Recensione: END OF WATCH, uno dei migliori polizieschi degli ultimi anni

End of Watch – Tolleranza zero, regia e sceneggiatura di David Ayer. Con Jake Gyllenhaal, Michael Peña, Anna Kendrick, America Ferrera, Cody Horn.Una coppia di agenti nella zona più lurida e pericolosa di Los Angeles. Ma a rendere nuova una storia altrimenti già vista troppe volte ci sono almeno due elementi: l’inusuale profondità dell’amicizia (virile) tra i protagonisti. E il ricorso da parte del regista al found footage, la tecnica del (finto) video ritrovato alla Blair Witch Project e Cloverfield. Voto 7 e mezzo
Uno dei migliori film di questi ultimi mesi, uno dei migliori polizieschi degli ultimi anni. Una sorpresa, devo dire. Non mi aspettavo granchè da questo End of Watch, sulla carta la solita storia della solita coppia di poliziotti alle prese con una realtà dura e cattiva. Invece David Ayer, regista (al suo esordio) e autore dello script, è riuscito a rivitalizzare uno schema narrativo saccheggiato migliaia di volte da cinema e tv. Già sceneggiatore dello splendido (non sto esagerando) e in Italia sottovalutatissimo Training Day che valse a suo tempo l’Oscar a Denzel Washington, stavolta si mette dietro la macchina da presa e lo fa con una furia, una rabbiosa energia che arriva dritta allo spettatore e imprime alla materia raccontata, ai personaggi tutti, una sorta di nevrotica pulsazione. Cinema corporale, lettralmente di sangue, sudore e, ebbene sì, lacrime. Los Angeles, gli agenti Brian Taylor e Mike Zavala si sono conosciuti alla scuola di polizia e adesso son coppia fissa nel lavoro, sempre insieme a perlustrare e tener sotto controllo South Central, la zona a più alta densità criminale dell’immensa metropoli californiana, la più rischiosa e dannata. Il primo è di origine irlandese, di buona istruzione, discreta cultura, con una qualche ambizione intellettuale e americano ormai da più generazioni, il secondo è un ispanico che ancora si porta dietro le stigmate della sua diversità etnica, son cattolici tutti e due, tutti e due legati ai valori della famiglia e del clan. No, non è la solita storia, perché Ayer accentua come mai s’era visto in un poliziesco l’amicizia tra i due, che è amicizia virile, è complicità, è parlar di donne e sesso e bevute e sport, e però attraversata da un calore, un volersi bene, una reciproca dipendenza che non è omosessualità, ma è quanto di non omosessuale ci possa essere di più vicino e simile all’omosessualità. Tant’è che loro assai consapevolmente ci scherzano su (e la presenza di Jake Gyllenhall, che è Brian, fa correre inevitabilmente il pensiero a Brokeback Mountain).
L’altro elemento su cui si gioca l’originalità di questo film è la scelta del found footage, la tecnica del video o filmato amatorial-casuale genere The Blair Witch Project e Cloverfield o il più recente (e bellissimo) Chronicle. Qui tutto è narrato e ricostruito attraverso i video che Brian gira durante il lavoro e quelli di una banda criminale (anche tra di loro c’è un maniaco delle riprese con camera digitale), più video di sorveglianza e vario altro materiale analogo. Tecnica non nuova, anzi ormai diventata un vero e proprio genere, un linguaggio (al recente Torino Film Festival ho visto di fila due horror parecchio interessanti girati in found footage, il russo Shopping Tour e l’americano V/H/S), ma che io ricordi è la prima volta che la si applica al poliziesco. Pur sfiorando parecchie volte il manierismo e una certa gratuità, David Ayer la usa però sagacemente non tanto per incrementare il tasso di realismo in un’ennesima versione/variazione di cinéma-vérité, quanto per deviare il film verso un iperrealismo allucinatorio in cui tutto è allarmante, brutale, pericoloso, perfino fantasmatico (vedi le scene notturne). Insieme a Brian e Mike – e grazie al found footage – scopriamo man mano non solo le loro famiglie, le loro compagne, i figli già arrivati (per Mike) e quelli (per Brian) in arrivo, ma entriamo nei meandri dei loro rapporti complicati con i colleghi e i capi, nei loschi affari dei criminali con cui hanno a che fare. La guerra per bande, il narcotraffico e il traffico più sozzo di tutti, quello di esseri umani. Un universo livido, dove ogni pietà è morta. Alla fine si di ritrova, tutti, un po’ colpiti al cuore e con il magone. (Si rivede, nel ruolo collaterale di una poliziotta tostissima e un filo lesbo, l’America Ferrera di Ugly Betty).

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Recensione: END OF WATCH, uno dei migliori polizieschi degli ultimi anni

  1. Pingback: Film stasera sulla tv in chiaro: HARSH TIMES (ven. 7 nov. 2014) | Nuovo Cinema Locatelli

  2. Pingback: Film stasera in tv: TRAINING DAY (ven. 17 apr. 2015 – tv in chiaro) | Nuovo Cinema Locatelli

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.