Il palmarès dei doppi. Due premiati ex aequo per la regia. Premio miglior interpretazione femminile alle due attrici di Soudain di Hamaguchi. Specularmente, miglior interpretazione maschile ai due ragazzi di Coward di Lukas Dhont. Non bastasse, uno degli ex aequo per la regia va alla coppia Calvo-Ambrossi dell’amato-e-odiato insomma divisivo La Bola Negra. Da perderci la testa, tutti questi riconoscimenti moltiplicati per due. Un po’ la testa devono averla persa anche gli organizzatori della serata che si sono dimenticati di preparare-consegnare la targa a Pawel Pawlikowski per l’ex aequo con i due esuberanti ragazzotti iberici (che sono sembrato come i villici capitati per caso al ballo dell’imperatore). Ma andiamo con ordine con il palmarès.
Palma d’oro
Fjord di Cristian Mungiu
Bene, benissimo così. Gran film, piacerà a tutte le latitudini perché racconta una storia universale. E la racconta assai bene, senza enfasi, senza retorica e caricare troppo sui sentimenti. Con la giusta pietas verso una coppia di poveri genitori cui le autorità norvegesi tolgono i figli (ricorda qualcosa? sì, la vicenda nostra della famiglia nel bosco abruzzese). La seconda Palma per Mungiu dopo quella ormai storica di 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni che fece scoprire al mondo il nuovo cinema rumeno.
Grand Prix della giuria
Minotaur di Andreï Zviaguintsev
Come Fjord era nel drappello dei favoriti. Riconoscimento ineccepibile. Minotaur riesce a trasformare un misfatto di famiglia in allarmante sintomo della violenza contemporanea. Il minotauro, il mostro che pretende sacrifici umani, è qui esplicitamente la Russia neocoloniale e neoimperiale che invade sottomette uccide. Nel suo speech di ringraziamento il regista, russo ovviamente emigrato (il film l’ha dovuto girare in Lettonia), chiede al “Presidente della Federazione russa” di smetterla con la guerra. Il discorso politico più forte è coraggioso della serata, che potrebbe costare l’ostracismo a chi l’ha fatto. Applausi fragorosi.
Premio della regia (Peix de la mise en scène)
ex aequo a:
La bola negra di Javier Calvo e Javier Ambrossi
Fatherland di Pawel Pawlikowski
Un premio che di fatto ha disinnescato la bomba La bola negra, che pubblico e parte della critica avrebbero voluto Palma d’oro. Vince solo un ex aequo ed è giusto così. I due ragazzacci, Los Javis del nuovo rampante cinema spagnolo, hanno avuto anche più di quello che si meritavano. A rimetterci nel pareggio se mai è Pawlikowski, che non è mai stato così vicino alla Palma d’oro e che anche stavolta se l’è vista soffiare all’ultimo secondo. Ma il suo film resterà. L’altro, La palla nera, avrà una fiammeggiante stagione di successi in tutto il mondo e in tutti i premi, poi (credo) si spegnerà.
Premio della giuria
The Dreamed Adventure (L’avventura sognata) di Valeska Grisebach
L’unica vera sorpresa del palmarès. Ultimo film in concorso, amato da pochi (mi metto tra questi) per la sua estenuante lunghezza, due ore e mezzo a seguire una signora che vaga perlopiù di notte sul confine estremo della nostra Europa, tra Bulgaria e Turchia. Laddove le buone intenzioni e l’ordine di Bruxelles lasciano il posto a ogni forma di latrocinio e lurido mercato. Dove, in un vuoto di controllo e di legalità, imperano i clan mafiosi che lucrano sul contrabbando di ogni possibile merce, compresa quella umana dei poveri rifugiati. Un film ipnotico che adotta una forma ibrida tra narratività e cinema documentario. Firmato da un’autrice tedesca con forse una qualche radice, visto il nome, in Bulgaria, operante da molto tempo nel cinema. E che ha fatto parte nei primi anni zero, con i più famosi Christian Petzold, Maren Ade e Angela Schanelec, della cosiddetta Scuola di Berlino. Qualche anno fa di lei si era visto qui a Cannes a Un certain regard il bellissimo Western, sempre ambientato nelle desolate lande bulgare. Adesso questo film che spero segni la sua consacrazione. Sul palco ha chiamato giustamente a condividere con lei il premio Yana Radeva, grandissima protagonista di The Dreamed Adventure.
