
Jim Jarmusch, Leone d’oro per il suo Father Mother Sister Brother (foto Andrea Avezzù)

La regista tunisina Kaouther Ben Hania, Leone d’argento – Premio speciale della giuria per The Voice of Hind Rajab (foto Andrea Avezzù)

Toini Servillo, Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile per La Grazia (foto Andrea Avezzù)
Bene così. La giuria ha fatto la cosa giusta. Poteva essere Leone per The Voice of Hind Rajab, un film cui era difficile dire di no se non a rischio di beccarsi del naziosionista o epiteti ancora più ingiuriosi. Invece bisogna ammettere che la giuria presieduta da Alexander Payne (di cui facevano parte, ed è un paradosso, anche tre registi che gli sono di molto superiori per fama e statura autoriale: Rasoulof, Mungiu, Brizé, come ha fatto notare Alberto Crespi su FB) ha agito con assennatezza e anche con quel tocco di diplomazia o se volete di pilatesca arte di non immischiarsi che in certe circostanze più che un difetto è una virtù. Perché la faccenda era spinosissima: legioni assai combattive di giornalisti e accreditati, oltre che di spettatori paganti, reclamavano a gran voce, pretendevano, esigevano il Leone per il film della tunisina Kaouther Ben Hania sulla bambina uccisa a Gaza. E invece loro, i decisori, hanno dimostrato un certo coraggio nell’andare contro il sentire dominante. Difatti le indignazioni e le accuse di indifferenza alle tragedie della Storia continuano a fioccare sui social come sulla vetusta carta stampata. A The Voice…, subito inscritto dai suoi supporter tra i capolavori imprescindibili della storia del cinema (non lo è), è stato dato saggiamente solo il premio secondo in ordine di importanza del palmarès veneziano, il Leone d’argento – Gran premio della giuria. Eccellente soluzione di alta diplomazia. L’errore è stato di metterlo in concorso anziché proiettarlo quale evento speciale come sarebbe stato più consono alla sua natura di film militante. Riferisce Gabriele Niola nel suo podcast da Venezia per Il Post che la giurata Fernanda Torres – lanciata internazionalmente proprio qui al Lido l’anno scorso con I’m Still Here che l’ha poi portata alle soglie dell’Oscar – ha minacciato di dimettersi per la non raggiunta unanimità nell’assegnare il Leone d’oro a The Voice of Hind Rajab (e però più tardi sono arrivate le smentite: nessuna minaccia di dimissioni).
Abbastanza a sorpresa – chi dice io l’avevo detto mente spudoratamente – il premio maximo del torneo è andato a Jim Jarmusch, aria da eterno ragazzo anni Ottanta. Impossibile non volergli bene e non voler bene al suo cinema minuzioso intorno a personaggi laterali, di margine, di una bizzarria esistenziale di sorridente malinconia. E molti a commentare: ma questo Father Mother Sister Brother è un suo film minore, ma è puro automanierismo di un autore giunto alla sua fase matura senza più avere molto da dire. Ora, a me è piaciuto parecchio: un’operina squisita e insieme crudele e nella sua terza parte tenera sulla famiglia sotto i cieli (inquinati) di oggi, del nostro oggi occidentale. Minore? Ma Jarmusch ha sempre fatto, volutamente e per vocazione, film minori, nel senso di concentrati su minuscoli universi, sull’intersezione di vite dimesse e poco appariscenti. Come del resto è o è stato per altri autori assai illustri, Hong Sangsoo, Eric Rohmer, il lavoro di Jarmusch va calcolato non sul singolo titolo ma sull’intera opera, su come impercettibilmente variando di volta in volta sullo stesso spartito sia riuscito nel nome di quel suo conclamato minimalismo a creare un proprio mondo. Sicché questo Leone va anche preso come un riconoscimento alla carriera (come era successo l’anno scorso con