Recensione. LA RAGAZZA D’AUTUNNO (Dylda) di Kantemir Balagov: 28 anni, due film e un talento enorme

La ragazza d’autunno (titolo originale Dylda; titolo internazionale Beanpole), un film di Kantemir Balagov. Con Viktorija Mirošničenko, Vasilisa Perelygina, Andrej Bykov. Distribuito da Movies Inspired.
A 28 anni il talento russo-caucasico Kantemir Balagov ha già realizato due film stupefacenti per ambizioni e originalità. Dimostrando anche di saper passare dal quasi autobiografismo del primo, meraviglioso Tesnota al microaffresco storico di questo secondo La ragazza d’autunno (inspiegabile titolo italiano di Dylda: la ragazza alta) ambientato nella Leningrado dell’immediato dopoguerra. L’infermiera Iya viene raggiunta nel cronicario per reduci in cui lavora da Masha. Tra le due amiche-rivali si innescherà una partita la cui posta in gioco è il controllo del corpo (e della maternità). Un film claustrofobico, di minacciosa bellezza che prende in ostaggio i suoi personaggi (e pure noi spettatori). Voto 8 e mezzo
Non dico: è nato una autore, perché l’ho scritto quando del solo oggi ventottenne russo Kantemir Balagov si vide a Cannes-Un certain regard 2017 il suo – magnifico – esordio, Tesnota. Anche di questa sua opera seconda qualche nota l’ho già scritta, ancora a Cannes, ancora per Un Certain Regard ma del 2019, dove, pur essendo il migliore della sezione (insieme a Viendra le feu dello spagnolo Oliver Laxe), Beanpole si è portato via solo il premio per la migliore regia e il FIPRESCI, essendo il massimo riconoscimento andato al sopravvalutato benché buono La vita invisibile di Euridice Gusmao. Kantemir Balagov è di quegli autori che ottengono ai festival amplissimi consensi, salvo poi essere superati all’ultimo secondo nel palmarès da altri. Maledizione e ingiustizia che dopo Cannes si sono ripetute lo scorso novembre al Torino Film Festival quando la giuria presieduta da Cristina Comencini ha preferito a La ragazza d’autunno/Beanpole il peraltro apprezzabile ma di sicuro inferiore A White White Day dell’islandese Hlynur Pálmason*. Ancora: entrato nella shortlist dell’Oscar del migliore film interenazionale – dove non è entrato il nostro bellocchiano Traditore -, non ce l’ha fatta nel girone successivo a prendersi la nomination. Grazie a Dio Balagov vince alla distanza e alla faccia delle giurie. È successo con Tesnota, sta ricapitando con La ragazza d’autunno (ma perché questo insensato titolo italiano, visto sia l’originale Dylda sia l’internazionale Beanpole stanno per spilungona, ragazza assai alta, allampanata: capisco che tradotto non suoni bene, ma si poteva trovare qualcos’altro no? Ho visto due volte il film, a Cannes e Torino, e francamente non ricordo nessun appiglio che giustifichi il titolo con cui viene distribuitoi da noi). Tra il molto da dire prima di passare all’analisi del film c’è anche che – stando all’affidabile Peter Bradshaw del Guardian – quanto vediamo sullo schermo, le storie intrecciate dell’infermiera Iya e dell’amica Masha, sia se non direttamente tratto certo fortemente ispirato a un libro della Nobel bielorussa Svetlana Alexievich, La guerra non ha un volto di donna (Bompiani). Pezzi di vite di guerra e dopoguerra raccolti dall’autrice ascoltando, registrandodo voci di donne di ogni età e rango dell’ex Unione Sovietica.
In Beanpole (preferisco il titolo internazionale) siamo difatti a Leningrado a guerra, la seconda mondiale, appena conclusa. Siamo in un ospedale delabré dove si curano spravvissuti variamente feriti e mutilati, alcuni con danni irreversibili, mentre là fuori la vita riprende come può dopo gli anni della fame, dell’assedio, dell’invasione tedesca. Iya, l’angelica faccia pernnemente attonita e occhi che sembrano senza sguardo, è una delle donne che sono state al fronte come ausiliarie e anche, si allude, come femmes de plaisir; adesso vive in una komunalka e lavora in quel cronicario di poveri reduci slabbrato e cadente. Un’eroina delle corsie, infaticabile, benché senza mai mostrare partecipazione, sempre con un che di robotico nella sua impeccabile dedizione. Con lei c’è un bambimo di tre anni che si pensa sia suo figlio, capiremo più tardi che non è così, le è stato affidato dalla madre, una ragazza di nome Masha con cui ha condiviso la vita al fronte.
