Chi vincerà? Il verdetto lo apprenderemo stasera (sabato 7 settembre) suppongo intorno alle 20.40 dalla presidente della giuria Isabelle Huppert, un nome che è garanzia di competenza. Molti i rumors sul vince questo vince quello, ma è difficile distinguere tra attendibili e no. Tra i non attendibili metterei chi dà per sicura, chissà in base a quale soffiata, pardon leak, la vittoria di Harvest di Athina Rachel Tsangari, tra i meno apprezzati dai recensori italiani e stranieri. Spero siano inattendibili coloro che si dicono certi anzi certissimi che il Leone andrà a Babygirl, il finto scandalo e la vera fuffa di questa mostra del cinema 2024, un filmaccio però diretto da una donna, Halina Reijn, quindi per wokismo da supportare a prescindere (oltretutto scambiato da alcuni/e come un manifesto di female empowerment: ma quando mai?). Passiamo ai veri favoriti secondo me, che sono quattro: due rubricabili alla voce cinema tradizionale, classico, di papà (direbbero se fossero qui e fossero giovani e arrabbiati come allora i ragazzacci dei Cahiers anni Cinquanta), altri due al cinema nuovo, qualunque cosa voglia dire. Tra i “classici” il primo favorito è The Room Next Door di Almodovar, ex ribelle ora convertito al cinema più composto e signorile che ci sia. Un film assai bello intorno a un tema sensibile come l’eutanasia che potrebbe finalmente portare al maestro spagnolo il più volte sfiorato e sempre mancato premio a un grande festival (Cannes e Venezia). Stavolta la giuria ha l’occasione di risarcirlo dei tanti torti subiti, stiamo a vedere se lo farà. Dietro di lui nella squadra “cinema tradizionale” c’è Ainda Estou Aqui, una delle buone sorprese del concorso, ritorno importante di un autore come il brasiliano Walter Salles da molti anni fuori dai giri alti. Stavolta, con la storia di un desaparecido per opera del regime brasiliano nei primi anni Settanta, ha convinto (e commosso) tutti, anche i cinefili più malmostosti, grazie anche a una monumentale performance dell’attrice Fernanda Torres. Il titolo su cui una giuria lacerata da contrasti insanabili potrebbe trovare l’accordo di non belligeranza. Contrapposti alla squadra del cinema di papà ecco autori e autrici del nuovo rampante cinema che svelle qualche convenzione e osa forme e discorsi meno assestati. Allora potrebbe essere Leone all’ambizioso Brady Corbet per The Brutalist, forse il vero unico film superiore visto in concorso quest’anno (intanto ieri sera si è preso il Fipresci assegnatogli dalla critica internazionale). Ma non è così scontato che la giuria si compatti attorno a un lavoro divisivo come questo. Un premio The Brutalist lo avrà di sicuro, resta da vedere se sarà il maggiore. Se proseguisse l’onda che negli ultimi anni ha sospinto più volte a Cannes, Venezia e Berlino il cinema delle donne ecco che a spuntarla potrebbe essere l’altro film che, insieme a The Brutalist, ha più scosso pubblico e stampa, April della georgiana Dea Kulumbegashvili. Che con il suo Beginning, vincitore a San Sebastian 2020 di ben quattro premi, aveva stupito per l’alta formalizzazione, per lo stile forte e incisivo che qui replica applicandolo alla storia di una ginecologa che nella Georgia rurale pratica aborti clandestini. Una storia fosca che la regista illustra con il massimo rigore, inquadrature contemplative e ipnotiche a camera fissa alternate a lunghe carrellate e piani sequenza di viaggi notturni in mcchina o di violenti nubifragi. Un panorama mentale di incubi e paure che diventa un film di fango, acque sporcche, sangue, miseria. Con qualcosa di non risolto qua e là (quella figura mostruosa che si aggira nelle desolatissime lande, simbolo fin troppo smaccato), con qualche derivazione di troppo da maestri come Carlos Reygadas (non a caso produttore del fillm precedente, ruolo stavolta coperto dall’onnipresente Luca Guadagnino). Spero in un premio importante e se alla Kulumbegashvili andasse il Leone sarei felicissimo.
Ecco, da questi quattro – Almodovar, Salles, Corbet, Kulumbegashvili – dovrebbe uscire il vincitore. Ma le giurie sono bizzarre, gli equilibri geopolitici sempre a geometria variabile e potrebbero produrre un Leone a sorpresa o quasi. A Queer di Luca Guadagnino per esempio, non un gran film secondo me, ma assai apprezzato dall’influente critica anglofona. Oppure la sorpresa potrebbe arrivare dal norvegese Love di Dag Johan Haugerud, proiettato ieri come ultimo titolo del concorso e subito piaciuto a pubblico e parte dei recensori. Cinema di conversazione ancora una volta alla Rohmeri intorno a cosa sia oggi l’ordine e soprattutto il disordine amoroso. Un underdog, da tutti dato senza chance ma che potrebbe rovesciare ogni pronostico, è il singaporese Stranger Eyes, riflessione a mezzo cinema, e molto attuale, sul voyeurismo onnipervasivo alimentato da camere di controllo e occhi digitali. Fin qui le previsioni. Poi certo tutto può succedere: c’est Venise e il colpo micidiale a sorpresa è sempre dietro l’angolo. Quante alle Coppe Volpi: per la migliore interpretazione femminile la favorita è Fernanda Torres, straordinaria nel brasiliano Ainda Estou Aqui, a meno che al film vada il Leone. In tal caso entrerebbero in gioco Tilda Swinton, Angelina Jolie, Nicole Kidman. Coppa Volpi migliore interpretazione maschile: Daniel Craig (se Queer non vince il Leone), Vincent Lindon (grandioso in Jouer avec le feu, io premierei lui), Adrien Brody o Guy Pearce (anche qui se The Brutalist non vincesse), Nahuel Perez Biscayart per l’argentino El Jockey. Premio Mastroianni a un giovane attore o attrice: Paul Kircher per il francese Leurs enfants après eux o Benjamin Voisin per Jouer avec le feu. Dimenticavo: è sempre obbligatorio a Venezia un premio italiano. Si parla molto di Alessandro Borghi possibile Coppa Volpi per Campo di battaglia di Amelio. Mah. Borghi è bravo, però in questo film meno del solito.
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