Pedro Almodovar). Certo, Father Mother Sister Brother non si eleva particolarmente all’interno di un folto gruppo di titoli compresi tra il buono e il molto buono che abbiamo visto in comcorso (magari sono mancati i capolavori, però la media è stata più alta rispetto a molte edizioni passate). Erano almeno 6 o 7 i film sui cui la pallina della roulette azionata dalla giuria si sarebbe potuta fermare. Si è infilata nella casella Jarmusch e non sarò certo io a lamentarmi, anche se avrei preferito che al posto suo si fosse premiato il Nemes di Orphan o la Ildikó Enyedi di Silent Friend. O il grande dimenticato dalla giuria, L’étranger di François Ozon. Se mai qualche riflessione va fatta sulla quantità di titoli americani che nella gestione Barbera parte seconda si sono presi il Leone: molti, troppi. E qualche volta non era proprio il caso, vedi Nomadland o a il docu di Laura Poitras su Nan Goldin (e anche La forma dell’acqua di del Toro insomma). Riflessione parallela anche sui non pochi presidenti di giuria made in Usa dell’era Barbera (ripeto: perché Payne quest’anno presidente di giuria e il ben più grande Mungiu a fargli da valletto?). Tutto rientra nella progressiva americanizzazione impressa negli ultimi dieci-dodici anni alla Biennale cinema, ospitando un profluvio di titoli di Hollyvood e dintorni indie e trasformando il Lido in piattaforma di lancio verso gli Oscar. Operazione ampiamente riuscita. Ormai non si contano più i film, gli attori, le attrici che, partendo dal Lido, sono poi approdati agli Academy Awards. Il che ha fatto di Venezia una potenza nel creare film-evento e successi arthouse globali, quasi come Cannes (quasi: il primato non è stato scalfito). Con ricaschi certamente positivi: star sul red carpet, afflusso di sponsor importanti e generosi. E però Venezia a questo punto deve ricominciare a guardare con più voglia di rischiare a cinematografie periferiche, a fare lavoro di esplorazione e scoperta. Tornare a essere il festival glorioso che portava in Occidente il cinema asiatico di Kurosawa e Satyajit Ray e premiava opere ai limiti dello sperimentalismo come L’anno scorso a Marienbad e Deserto rosso. Cannes quest’anno ha provato a smuovere un po’ gli ossificati assetti della competizione e a scompigliare le carte mettendo in lista titoli meno prevedibili e garantiti, qualche volta azzeccandoci (Sirat di Oliver Laxe), qualche volta pagando duramente coon feroci stroncature (Eddington di Ari Aster). E però tracciando non solo per sé ma anche per Venezia una possibile strada per il futuro.
Continuando a scorrere il palmarès incontriamo, al terzo slot il Leone d’argento a Benny Safdie per The Smashing Machine. Poco apprezzato dai critici italiani del salotto buono, molto invece da quello anglofono. Una storia in effetti già raccontata infinite volte, la ripresa di un archetipo narrativo del cinema, ovvero l’ascesa, la caduta, la rinascita di un campione. Qui il Rocky di turno è un lottatore della (in)disciplina full contact se ho capito bene, colto al massimo del suo fulgore e poi nel precipizio della dipendenze da oppioidi. Certo, tutto déjà-vu, ma il giovane Benny Safdie (che stavolta gira senza il fratello Joshua: cosa sarà successo tra i due?) immette nel genere ipercodificato una freschezza inedita, un tasso minore di epica e retorica, una controllata e bassa intensità, un’attenzione più affilata all’interiorità del main character, in un minimalismo-cronachismo e con un’immediatezza sconosciuti ai precedenti del genere. E attenzione a Dwayne Johnson, questo suo salto dai blockbuster fracassoni al cinema quasi-autoriale potrebbe portarlo molto su, dalle parti dell’Oscar.
Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile: Xi Zhilei protagonista del cinese The Sun Rises on Us All, ultimo del concorso a esere stato proiettato, piaciuto poco o niente alla stampa di casa nostra, invece non proprio da buttare, un mélo su un amore impossibile e distruttivo non del tutto risolto, con un finale incongruo. Però lei è meravigliosa. Non oserei dire bravissima, ma è di una tale sfolgorante bellezza che non le si resiste. Delusi coloro che si aspettavano di vedere al suo posto la Valeria Bruni Tedeschi di Duse, secondo me invece ormai prigioniera dei suoi vezzi e manierismi e temo persa alla causa delle grandi interpretazioni.
Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a:
Toni Servillo nel film La Grazia di Paolo Sorrentino. Finalmente lo hanno premiato. Intendo: con un premio di caratura supernazionale. Da La grande bellezza è il nostro attore più apprezzato all’estero (se ricordo bene un paio di anni fa il NYT lo ha inserito nella lista ristretta degli attori che hanno segnato il cinema del nuovo secolo). E in La Grazia, buon film che avrà una carriera globale, è bravo come sempre e anche più controllato, meno gigione. Anche lui con questo nuovo Sorrentino andrà lontano.
Premio per la migliore sceneggiatura a Valérie Donzelli e Gilles Marchand per il film A pied d’oeuvre di Valérie Donzelli. Una delle buone sorprese del concorso. Anche perché dopo il notevole esordio parecchi anni fa con La guerra è dichiarata Donzelli almeno come regista non era più riuscita a ripetersi agli stessi livelli. Ce l’ha fatta stavolta con un film in cui, come in altri di questa mostra, si pone la questione epocale della fine del lavoro così come lo abbiamo conosciuto in Occidente negli ultini cento e passa anni. La precarizzazione, la breve o nulla durata dei contratti, la caduta dei ceti intellettuali nella condizione sottoproletaria, la polarizzazione sociale tra privilegiati e una massa di poveri nuovi e nuovissimi. E lo fa senza sentenziosità, senza furore denunciatario e militante, seguendo le vicissitudini di uno scrittore stimato ma di nessun successo di vendita, che sceglie (o ci è costretto?) i lavori più umili e malpagati pur di continuare a scrivere in libertà. Un ritratto agghiacciante della discesa sociale di quella che fu un tempo la borghesia intellettuale. Avrebbe anche potuto vincere il Leone d’oro (è stato oltretuto uno dei più amati dal pubblico), benché Donzelli più che un’autrice dal segno forte resti una narratrice che impagina diligentemente e con garbo. Il film è bello e potente anche se non urla mai la propria rabbia. Sarà un grande successo dappertutto.
Premio speciale della giria a Sotto le nuvole di Gianfranco Rosi (Italia). Francamente, il premio meno comprensibile del palmarès. Stupefacente l’ascendente che Gianfranco Rosi esercita ogni volta sulle giurie dei festival: Leone d’oro una decina di anni fa a Venezia per Sacro GRA, Orso d’oro a Berlino con Fuocoammare, adesso questo premio speciale per un suo docu assai narrativizzante su/intorno a Napoli, anche se su quale Napoli non è ben chiaro. Per un po’, con quelle immagini e parole (tante) su museo archeologico, allarmi vesuviani, terremoti pur a bassa intensità, incursioni in vari siti archeologici, catacombe ancora intatte e tunnel di tombaroli si ha l’impressione che Rosi, in un perentorio bianco e nero che sui grandissimi schermi di Venezia ha fatto la sua figura, voglia tracciare una mappa psico-storico-geografico-antropologica della Napoli nascosta, remota, sprofondata nella terra e nei secoli e millenni, una Napoli ctonia ai confini degli inferi. Ma è solo un’impressione. Una supposizione che lo spettatore si fa per rintracciare un senso, una coerenza in quel che vede, per costruirsi un frame mentale in cui immettere quel vorticare di immagini, luoghi, situazioni. E però allora come far rientrare in un simile quadro il maestro con le sue lezioni agli scugnizzi? E cosa c’entrano mai le montagne di granaglie nei cargo provenienti dal porto di Odessa? Poi come sempre in Rosi quell’eccesso di epicità, quell’enfasi, quella grandeur, quella monumentalizzazione anche del minuscolo quitidiano. Più che un viaggio nel reale e cinema del reale Sotto le nuvole sembra (dico che sembra, non che lo sia) la messa in scena della realtà o una sua ridondante simulazione. Dialoghi assai poco naturali, messe in quadro perfette, troppo. Certo, ci sono parti assai belle, come quella nel Museo Archeologico con una curatrice che sa trovare le parole giuste per comunicarci le meraviglie custodite nelle gallerie o nelle cantine (la parte dei reperti delle varie epoche confusamente ammassati nei sotterranei è sensazionale). E le telefonate ai vigili del fuoco danno vita a una comedia napoletana assai riuscita. Ma non bastano a fare di Sotto le nuvole un film da premio speciale della giuria.
Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente a Luna Wedler per Silent Friend di di Ildikó Enyedi. Una beffa: un premio rispettabile ma minore al film tra i migliori del concorso, certo la vera sorpresa di Venezia 82. Anche se la regista ungherese Ildikó Enyedi aveva già vinto alla Berlinale l’Orso d’oro con Corpo e anima, è stato il successo unanime a Venezia con Silent Friend – L’amico silenzioso a consacrarla. Applausi convinti alle proiezioni stampa, altrettanto a quelle con il pubblico. Silent Friend meritava il Leone d’oro, altroché. Un film come non se ne sono mai visti, che avvolge i suoi personaggi (dislocati in tre epoche diverse – primo Novecento, primi anni Settanta, oggi – ma sempre nello stesso posto, l’università tedesca di Marburg) in un’atmosfera tra l’onirico, lo psichedelico, il minuziosamente realistico trasfigurato in surrealismo magico. Storie in cui i personaggi sono in un modo o nell’altro tutti studiosi o appassionati di botanica o connessi a quel mondo vegetale che ai loro occhi costituisce una biosfera dotata di sensibilità propria, di una sorta di intelligenza naturale. Detto così, sembra una follia. Ma Ildikó Enyedi è talmente abile da immergere tutti noi nella sua visione, da farci cerdere che davvero un geranio possa amare e immalinconirsi o che un gingko biloba abbia cuore e anima – ce n’è uno gigantesco nell’orto botanico dell’università, ed è lui il vero protagonista, l’amico silenzioso del titolo, il perno intorno a cui ruotano vite e destini, il testimone apparentemente impassibile ma partecipe. Un film di cui si parlerà molto. Ecco, il vero torto della giuria non è stato il non aver assegnato il Leone d’oro a The Voice of Hind Rajab, ma quello di non aver riconosciuto il valore di Silent Friend. E se la sua regista, l’ungherese Ildikó Enyedi, ha molto da lamentarsi, cosa dovrebbe dire mai il povero Ozon, per l’ennesima volta ignorato in sede di palmarès anche se a Venezia ha portato uno dei suoi film migliori? Non era facile misurarsi con un libro-totem del Novecento come Lo straniero (forse sarebbe meglio dire L’estraneo) di Albert Camus e invece missione compiuta. Al contrario di quanto hanno scritto in molti (l’antipatia, anzi l’ostilità per Ozon è un sentimento che accomuna le varie generazioni di recensori), L’étranger non è un’illustrazione calligrafica, formalista e inerte del romanzo, ma una sua acuta eppure assai rispettosa rilettura. Con un Ozon che senza darlo troppo a vedere – in qualche modo ipnotizzando lo spettatore con lo sfolgorio delle immagini – fa affiorare e rende visibili quelli che in Camus erano dei sottotesti, dei contenuti accuratamente celati: il feroce colonialismo dei francesi in Algeria e l’omosessualità non detta e forse inconsapevole ma non per questo meno determinante del protagonista Meursault.
(Tra i dimenticati del palmarès anche il Park Chan-wook del truculento-chic No Other Choice: anche questo, un film che dopo Venezia potrebbe fare molta strada).