Il film imperdibile stasera (tardi) in tv: TODO MODO di Elio Petri (domenica 26 aprile 2020)

Todo Modo di Elio Petri, la7, ore 1:00. Domenica 26 aprile 2020.
Di quei film maledetti dalla vita complicata. Visti e male accolti, fraintesi, oscurati da censure di mercato e non solo di mercato, finiti in una zona morta per anni, per decenni. Invisibili. Poi riportati alla luce, come reperti archeologici di un altro tempo, di un altro cinema, di un altro clima storico. Todo Modo, tratto da Leonardo Sciascia, esce nel 1976 e, pur nella solita messinscena deformante e grottesca di Elio Petri, non ottiene certo lo stesso consenso di critica (e ancora meno di pubblico) dei film precedenti del regista come Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Lo stesso Petri ne parla come di un atto d’accusa alla classe dirigente democristiana e al suo malsano groviglio di affarismo, pratiche cientelari, fame di potere, uso strumentale ai fini del consenso della religione. Impressiona il protagonista, un leader politico cattolico che l’usuale istrionismo mimetico di Gian Maria Volontè rende assai somigliante a Aldo Moro, un personaggio in cui secondo l’autore (e anche, immagino, l’attore) si rapprendono i vizi di un’élite marcia e prossima al collasso. Un film frontale, troppo, senza sfumature e distinguo, un j’accuse che alla sua uscita rimbomba nelle sale cinematografiche ma anche nel Palazzo suscitando rigetto e ostilità. Todo Modo viene sequestrato e quando poi, due anni dopo, Aldo Moro viene rapito e ucciso dalla Brigate Rosse, diventerà opera definitivamente maledetta, infetta, invisibile in quanto inguardabile e insostenibile. Una damnatio cui sarà sottratto solo nel 2015 con il restauro da parte del Cinema Ritrovato di Bologna.
Forse, tanti anni dopo quel 1976, è il caso di cambiare drasticamente il punto di osservazione, di guardare a Todo Modo non, come si fece allora, quale rappresentazione della putredine politica del tempo. Non come atto d’accusa alla stagione democristiana della republica. Non come tribunale di Norimberga dei misfatti di un’élite. Ci pensino gli storici a stabilire responsabilità, colpe e anche meriti della Democrazia Cristiana. Todo Modo se mai va rivisto per le sue intrinseche qualità e evidenze filmiche, per quello che ci dice di sé come cinema e del cinema di Elio Petri e se proprio si vuol fare dello storicismo spicciolo – l’opera come riflesso delle strutture materiali e culturali del suo tempo – allora che Todo Modo ci appaia se mai il segno di una società, di un’Italia intimamente percorsa dalla pulsione di morte com’era quella degli anni Settanta. La danse macabre, la cerimonia funebre di Todo Modo non rappresenta allora la deviazione di un’élite corrotta, ma di un paese intero che ha smarrito se stesso e ha sfrenato, liberato dalla gabbia, i propri demoni, come peraltro aveva intuito Pasolini (in fondo, Todo Modo è il Salò-Sade di Elio Petri).Mentre a Roma il degrado arriva a livelli di guardia – l’immondizia si accumula nelle strade e una pestilenza sembra incombere (ricorda qualcosa?) – in un sinistro istituto religioso si rifugiano per qualche giorno di esercizi spirituali alcuni uomini politici e una fauna di manetungoli e uomini d’affari con loro collusa. A officiare gli incontri Don Gaetano, un prete corrotto in grado di ipnotizzare con il suo ambiguo carisma quello strano gruppo di devoti. Qual è il suo piano?, perché sembra che Don Gaetano un disegno ce l’abbia. Il politico chiamato il Presidente è il primo a sottoporsi a quei rituali di contrizione e espiazione. Ma la redenzione non si sarà. Incominceranno invece a morire, uno dopo l’altro, in modi sospetti e atroci, i partecipanti a quel meeting sospeso tra politico e religioso. Sarà un massacro, la distruzione di una classe politica per opera di misteriosi cavalieri dell’Apocalisse. E sembra la prefigurazione in chiave di metafora di quello che succederà poi nei primi anni Novanta con Tangentopoli e la caduta della Prima repubblica.
A lasciare sbalorditi oggi è il senso del grottesco e del macabro messo in campo da Elio Petri, è la cerimonia di morte dove i simboli del potere temporale si mescolano a quelli della religione come nel più iconoclasta e beffardo Buñuel. Se la furia antireligiosa appare datata, resta vitale di Todo Modo la sua sarabanda mortuaria, di un espressionismo con pochi eguali nel nostro cinema. Oltre a Gian Maria Volontè è memorabile Marcello Mastroianni quale insinuante Don Gaetano. Ciccio Ingrassia in una caratterizzazione grandiosa. E poi Mariangela Melato, Michel Piccoli, Renato Salvatori. Si potrà dire capolavoro?

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