Cannes 2021. Chi vincerà? I FAVORITI a poche ore dal gran finale

‘Drive My Car’ di Ryusuke Hamaguchi

‘Les Olympiades (Paris 13th District)’ di Jacques Audiard

Alle ore 19.30 il via alla cerimonia di chiusura di Cannes numero 73, preceduta da tanto di montée de marche, ovvero tapis rouge in salita, più rossa che mai: scrutatissima dagli osservatori di cose festivaliere poiché svela in anticipo chi è finito nel palmarès per un qualche premio (e dunque presenzia e sale la montée) e chi è stato tagliato fuori (e dunque se ne sta a casa o in hotel a rosicare).
Il nome a circolare su tutti è quello del giapponese Ruysuke Hamaguchi, autore di un film bello e teso (e terso, di un nitore da calligrafia orientale) nonostante le quasi tre ore – che non si sentono – che potrebbe, forse unico tra i 24 del concorso, mettere d’accordo tutti i giurati. Perché si sa a vincere è spesso non il film che accende più entusiasmi ma quello che suscita meno rigetti e sul quale è più facile convergere. Più che i voti a favore finiscono col pesare i veti più o meno incrociati che mandano a picco i film più divisivi, e chi li schiva vince, anzi gagne. Il suo (di Hamaguchi) Drive My Car è una specie di mystery psicologico in cui man mano si manifestano molte verità occultate e i personaggi, quelli che continuano, quelli che nel frattempo se ne sono andati, rivelano pulsioni e torsioni insospettate e, se il racconto molto deve al romanzo di Murakami da cui è tratto (e di Murakami pesano qua e là certe pretenziosità arty, certi vezzi altoautorialistici come l’eccesso di mirroring tra vita e teatro, qui il cecoviano Zio Vania), il tocco asciutto, di massima sobrietà anche nei passaggi più emozionati, è tutto del regista. Il quale arriva con questo film alla maturazione del suo tragitto cominciato, almeno nei festival occidentali, con Happy Hour visto qualche anno fa a Locarno e continuato con Asako I e II (Cannes 2018) e Wheel of Fortune and Fantasy (gran premio della giuria alla Berlinale 2021): adesso Drive My Car, dove restano gli omaggi rohmeriani e il cinema mobile, prensile, aderente al reale dei suoi film precedenti, cui però si aggiungono uno sguardo e un’impronta estetica più composta e classica che rimanda al barthesiano “impero dei segni”, al Giappone più prosciugato, essenziale e “elegante”. Ma piacerà a Spike Lee, presidente di giuria e autore di un cinema di viscere e arrabbiato non proprio affine a quello di Hamaguchi? Di sicuro Drive My Car sarà stato amato dalla giurata Jessica Hausner, anche lei autrice di un cinema ad alto grado di stilizzazione e rarefazione. Spike Lee lo immagino invece più convinto di film come Red Rocket del connazionale Sean Baker (assai supportato da tutta la stampa anglofona) o del film-da-strada marocchino di Nabil Ayouch Haut et Fort (Casablanca Beats) su un gruppo di ragazzi e ragazze di un quartiere disagiato di Casablanca, Sidi Moumen (“è il nostro Bronx!”) che per mezzo di rap e hip hop cominciano a tirar fuori rabbie e rivendicazioni verso la famiglia, il patriarcato, la corruzione e il basso tasso democratico del loro paese. Una specie di Fame/Saranno famosi nordafricano, con dentro un qualcosa dell’Attimo fuggente per via della figura dell’insegnante-maieuta. Non è un grande film, solo buono, lo stesso Ayouch aveva fatto di meglio anni fa con Much Loved presentato alla Quinzaine, ma resta un lavoro rispettabile anche con buone musiche e discrete coreografie (non cercateci però la perfezione dei musical americani), a momenti travolgente. Certo l’uso dell’arabo anche nei couplet rappati non ne aiuterà la circolazione, ma è film da vedere. Non escluderei dal radar del presidente e di altri giurati come Mati Diop e Mélanie Laurent – solo solo illazioni, intendiamoci – il militante Lingui, storia e traversie di una ragazza che deve abortire nel Chad sempre più islamicamente rigorista di oggi. L’ho detestato per la sua frontalità e la mancanza di ogni sfumatura, un film-manifesto drammaturgicamente troppo elementare, ma avrà di sicuro trovato i suoi estimatori in guria e dunque eccolo nella lista dei possibili gagnant. Oltretutto sarebbe la Palma perfetta in questi tempi di inclusività, identitarismo, metooismo ecc. Tornando ai valori veri direi che il secondo grande favorito subito dopo Hamaguchi è A Hero (Ghahreman) dell’immarcescibile iraniano Asghar Farhadi, una carriera di premi rastrellati ovunque, anche stavolta fedele al suo cinema di sceneggiatura e scrittura, anche stavolta fabbricatore di una macchina narrativa implacabile che su un dettaglio apparentemente inessenziale costruisce una trama di labirintica