Il film imperdibile stasera in tv: UNA STORIA MODERNA: L’APE REGINA di Marco Ferreri (lunedì 9 dicembre 2019, tv in chiaro)

Una storia moderna: L’ape regina, un film di Marco Ferreri (1963). Rai 5, ore 22:15, lunedì 9 dicembre 2019.
Uno dei capolavori indiscussi del Ferreri anni Sessanta, insieme (almeno) a La donna scimmia, Dillinger è morto e all’episodio Il professore di Controsesso. Un’incarnazione in purezza del ferrerismo, quasi un suo manifesto, questo L’ape regina (il pretitolo Una storia moderna sarebbe stato aggiunto in seguito, dopo vicissutidini censorie abbastanza inenarrabili per farlo sembrare un altro film). L’opera di un autore-eversore naturale, spinto da un anarchismo come dire genetico, prerazionale e prepolitico, istintuale, un anarchismo che naturalmente si scagliava, sulla scia di Buñuel, contro la triade Dio, Patria e Famiglia (tutta rigorosamente maiuscolata). Già nel precedente periodo spagnolo con El Cohecito e El Pisito il regista milanese aveva mostrato di quali sulfurei e atrabiliari umori fosse capace, qui, al ritorno in patria, e sempre con il contributo alla sceneggiatura di Rafael Azcona, se la prende pesantissimamente con l’istituzione del matrimonio, la Chiesa, l’ipocrisia borghese: usando il grimaldello del sesso e delle leggi naturali dell’attrazione per scardinare ogni convenzione sociale e portare alla luce il rimosso. Apologo esemplarissimo, a vederlo oggi anche troppo, in cui si prendono a modello i rapporti d’alveare tra l’ape regina e i suoi fuchi –  inseminatori e schiavi dstinati alla morte dopo aver portato a termine la missione al servizio della sovrana assoluta – per raccontare di un uomo, una donna e dei reciproci rapporti di sfruttamento, dominazione, utilitarismo. Dove, ribaltando la legge patriarcale del potere maschile sul femminile, Ferreri ci mostra una donna solo apparentemete sottomessa, in  realtà trionfante sul misero partner.
Siamo a Roma, nella Roma per legami atavici assai vaticana e papalina. Un signore sui 40 anni di discreto successo economico, avendo deciso che è ora “di mettere la testa a posto”, si affida a un amico frate perché gli trovi la ragazza giusta da sposare. Una ragazza di buona famiglia, ovvero profondamente cattolica, aliena da ansie ribellistiche e ubbie emancipazioniste, disposta a fare da devota e ubbidiente consorte-zerbino. La prescelta sarà Regina, nomen omen, la quale però, da moglie sottomessa si trasforma in una virago affamata di sesso, al punto da ridurre il marito all’ombra di se stesso. L’obiettivo della mantide, anzi ape regina, è di restare incinta, di passare dal ruolo di moglie a quello di madre trionfante, di Grande Madre Dominatrice e così sarà. Mentre lo spazio per il fuco, ormai inutile dopo aver deposto il suo seme, si ridurrà fino alla scomparsa. Ferreri non si nascondeva certo dietro a diplomatici schermi, additava al pubblico il bersaglio e gli si scagliava contro con veemenza. Furono polemiche caldissime, la censura intervenne a bloccare e imporre tagli, il film diventò un caso di cui si conserva tutt’oggi la memoria. Adesso che quei bersagli – la Chiesa, il matrimonio come istituzione – appaiono parecchio depotenziati, L’ape regina vale e resta attuale per il senso del grottesco di Ferreri – un registro raro nel nostro cinema, condiviso con Germi, Petri e pochi altri -, per il suo sguardo naturalmente crudele. E resta ancora disturbante quel ridurre l’uomo e la donna alla loro pura animalità, al loro essere macchine biologiche guidate dai propri geni egoisti (per citare il sociobiologo Richard Dawkins). Con Ugo Tognazzi, il nostro attore di quel tempo, di quel cinema, più audace e disposto a rischiare, e una Marina Vlady al vertice della sua magnificenza femminile.

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