America latina dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo, Rai 5, ore 21:22, martedì 2 giugno 2026.

Resto dell’idea che i D’Innocenzo, benché così poco amati da buona parte dei nostri critici (ma perché poi?), siano tra gli autori più interessanti e coerenti e meno omologati del cinema italiano. Ostinatamente orientati su un fare cinema spigoloso, per niente accondiscendente verso lo spettatore, che mira più a destabilizzare e turbare che a sedurre e a piacere. Un cinema programmaticamente della sgradevolezza, anche del laido, non così lontano da certi nomi come Haneke o Lanthimos (il primo Lanthimos almeno, non ancora coronato dagli Oscar). Mai davvero accettati, Damiano e Fabio D’Innnocenzo, nonostante il favore ccon cui venne accolto a suo tempo alla Berlinale il loro Favolacce, nonostante abbiano realizzato con Dostojevsky a mio parere la miglior serie italiana di sempre. Questo America latina, in concorso a Venzia 2021 e lì malmostosamente accolto, va rivisto con attenzione e rivalutato. Un quadro livido di psicopatologia in giallo non lontano da certi classici di Hitchcock o di Brian De Palma. Siamo a Latina (il Lazio oltre Roma, ovvero una sorta di periferia romana espansa, è luogo tipicamente alla D’Innocenzo, da loro trasfigurato in un’astratta terra desolata). Qui abita con la famiglia, moglie e due figlie, il protagonista Massimo Sisti, titolare di uno studio dentistico. Un giorno scendendo in cantina scopre una ragazzina prigioniera. Chi è? Chi l’ha ridotta così? Dove si nascondo il colpevole? E parte un thriller nei labirinti della mente e dell’anima. Oltre che dei corpi feriti, mutilati, umiliati, ridotti a cosa. Un incubo in cui man mano si cancellano i confini tra lucidità e delirio, tra realtà e fantastico, che i D’Innocenzo sanno condurre con una sapienza degna di tanto cinema della paura e delle psicopatie non-italiano (il genere non è mai stato molto praticato dalle nostre parti, ricordo tra i pochi precedenti Un’anima persa di Dino Risi, non a caso mai riconsciuto tra le sue cose più riuscite). Elio Germano gran protagonista.
Una sterminata domenica di Alan Parroni, Rai 5, ore 22:50, martedì 2 giugno 2026.

Presentato alla Mostra di Venzia, sezione Orizzonti, nel 2023 e, se ricordo bene, anche vincitore di un premio. Un promettente esordio, rivelatore di un talento certo, benché imperfetto e sbilanciato verso un formalismo prevaricante. Alan Parroni stupisce con questo film girato come un esercizio visuale estremo, al limite della videoart più che del cinema-racconto. Dove il vorticare delle inquadrature, il loro incastrarsi e incatenarsi secondo analogie e rime più visuali che di contenuto, è talmente radicale da lasciare disorientati e allontanare lo spettatore meno propenso all’avventura del guardare. Una dilatazione visionaria che pure e quasi per paradosso si applica a un racconto di per sé strettamente naturalistico e neorealistico su tre ragazzi perduti. Borgatari si sarebbe detto in tempi pasoliniani, ora ragazzi in guerra per sopravvivere e trovare un posto in un mondo che non è mai a loro misura. Si muovono in una periferia lontana di Roma, in una landa desolata non così dissimile da quelle in cui i D’Innocenzo affondano le loro storie. Brenda e Alex stanno insieme o forse no. Brenda, diciannove anni, aspetta un bambino, Alex è il padre. Passano i giorni e le notti con il loro amico Kevin, in un triangolo continuamente mobile che si ridisegna sotto la pressione ora delle necessità materiali, ora del desiderio o del caso. La macchina da presa di Alan Parroni li insegue sublimandone le traiettorie in un cinema altamente stilizzato e puro che non cancella la densità e la matericità di tre vite dfficili. Tra i produttori figura a sorpresa anche il nome illustre di Wim Wenders.
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