Il film da vedere stasera in tv: I BAMBINI CI GUARDANO di Vittorio De Sica – sab. 12/7/25

I bambini ci guardano di Vittorio De Sica (1943). Rai Storia, ore 21:10, sabato 12 luglio 2025. Anche su RaiPlay.
Uno di quei film che le storie/enciclopedie del cinema indicano come fondatori o precursori del neorealismo insieme a Ossessione di Visconti e a qualche altro (4 passi tra le nuvole, Uomini sul fondo). E però, leggendo l’imprescindibile Cinecittà anni Trenta di Francesco Savio (in realtà Pavolini, nipote del gerarca Alessandro ucciso a Dongo e esposto a piazzale Loreto con Mussolini) con le sue interviste a protagonisti, comprimari, testimoni del tempo ci si rende conto di come tra primi anni Quaranta e immediati anni postbellici ci fosse stato piuttosto un processo non lineare di mutazione, una fase di transito anche densa di contraddizioni dal cinema del ventennio a quello poi definito neorealista. Una zona spaziotemporale ibrida, spuria, dove il vecchio e il nuovo si mescolavano senza che li si potesse classificare né distinguere e contrassegnata, più che da un pugno di film, da uno sciame di titoli, da un groviglio magmatico di celluloide: peraltro senza che gli stessi autori, produttori, attori, addetti ai lavori avessero piena consapevolezza del cambiamento in atto. Un passaggio al realismo forse più dettato, guidato dalla temperie di quegli anni, dalla storia, da eventi esterni, che da scelte individuali.
Il (presunto) proto-neorealismo di I bambini ci guardano, il primo lavoro in cui De Sica regista abbandona i territori della commedia più o meno garbata, più o meno escapista delle sue direzioni precedenti per inoltrarsi in un sobrio melodramma familiare, dove si situerebbe allora? Forse (forse) nello sguardo di De Sica sulla gente comune – ah, questa astratta categoria sempre in sospetto di populismo -, anche se gli ambienti non sono quelli del proletariato e sottoproletariato come sarebbe poi stato in tanto cinema postbellico neorealista, piuttosto quelli, più sintonici con il Ventennio e la sua autorappresentazione, della piccola borghesia. Qui incarnata quintessenzialmente nella figura del padre (interpretato da Emilio  Cigoli, destinato a diventare uno dei più illustri doppiatori di Cinecittà), ragioniere in un qualche ufficio statale con tanto di severo capufficio, nella moglie anzi signora di modi assai bon ton, dalla loro più che dignitosa e già ai confini del benessere abitazione (dove domina la domestica-governante: erano tempi in cui un contabile poteva permettersi una colf a tempo pieno giorno-e-notte. Oggi una simile configurazione familiar-domestica la si trova solo nei film latinoamericani, che mi lasciano sempre stupefatto per la gran quantità di servitù presenti in case del ceto medio).
Intanto sullo schermo si snoda lo sfacelo progressivo della famiglia protagonista (non così lontana dopotutto da quella moraviana degli Indifferenti), una media famiglia dell’Italia tardo-fascista raccontata però, e qui sta la peculiarità del film, dal punto di vista del figlio, un bambinetto di cinque anni di nome Pricò. Gli sceneggiatori creditati sono un nugolo, compreso il Cesare Giulio Viola che col suo romanzo aveva ispirato l’impresa, e compreso un giovane Cesare Zavattini che si aggiunge tardi alla squadra finendo, anche grazie all’appoggio di De Sica, col prevalere sugli altri e con l’imprimere lui la direzione al racconto. Ed è sempre Zavattini a suggerire il titolo, preso da una sua rubrica, Quando i bambini ci guardano, sul settimanale mondadoriano Grazia (come racconterà lui stesso in L’avventurosa storia del cinema italiano di Fofi-Faldini).
Pur girato tra 1942 e 1943, nella fase in cui in Italia comincia a diffondersi la consapevolezza che la guerra è ormai persa (difatti di lì a poco saranno 25 luglio e 8 settembre, con tanto di “morte della patria” per dirla con Ernesto Galli Della Loggia), e pur nella sua tensione ad aderire al vero, I bambini ci guardano cancella completamente la realtà bellica. La sua Italia, la sua Roma, sono ancora quelle del fascismo trionfante, senza sconfitte, senza fame, senza borsa nera, senza sfollamenti, senza lutti. Se c’è crudezza in questo film di De Sica, e c’è, sta tutta nella sua storia e nella rappresentazione senza sconti di un dramma familiare, con almeno un paio di elementi narrativi assenti fino a quel momento nel cinema ben vigilato dal regime: l’adulterio (della madre, che torna a un antico amore e non ce la fa staccarsene, abbandonando marito e figlio) e il suicidio (del marito, quando si renderà conto che la ricomposizione della famiglia è ormai impossibile). Elementi che hanno contribuito a creargli intorno una reputazione, ormai avallata da molta critica, di film dalla parte dei bambini, “ad altezza di bambino”. Punto di vista sposato anche da Papa Francesco quando nella sua visita milanese citò il film di De Sica quale monito per gli adulti che con le loro scelte sbagliate possono segnare la vita dei più piccoli. A vederlo oggi, si sta certo dalla parte di Pricò, e però – forse anche per il giovane protagonista fin troppo lacrimante – a colpirci di più, a sembrarci più attuale è il dramma dei genitori. Nessuno di loro, né la madre che se ne va con l’amante, né il padre, intendono far ricadere le loro scelte sul figlio. La madre non è un mostro, non è la genitrice insensibile di Balocchi e profumi, è una donna dilaniata tra il suo ruolo familiare e un’attrazione (anche erotica) che non riesce a sedare: più simile, in una tensione che si fa nevrosi, a certe figure femminili del futuro Antonioni che a quelle del cinema più mélo. Anche per la notevole performance di Isa Pola, il personaggio della madre domina il film e oggi suona paradossalmente assai più nostro comntemporaneo degli altri (e però anche il marito, che reagisce al tradimento non col machismo mditerraneo ma con un gesto di estremo autolesionismo, sembra venire più da climi nordici alla Ibsen che dalla nostra tradizione e dalla nostra antropologia).
Con che sicurezza gira e mette in scena l’ancora assai giovane De Sica, già pronto a lasciare il segno nella storia del cinema con le sue prossime collaborazioni con Zavattini. Fluidità e discrezione nell’uso della mdp (che non vedi, non senti mai), rispetto dei propri personaggi, umanesimo.  Capacità di passare dal registro del dramma a quello della commedia, anticipando molto cinema italiano che verrà (si vedano le descrizioni del vicinato, della sartoria della zia, soprattutto della vacanza ad Alassio: uno sguardo disincantato e già corrosivo, da Risi, da Monicelli, sui riti d’evasione della piccola borghesia di allora, che sono in fondo gli stessi di oggi, di sempre, temo anche di domani).

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