Cannes 2019. Recensione: PORTRAIT DE LA JEUNE FILLE EN FEU, un film di Céline Sciamma. Storia di Marianne e Heloïse

Portrait de la jeune fille en feu (Ritratto della fanciulla in fiamme), un film di Céline Sciamma. Con Adèle Haenel, Noémie Merlant, Valeria Golino, Luàna Barjami. Compétition.
Nel Settecento, in un castello in Bretagna. In questo ambiente protoromantico e un filo gotico arriva la pittrice Marianne per ritrarre la misteriosa Heloïse. Si capisce subito che tra di loro sarà passione. Peccato che per via del ritmo blandissimo e soporifero il primo prevedibile bacio arrivi dopo un’ora e venti minuti. Céline Sciamma dopo il tosto e adrenalinico Bande de femmes realizza un apparentemente languido romance, in realtà un film glaciale e programmatico. Piaciuto quasi a tutti (però non a me). Tra i favorito alla palma. Voto 5 e mezzo
Applausi lunghissimi, enorme consenso. Commenti entusiasti da parte di ogni rango e settore della stampa, dai massimi cartacei statunitensi alla jeune critique italiana del web. Francamente non capisco, e dissento da un pensiero unico e mai soverchiante come stavolta. Naturalmente si parla di palma d’oro per questo astutissimo – a Céline Sciamma vanno riconosciuti talento e mestiere di metteuse en scène e sceneggiatrice -, ma nel suo intimo inerte e glacialmente programmatico e dimostrativo Portrait de la jeune fille en fleur. E l’allusione del titolo a Proust nulla c’entra, trattasi di puro calembour. A colpire immediatamente è la distanza dai precedenti Sciamma-movie, Tomboy e Bande de filles, duri, adrenalinici, di ragazze e ragazzine assai toste. Anche qui si racconta di donne, di giovani donne, ma nella cornice di un period drama dei più classici e dalle forme volutamente antiquate, un romance di passioni in sboccio e poi soffocate nel settecento francese, per fortuna stavolta senza ciprie, nei e parrucche. Passioni solo femminili, omoerotiche, da donna a donna. Con dentro parecchio anche del successivo Ottocento romantico per via di quelle signore e signorine che si affacciano sulle scogliere a contemplare le onde infrangersi e le rocce avvolte dalla schiuma e le nuvole che corrono in cielo. Brume come nei romanzi delle sorelle Brönte e negli infiniti film derivati da quella temperie romantica, come La donna del tenente francese. Sciamma è colta, conosce precedenti e antecedenti e riferimenti, applica la lezione appresa benissimo (la scena dello sbarco con tavolozza e altri materiali di pittura è un’evidente citazione di quella con pianoforte di Lezioni di piano di Jane Campion). Sicché coloro che tanto apprezzano la bella inquadratura e ahinoi ‘la bella fotografia’, restano estasiati di fronte a tanto fulgore figurativo.
Siamo a occhio nella seconda metà del Settecento, in un castello-palazzo vicino al mare, nella Bretagna più verde e selvatica. Una pittrice di nome Marianne – vive del suo lavoro, quindi donna emancipata e personaggio emblematicissimo con messaggio incorporato – viene chiamata da una signora acciocché ritragga la figlia Heloïse, ritratto che sarà inviato a Milano all’aristocratico cui la ragazza è promessa. Si va per le lunghissime tra tempi dilatati e atmosfere sospese (dov’è finita la Sciamma ipercinetica di Bande de femmes?), veniamo intanto a sapere che la sorella della promessa sposa è morta precipitando misteriosamente dalla scogliera. E dunque si precipita anche in sinistre atmosfere gotiche. Pare che la ragazza cui si farà il ritratto, non ancora apparsa e dunque enigmaticissima figura, sia afflitta da malinconie e altri caligini dell’anima. E basta così per non spoilerare. Diciamo che la pittrice e la ragazza da ritrarre, figlia della signora del castello, cadranno vicendevolmente in amore. Solo che il primo prevedibile bacio arriva dopo un’ora e venti e poco succede fino alle due ore, per tanto si allunga Ritratto di fanciulla in fiamme. Molti ovviamente in deliquio di fronte a tanta raffinatezza e delicatezza di tocco, e a tanto dispiegato impegno lgbtqi, con elogi soprattutto sulla stampa anglofona del female gaze, lo sguardo femminile di Céline Sciamma. A me è sembrato artefatto e, benché abilmente dissimulato, l’usuale film a tesi sulla condizione-oppressione delle donne e sull’amore tra donne. Con un sovraccarico di luoghi comuni e ideologismi che ci portiamo dietro da decenni. A rendere retorico il film sono tutti i rimandi alla ‘cultura sommersa femminile’, alla ‘solidarietà-comunità tra donne quale forma di resistenza al fallocentrismo patriarcale’ che sono dei topoi, anche cliché, di certa cultura femminista a partire dagli anni Settanta. Vogliamo parlare della sequenza delle donne, solo donne, intorno al fuoco, ad alludere agli incontri di quelle che venivano demonizzate come streghe? E la scena dell’aborto a ricordarci oltre che ‘la solidaretà femminile’ anche ‘il sapere sommerso trasmesso da donna a donna del corpo femminile’? Aiuto.
Compaiono per tutto il film solo due uomini, uno fa il barcaiolo, l’altro diciamo lo spedizioniere. Due servi. Un film in cui ogni presenza maschile è piallata via. Valeria Golino è la madre di origini milanesi della promessa sposa. La quale è la di solito meravigliosa Adèle Haenel, ma qui clamorosamente miscast. Lei fanciulla oggetto spedita in matrimonio come un pacco postale? Facciamo fatica a crederci, la preferiamo nei suoi abituali ruoli di donna contemparanea e complessa e anche combattente. Il ritratto di Heloïse eseguito da Marianne è francamente di rara bruttezza, sembra di un madonnaro senza talento. Non si poteva trovare di meglio?

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