Premio della migliore interpretazione femminile
Virginie Efira e Tao Okamoto per Soudain di Ryusuke Hamaguchi
Premio presentato da Pierfrancesco Favino: un pezzullo di Italia a Cannes, finalmente. Peccato che la conduttrice lo abbia chiamato Piero Francesco Favino. Ma veniamo al riconoscimento. Come sempre, quando si premiano due attori o attrici dello stesso film uno/una se lo merita e l’altro/l’altra no. L’altro lo vince a traino, diciamo così. In questo caso il premio sarebbe dovuto andare solo a Virginie Efira, vero motore di un film di tre ore e un quarto, Soudain, in cui è eroicamente sempre in scena (parla perfino giapponese in una sequenza lunghissima). La elegante e algida giapponese Tao Okamoto fa la sua parte, come no, ma non non c’è paragone con la performance totale (anche fisica) di Efira. Comunque quando si è fatto il loro nome s’è capito che anche stavolta Ryusuke Hamaguchi era stato silurato per la Palma d’oro, visto che si può dare un solo premio allo stesso film (esattamente come già gli era sucesso qui a Cannes con Drive My Car quando al posto della Palma, andata sciaguratamente a Titane, gli diedero il premio alla sceneggiatura. O forse era alla regia, non ricordo bene).
Premio per la sceneggiatura
Emmanuel Marre per Notre Salut
Bene così, anche se Notre Salut – la parabola esemplare di un piccolo uomo qualunque collaborazionista nel regime di Vichy nonché bisnonno del regista – avrebbe meritato qualcosa di più consistente. Una delle sorprese del concorso. Una storia privata di famiglia che è anche confronto con la Storia. Film di una complessità e sottigliezza di scrittura e messa in scena che lo rendono arduo, poco commestibile e spendibile sul mercato, ma anche infinitamente interessante. E necessario. Spero arrivi in Italia, c’è bisogno di un cinema come questo.
Prenio per l’interpretazione maschile
Emmanuel Macchia e Valentine Campagne in Coward di Lukas Dhont
Non sono un grande estimatore del cinema laccato e sempre un po’ troppo biondo-ariano del belga Lukas Dhont. Ma devo ammettere che Coward è un buon film, il suo migliore, dove tematizza in modo per niente scontato l’omosessualità maschile. Affondandola nel contesto della prima guerra mondiale, dei massacri e delle trincee, riesce a dirci qualcosa sull’amore tra uomini che non sia la solita predica queer political-corretta (quella che impiomba per esempio un film-manifesto iperdimostrativo come La bola negra). Quanto ai due attori, che sono ovviamente in Coward – sta in questo caso per chi diserta – una coppia di soldati innamorati: il premio sarebbe dovuta andare solo a Valentin Campagna, un istrionico attor giovane che mi ha ricordato per certi suoi funambolici e beffardi travestimenti Paolo Poli. Emmanuel Macchia fa quello che deve fare: il bel ragazzo. Ma basta per avere un premio a Cannes anche se a metà?
Caméra d’or
(il premio opera prima tra i film d’esordio di tutte le rassegne cannensi, non solo il Festival ma anche Quinzaine e Semaine)
Ben’Imana di Marue Clémentine Dusabejambo
Film, presentato a Un certain regard, sulla complicata pacificazione nel Rwanda post-genocidio dei Tutsi con al centro una figura, l’ennesima in questo e altri festival, di donna che non si lascia facilmente piegare. Di più non saprei dire, perché me lo sono perso. Avevo preso il biglietto, ma si sovrapponeva al film di Bruno Dumont alla Quinzaine e ho dovuto scegliere. Ho scelto Dumont.