo Larrain, il regista cileno di Tony Manero e soprattutto del bellissimo Post Mortem presentato proprio l’anno scorso qui a Venezia. E attenzione: compare nella parte della madre di Skye (la vediamo solo via Skype sul computer) quella signora di gran culto che si chiama Anita Pallenberg, mitica ragazza dei Rolling Stones ai loro tempi più selvaggi, e protagonista accanto a Michel Piccoli del capolavoro anni Sessanta di Marco Ferreri Dillinger è morto.

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