complessità che tutto e tutti avvolge tra menzogne e verità. Sì, è cinema non proprio di nuovo conio (benché stavolta astutamente aggiornato al tempi dei social) quello del signor Farhadi, che perà qui torna al suo meglio dopo la deludente escursione in Spagna di Todos Lo Saben e il precedente non così riuscito The Salesman, entrambi ovviamente presentati a Cannes. Una Palma al suo A Hero deluderebbe i ragazzi e ragazzacci della nouvelle critique, coloro che hanno esultato per lo sgangherato benché interessante Titane di Julia Ducournau in quanto “film giovane e trasgressivo che sposta in là i confini del cinema” (ma dove?), però sarebbe il sacrosanto sigillo a una carriera da peso massimo. A proposito di Titane, il film-scandalo (programmato) che ovviamente ha diviso secondo linee di frattura generazionali i critici del festival: potrebbe pure vincere se si formassero in giuria le giuste alleanze. Su qualche atout può contare. È firmato da una donna, tratta dell’ossessione del corpo nell’era del post-umano, della fluidità tra i generi sessuali (e però, come ha rilevato coraggiosamente Peter Bradshaw, resta un film macho e come dargli torto, visto che alla fine della parabola della sua/suo protagonista Alexia/Adrien i ruoli vengono confermati secondo tradizione: molto rumore per nulla), quindi risulta “giusto” per l’oggi. E però come si fa a dargli addirittura la Palma, drammaturgicamente sgangherato com’è, con una prima parte di amazzamenti seriali (mentre Caterina Caselli canta Nessuno mi può giudicare!) che non si lega alla seconda tutta di relazione tra figlio/a e padre, anzi figura paterna, in cui sembra di rivedere certi vecchi Besson tipo Léon o Nikita.
Dopo Farhadi un altro autore consolidato e già vincitore di Palma con il malcompreso Deephan, Jacques Audiard, ha convinto e persino entusiasmato (però io qualche robusta perplessità ce l’avrei) con il suo Les Olympiades (Paris 13th District), co-scritto con Céline Sciamma, la cui mano si sente soprattutto nel segmento interpretato da Noémie Merlant. Applausissimi dopo la proiezione stampa, piaciuto agli ultragiovani questo Audiard tutto nuovo, lui che di anni ne ha 69 ma che mostra di saper intercettare come pochi  le vibrazioni e le maniere di certo cinema giovanottesco e multi-etnoculturale delle banlieue e dei territori urbani de-centralizzati. In bianco e nero (tranne un inserto pop-colorato), che aiuta sempre con le giurie. E che sapienza, che maestria da parte di Audiard che impartisce una lezione di cinema muovendo nevroticamente e ‘modernamente’ la mdp come nessuno, che usa i piani sequenza e lo split screen secondo le ultime mode, che sa raccontare i suoi tre personaggi (un quasi trangolo amoroso, anche se i lati non vanno mai al posto loro) con un freschezza insospettata. Un’operazione di mimetismo da parte del non-giovane Audiard impressionante anche se mi ha lasciato molti dubbi (troppo astuto? troppo programmatico?). La Palma non gliela darei, ma se gliela dessero non ne sarei scandalizzato, ecco. Attenzione però: qui qualcuno che si dice assai informato dà in forte ascesa le quotazioni di La Fracture della francese Catherine Corsini, assai afficace nell’innescare una farandole di situazioni ora da commedia ora drammatiche all’interno di un pronto soccorso parigino durante la rivolta dei Gilet gialli. Molto, molto francese, film da festival ma anche di popolo, nel senso di pubblico da sala. Non vedo nella giuria una maggioranza probabile a suo favore, ma non la si può escludere e il fatto che a firmarlo sia una regista donna di consolidata esperienza potrebbe aiutare. Un altro paio di titoli potrebbe rientrare per i riconoscimenti non Palma: il finlandese Compartment No 6 (migliori attori) e il norvegese Verden Verste Menneske (migliore attrice). Quanto all’adorato da queste parti Apichatpong Weerasethakul: il suo Memoria non è all’altezza dei capolavori Uncle Boonmee e Cemetery of Splendour, il passaggio dalle foreste thai a quelle colombiane non lo ha aiutato, ma resta un film in cui Apichatpong riesce a restituire tutto il suo senso del mistero, dell’indistinzione tra mondo reale e oltremondo. E chissà mai che qualcuno in giuria abbia apprezzato. Restano i miei due preferiti del concorso, Annette di Leos Carax e Ha’Berech di Nadav Lapid. Se il primo qualche chance ce l’ha, il secondo, per me un capolavoro, non ne ha per niente. Zero, inutile farsi illusioni. Un film semplicemente rimosso per quello di cui tratta e per come lo fa. Poi se con Lapid succedesse l’incredibile sarei il primo a festeggiare, ovvio.

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