Un film imperdibile con Franca Valeri stasera in tv: PARIGI O CARA di Vittorio Caprioli (ven. 31 luglio 2020)

Parigi o cara di Vittorio Caprioli (1962) con Franca Valeri, Vittorio Caprioli, Fiorenzo Fiorentini. Cine34, ore 21:10, venerdì 31 luglio 2020. Sempre in omaggio a Franca Valeri per i suoi cento anni segue, sempre su Cine34, alle 23:19, Il bigamo di Luciano Emmer.

È il Franca Valeri Day. Ha raggiunto quota cento la signora nata Franca Maria Norsa a Milano e diventata Valeri ispirandosi, sempre meglio prendersi a riferimento modelli altissimi, a Paul Valery dopo che il babbo ritenne sconveniente che si usasse il nome di famiglia per l’attività troppo frivola del recitare. E meno male che il babbo non esagerò proibendole di esercitare quel mestiere d’attrice tanto scandaloso, soprattutto per le brave signorine borghesi. Cosa ci saremmo persi. La Signorina Snob, la sora Cecioni, la coreografa ungherese che tanto faceva ridere Fellini (se rovistate su Youtube troverete una registrazione audio della performance), l’Elvira sposata a Cretinetti prototipo di ogni sciura lombarda ricco-stronza (vedi alla voce Melato di Travolti da insolito destino), la finta contessa polacca di Piccola posta, l’inarrivabile Pola Prima regina della rivista sgangherata di Basta guardarla di Luciano Salce.
E ci saremmo persi questo Parigi o cara, anno 1962, forse il vertice in cinema d Franca Valeri, un film tutto per lei, a sua misura, che la vede al centro e occupare ogni scena da mattatrice (non le è capitato spesso purtroppo, tanti ruoli collaterali, un’infinità di caratterizzazioni come si diceva allora: quelle sì), con lei alla sceneggiatura, con il compagno di vita e di professione Vittorio Caprioli alla regia. Caprioli che aveva esordito dietro la macchina da presa poco più di un anno prima con il bellissimo Leoni al sole scritto con l’amico di sempre Dudù La Capria del cui Ferito a morte (premio Strega) pigliava a prestito indolenze, colori, torpori, afrori e un senso malinconico di mascolinità fallata, perplessa, mai realizzata compiutamente. Dove Franca Valeri compariva in un clamoroso cameo quale milanese di molti soldi a caccia di corpi nudi e tosti di giovanotti del Sud. In Parigi o cara (citazione verdiana di una Valeri che sappiamo essere appassionata, e competentissima, di melodramma) è invece lei a prendersi il pieno della ribalta quale prostituta romana di nome Delia con aspirazione bon ton piccoloborghesi di riscatto sociale, personaggio non immune, come spesso le prostitute di narrazioni letterarie o cinematografiche, dal patetismo, ma certo lontana dal tragico della perdente assoluta. Delia non è una vittima – del destino, della malvagia umanità, dei maschi – come la Cabiria felliniana di non molti anni prima, per situarsi se mai nel territorio e nel registro di mezzo di chi è condannato dalle proprie smanie di scalata sociale e dal bovarismo alla sconfitta, ovvero al ristagnare inesorabile nella mediocrità. Dopo una cerriera non indegna quale signorina dei marciapiedi romani Delia decide di fare il gran salto, di espatriare – anche lei in fondo una ragazza con la valigia – nell’adorata e sempre agognata Parigi, dove abita già da tempo il fratello emigrato. Che all’arrivo scoprirà essere omosessuale, ed è memorabile quel dialogo alla stazione: Ma che sei tinto? (guardandogli il capello) – Sì. Che fossi?… – Sì. Sogna place de la Concorde, per lei luogo feticcio di ogni signorilità e rispettabilità altoborghese-parigina, ma non ce la farà mai a raggiungerla. Finirà – meglio non essere troppo precisi se no sono spoiler – nella disillusione e rassegnazione. Con un indimenticabile primo piano finale di Delia su cui si disegna la sconfitta, di una drammaticità severa che ricorda quello di Lucia Bosè in La signora senza camelie. Outfit coloratissimi e barocchi disegnati da Giulio Coltellacci, acconciature elaboratissime e scultoree a fare del film un esemplare di estetica camp. Valeri è Valeri, con quella sua lingua virtuosistica degna per espressività e invenzione di un Gadda, di un Arbasino (dunque scuola lombarda?), qui svoltata in romanesco, popolare sì ma intriso di un parlar forbito aspirazionale che prefigura infiniti suoi personaggi successivi, teatrali, cinematografici, televisivi. Ai critici assai paludati del tempo non dispiacque. L’ultima pagina del quotidiano milanese La Notte – consultatissimo atlante di tutti i film dati in città con tanto di giudizio critico fulminante: si dice che quelle due righe per film le redigesse un Morando Morandini in incognito, sarà vero? – assegnò a Parigi o cara ben quattro stelle su cinque. Equivalente a ‘ottimo’ (più su c’era solo il ‘capolavoro’ a cinque stelle). Non bastarono a imporre il film all’attenzione del pubblico, che lo trascurò e se ne dimenticò presto. Sarebbe poi subentrato in fretta pure l’oblio critico. Peccato, ma erano quelli anni incredibii per il nostro cinema, in grado di produrre a getto continuo opere somme di Fellini, Visconti, Monicelli, Risi, Antonioni, Olmi, Bava, Ferreri, Bolognini, e questo Caprioli, come il precedente Leoni al sole, ne finì travolto. Da recuperare assolutamente, ci mancherebbe.

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