Mickey 17 di Bong Joon-ho. Con Robert Pattinson, Naomi Ackie, Steven Yeun, Toni Collette, Mark Ruffalo, Anamaria Vartolomei. Berlinale Special. 137′.
Anche chi come me (siamo in pochissimi) non è mai stato un estimatore del suo Parasite, si aspettava qualcosa di meglio da questo nuovo film di Bong Joon-ho. Uno sci-fi con ambizioni di apologo politico che ricicla cose straviste: i replicanti, i trapianti di memoria, la colonizzazione di pianeti alieni, i mostri spaziali ecc. Tutto svoltato tra il grottesco, il satirico e il farsesco di inaudita grevità. Poi certo la capacità naturale di fare cinema di Bong c’è tutta. Ma non basta. Voto 4 e mezzo
Attesa enorme, quindi coda interminabile al Palast per il press screening con conseguente ritardo di venti minuti della proiezione. Più che comprensibile visto che si sono aspettati sei anni dal trionfo planetario di Parasite per un nuovo film del coreano Bong Jooìn-ho. Delusione cocente, almeno per me. Che peraltro non ho mai particolarmente amato Bong ritenendo Parasite – premi dappertutto, dalla Palma d’oro a Cannes fino all’Oscar – il film più sopravvalutato del Ventunesimo secolo e avendo tra i suoi lavori apprezzato, e anche quelli senza entusiasmo, solo Memorie di un assassino e Snowpiercer. Mentre su Okja (prodotto da Netflix e dato a Cannes quando ancora avevano spazio i film della grande N rossa) stenderei un caritatevole silenzio. Purtroppo questo Mickey 17 è (anche), proprio come Okja, un monster movie con ambizioni di apologo politico, declinato in chiave satirico-grottesto-farsesca di massima rozzezza e grossolanità. Non bastasse, Mickey 17 è pure da ascrivere al genere fantascientifico più lurido e fetido, quello contrassegnato da liquami sgocciolanti dai vari orifizi di creature repellenti (tutto è cominciato con Alien, il mostro-matrice da cui anche i Creepers di questo film discendono). Ma è il progetto nel suo concept a essere inerte, un magazzino di trovarobato di film precedenti: tutto già visto, tutto ripreso da classici e meno classici dello sci-fi. I cloni umani, insomma i replicanti, vengono da quel capolavoro di Ridley Scott che non è neanche necessario nominare. Il trapianto del passato, delle memorie di una vita precedente in un corpo nuovo c’era se ricordo bene in Total Recall, la colonizzazione di pianeti alieni da parte di una soldataglia nazifascia l’abbiamo vista e con ben più incisività in Starship Troopers di Paul Verhoeven. Certo, qui dietro alla mdp c’è l’uomo del miracolo Parasite, il Bong in grado di trasformare quanto tocca in evento planetario e pioggia di milioni. E stiamo a vedere se anche stavolta ce la farà a sbancare il box office nonostante i limiti del prodotto.
In questo film pomposamente stanco, rutilante ma nel suo fondo immobile e pesante come un asteroide caduto e spento, il signore del cinema sudcoreano (cui continuiamo a preferire il connazionale Hong Sangsoo con il suo intimismo quieto) racconta una storia di scarso interesse con il piglio un po’ da bullo di chi sa di potersela cavare sempre e comunque. Bisogna riconoscergli però la capacità oggi rara di fabbricare un cinema diretto, immediatamente eloquente, che arriva senza filtri e senza richiedere macchinose elaborazioni a quello spettatore-massa “che non tiene pensieri” e detta oggi l’agenda dei produttori, un cinema tutto esplicito, senza sfumature, senza sottotesti, che non necessita di decrittazioni o decodifiche da tanto è primario. E con che energia sa girare Bong, quanta vitalità, almeno apparente, sa insufflare in una materia inerte come quella di Mickey 17, come sa creare spettacolo. Eppure stavolta sembrano più i maneggi e i magheggi di un illusionista. O di un ventriloquo da sgangherato spettacolo di piazza.
Sì, certo, la storia, la trama, il racconto: eccolo o almeno quanto se ne può riferire nell’era della paranoia da spoiler. Nel solito futuro distopico e più vicino che lontano (siamo mi sembra di ricordare verso il 2050) un poverocristo di nome Mickey Barnes (un ottimo Robert Pattinson, che si carica sulle spalle il film e riesce a stabilire una relazione di empatia anche con lo spettatore più riluttante) finisce ingaggiato nelle squadre degli expendables, come dire materiale umano al servizio di un’azienda-setta volta alla colonizzazione di mondi extraterrestri. Expendables che possono essere usati, sfruttati, mandati nelle più pericolose missioni perché, anche se uccisi o andati perduti, possono essere replicati e rimessi al lavoro. Il Mickey che vediamo a inizio film è già il numero 17 rispetto al suo originale, di volta in volta utilizzato come cavia per terapie contro varie malattie terrestri o spaziali o per altri esperimenti: morto più volte e sempre riprodotto da una specie di maxistampante in 3D, con le stesse memorie e anima e sensibilità ogni volta trapiantate. Finché il numero 17 finisce su un pianeta che i padroni della compagnia (una coppia diabolica, marito e moglie sagomati su modelli trumpisti fin troppo facili da odiare e interpretati come in un grand grotesque da Mark Ruffalo e Toni Collette) intendono conquistare. Un pianeta di ghiacci (ritorna il grande e perpetuo freddo di Snowpiercer, evidentemente un feticcio climatico di Bong) in cui Mickey 17 finisce in un crepaccio, assalito da mostruose creature chiamate Creepers. I suoi lo credono ovviamente morto, divorato, digerito, espulso, tant’è che subito lo rimpiazzano con la sua versione successiva, Mickey 18. Ma il signor 17 è stato per oscuri motivi risparmiato dai Creepers e dalla loro maestosa e terrificante Regina-Madre, sicché quando torna alla base si ritrova faccia a faccia con un altro sé, con susseguenti avventure e disavventure per via del fatto che i multipli, chissà perché, sono severamente proibiti. Vi lascio immaginare gli equivoci, gli scambi di persona vecchi come le vecchie commedie plautine, con toni da farsaccia o da decrepito avanspettacolo che neanche più le peggio tv locali osano, tipo la gag della tizia contentissima di ritrovarsi nel letto non uno ma ben due Mickey e di poter mettere in piedi un bel threesome porcone, mentre la sua rivale in amore le propone di spartirseli, i due amanti numero 17 e 18. Naturalmente grasse risate in platea. Non sto a dire quel che segue. Si esce stremati dopo le ormai solite due e mezzo o giù di lì da tanta fracassoneria e dalla demenzialità bruta che ci è stata ammannita. Uscita mondiale il 7 marzo, con lancio negli States negli Imax. Stiamo a vedere se anche stavolta Bong farà il miracolo al box office (intanto la critica si è divisa: su Metacritic lo score è 75, sopra ma non troppo alla sufficienza, e non mancano le firme illustri che l’hanno bocciato). Nel cast pure la neo-star francese Anamaria Vartolomei, lanciata da quell’Evénement di Audrey Diwan vincitore tre anni fa a sorpresa del Leone d’oro a Venezia. Ormai sta dappertutto: è qui, era nel Conte di Monte-Cristo che in Francia è stato uno dei grandi successi del 2024 (da noi è andato dritto su Mediaset: una follia), era in L’Impero di Bruno Dumont, è nel biopic su Maria Schneider presentato allo scorso Cannes (chissà se mai arriverà da noi).