Intanto, il medico responsabile dell’ospedale la carica di sempre maggiori responsabilità, è certo innamorato di lei ma senza assillarla, standole accanto da uomo dolente che sa cosa sia la vita e come certi confini non vadano varcati (magnifico personaggio, magnifico attore). Poi, il bambino muore in un’apparente disgrazia. Tornata a Leningrado, la madre intuisce quanto è davvero successo e chiede all’amica Iya, come risarcimento di quella perdita, che si faccia mettere incinta dal medico e dia a lei il bambino. Di più non si può dire di questo film che si fatica a assimilare a altri, come già Tesnota (sì, Balagov è di quei cineasti che mettono al centro le donne, affascinati dall’anima femminile: come Kieslowski, come Bergman, ma che da loro per stile e linguaggio si discosta per avvicinarsi se mai agli autori profondo-russi, Tarkovsky e poi Sokurov. Il quale di Balagov è stato il maestro nella scuola di cinema di Nalchik, nella repubblica russo-caucasica del Kabardino-Balkaria, ma che poi ha, se non ripudiato, certo preso le distanze dall’allievo in un’intervista rilasciata ai Cahiers du Cinéma). C’è un che di profondamente classico e profondamente russo in Balagov e insieme una dissonanza, un’energia rabbiosa, uno scardinamento di ogni possibile armonia assai moderni. In Beanpole, come nel film precedente, la narrazione è continuamente fratturata o per meglio dire interrotta, le sequenze rimangono tronche, aperte, sospese, rinviandoci a una soluzione che sta altrove nel film e forse fuori, ma che non riusciamo mai a attingere. Minaccia e ambiguità, come nel Polanski ancora polacco e densamente mittel- e est-europeo, percorrono ogni frammento di Beanspole, con i personaggi a restare imprigionati nel frame, nello spazio schermico, senza possibilità di cambiare, agire, scappare, scegliere il proprio destino. Ogni scioglimento è rimandato, in una pratica del differimento che rende assai personali e riconoscibili i lavori di Balagov. Un cinema teso e sospeso che costringe lo spettatore a un sovraccarico di attenzione, a non poter mai dislocare la mente da quanto scorre sullo schermo. Un film che ti fa suo ostaggio senza mai darti le chiavi per interpretare quello che succede. Chi sono Iya e Mascia? Amiche o due rivali in una partita la cui posta è il dominio sull’altra, dove chi vince ha il diritto di disporre letteralmente del corpo dell’altra? Niente è mai semplice né lineare in Balagov, il suo è un cinema dell’incertezza dove i confini tra male e bene vengono continuamente valicati.
Si temeva che il giovane Balagov potesse restare prigioniero del suo clamoroso esordio Tesnota e dell’autobiografismo che lo innervava (è nato e cresciuto nella città in cui si svolge il film, la storia della famiglia ebraica al centro della storia gli era stata raccontata dal padre). Invece qui, e non ancora trentenne, ha l’audacia di lasciarsi alle spalle il suo mondo caucasico, di sceglierne un altro lontano nello spazio e nel tempo come la Leningrado del 1945 dimostrando di non essere capace solo di fare cinema della (propria) memoria, con materiali conosciuti da vicino. Leviga il suo stile, passa dal nudo e nervoso realismo di Tesnota a una messinscena di abbacinante bellezza di cui francamente dopo Tesnota non lo si sospettava capace. Ha 28 anni e già ha dato prova di un talento e di una duttilità inauditi. Uno dei nomi su cui puntare per il cinema di qusta nuova decade.
* Alle due interpreti Viktorija Mirošničenko e Vasilisa Perelygina è sì andato il premio per la migliore interporetazone femminile, ma è troppo poco per il valore del film.

 

 

 

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Recensione. LA RAGAZZA D’AUTUNNO (Dylda) di Kantemir Balagov: 28 anni, due film e un talento enorme

  1. Pippo scrive:

    Domanda: ci sono immagini orrorifiche e insostenibili allo sguardo? scusate la domanda in apparenza sciocca ma non riesco proprio a sostenerle…grazie

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.