Recensione: YOUR NAME, un film di Makoto Shinkai. Un anime da non perdere, degno di Miyazaki

125657440180Your Name, un film animato di Makoto Shinkai. Al cinema il 23.24-25 gennaio 2017. Distribuzione Nexo Digital.
250519Dopo La mia vita da zucchina e Le stgioni di Louise, continua l’onda felice degli animati belli, intelligenti, complessi, e non solo ragazzineschi, con questo anime giapponese campione di incasso in patria. Dove si racconta di un ragazzo e una ragazza che si scambiano in sogno identità e corpi, mentre intorno tutto minaccia di collassare a causa di una cometa. Vertiginoso viaggio attraverso i generi (il disaster movie, lo sci-fi, la rom-com) che solo nella seconda parte cede alla convenzione e al dolciastro. Ma Your Name, di abbagliante bellezza grafica, resta un film da vedere. Voto tra il 7 e l’8
439711Sono tempi propizi all’animazione non made in America. E all’animazione che cerca anche un pubblico non ragazzinesco. Prima la meraviglia di La mia vita di zucchina (incrociamo le dita per le nomination Oscar di domani 24 gennaio) e la lieta anche se non travolgente sorpresa di Le stagioni di Louise, adesso – purtroppo per tre giorni soli al cinema – questo anime venuto dal Giappone, Your Name, denso e stratificato come poche cose viste ultimamente, sofisticato e complesso, e felicemente ibrido nel suo essere insieme un film adulto e fanciullesco-teenageriale, con una capacità che sbalordisce di toccare faccende serie come il gender e l’incubo da catastrofe così radicato nel subconscio nipponico mantenendo la levità e anche le romanticherie di una storia d’amore ai limiti del fantastico e dell’impossibile. E quanti generi si incrociano in Your Name, il disaster movie, il fantascientico con viaggi nello spazio-tempo e nel solito multiverso, la romantic comedy, lo scolastico adolescenziale (e però qui molte carinerie tra compagni di classe e zero bullismi). Da vertigine. Film labirinto, e pieno di anfratti e di echi, da guardare e fruire nella sua immediatezza e superficie e al ‘primo livello’, ma anche da scandagliare in profondità in cerca di sensi e significati reconditi celati negli abissi della narrazione e messinscena. Clamorosamente amato dal pubblico giapponese, che ne ha fatto il secondo incasso di tutti i tempi, naturalmente dietro un Miyazaki (e prima di un altro Miyazaki), quasi un’investitura del suo autore appena quarantenne Makoto Shinkai a erede legittimo del signore e maestro dello Studio Ghibli.
Storia di un incontro (letteralmente) sognato, desiderato, che forse non avverrà mai (o forse sì: la scena-chiave resta aperta e ambigua e non risolutiva) tra una ragazzina di nome Mitsuha e un coetaneo di nome Taki. Due adolescenti che incarnano due mondi opposti all’interno dello stesso Giappone, le sue due anime. Lei abita in una zona rurale con la sorella e la nonna, custode di tradizioni che mi sono parse più scintoiste che buddiste, in un villaggio dove i richiami agli antenati e alla loro visione del mondo sono costanti (l’intrecciare fili a significare il ‘musibi’, la connessione cosmica di cose e persone; il saké in onore di una dea fatto fermentare in un modo assai speciale, e che è meglio non dire), lui vive nella caotica, rumorosa e iperveloce Tokyo. Succede che, per un arcano che forse nasconde la forza e la volontà del destino, di notte si scambino i sogni, sicché Mitsuha sogna di essere Taki e Taki Mitsuha, con buffi effetti al risveglio quando – perdurando ancora le suggestioni della notte – lei si stupisce del proprio corpo di ragazza pensando di essere, come nelle sue visioni oniriche, un ragazzo, e lui viceversa. Un’inversione di identità, e di corpi, che crea inquietudini e imbarazzi, e minuscoli incidenti nel loro quotidiano. Sembra che il regista ci voglia portare con grazia e delicatezza sullo scivoloso territorio del gender, delle identità sessuali cangianti e fungibili. Invece no, il film abbandona presto questa pista e vira su tutt’altro, mostrandoci una cometa in arrivo e un’apocalisse che riporta a galla tutti i fantasmi e le paure di un paese che ha avuto Hiroshima e Nagasaki, e poi Fukushima (e già quei traumi bellici avvano espresso, ed erano stati esorcizzati da, monster movie anni Cinquanta tipo Godzilla). Ma se l’apocalisse fosse già avvenuta e avesse conivolto Mitsuha? E se Taki e lei, pur scambiandosi i sogni, e nel sogno i corpi, vivessero in due tempi diversi e non comunicanti? E Se Taki volesse salvare Mitsuha come potrebbe riempire quella faglia spaziotemporale? Intanto i due continuano, pur da luoghi e tempi opposti, a comunicare tramite smartphone promosso a strumento medianico, scoprendo una vicinanza e un comune sentire che somiglia a un innamoramento. Si rimane imbrigliati nel reticolo che, incessantemente (e come la sapiente nonna di Mitsuha abile manipolatrice di fili magici e cosmici), il regista Mahoto Shinkai intreccia, e con il quale ci imprigiona, illudendoci con rivelazioni che poi si riveleranno depistaggi, in una successione vorticosa di twist e rovesciamenti. Se la prima parte di Your Name è una meraviglia, la seconda, pur restando di massima suggestione e di abbagliante bellezza grafica, assembla troppi materiali e imbicca troppe tracce e sottotracce narrative fino a rasentare l’incomprensibilità, anche esagerando parecchio con l’innamoramento a distanza tra Mitsuha e Taki, zuccherando oltre il consentito. Con l’aggravante di una canzonaccia-commento sonoro di cui si sarebbe fatto volentieri a meno. Dalla vertigine di un racconto a incastro – un giardino degli incanti e degli inganni che si apre su sempre nuove prospettive – si passa a una normalizzata e piatta infatuazione tra due adolescenti. Ed un peccato. Se il regista avesse tenuto duro forse avrebbe incassato qualche yen in meno, ma avrebbe sfiorato il capolavoro. Si resta ammirati dal segno grafico che a me ha ricordato parecchio certi prodotti dello Studio Ghibli. La cura realista anzi iperrealista del paesaggio, l’attenzione ai dettagli e agli oggetti, dagli ingredienti in cucina ai telefonini, sono impressionanti. Si esce non solo conquistati dalla bellezza del film, ma definitivamente convinti della superiorirà dell’animazione giapponese su ogni altra al mondo. Io, che non ce la faccio a provare entusiasmo nemmeno per i migliori Pixar movies, qui, come di fronte a Miyazaki, mi sono arreso.

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