
Backrooms di Kane Parsons. Tratto da una webserie di Kane Parsons, sceneggiato di Will Soodik. Con Chiwetel Ejofor, Renate Reinsve, Mark Duplass. Voto 7/8


Una indie-major ormai assai potente e in grado di imporre sul mercato prodotti non omologati al mainstream (o a quello che era il mainstream), A24, incarica un ragazzo di 20 anni esatti, sì 20 anni, di realizzare-dirigere un film tratto da/ispirato a una serie di brevi video horror da lui immessi a partire dal 2022 sul web. Una ventina di short movies a loro volto derivati da una precedente proliferazione di video diffusi in rete secondo le modalità di quel fenomeno detto creepypasta (“il termine indica storie brevi, leggende metropolitane o immagini inquietanti create e diffuse dagli utenti su internet, che vengono poi ampliate dalla community”: AI Overview).
Il film è Backrooms, il regista ragazzino si chiama Kane Parsons, americano naturalmente. Arrivato in sala lo scorso giovedì, alla fine del primo weekend di programmazione in Italia ha incassato oltre 2 milioni di euro. Negli stessi giorni in America è arrivato a 82 milioni di dollari e nel mondo a 118, cifra statosferica (se commisurata ai costi piuttosto contenuti di produzione, distribuzione e marketing). Ce n’è abbastanza per parlare del caso Backrooms. Per com’è nato (da storie horror alimentate sul web da una community e poi ridefinite e rilanciate da un Parsons allora sedicenne). Per gli incassi che nessuno si aspettava. Per come sta riuscendo a convogliare al cinema un pubblico di teenager e young-adult altrimenti refrattari alla sala.
Ma la peculiarità sta anche nella sua costruzione o decostruzione narrativa, nell’estetica, nel procedere o retrocedere per accumuli, svrapposizioni, sottrazioni, ripetizioni, dilatazioni, per disorganizzazione di frammenti che non pervengono mai a un insieme di una qualche coerenza. Forse è una nuova frontiera del cinema, forse questo non è più cinema se non per gli spazi in cui è proiettato e per i suoi modi di produzione. Forse è inutile e perfino patetico porsi di fronte a questo film e al suo germinare stanze infinite sul retro (retro di cosa poi?) domande cui non è data risposta e bisogna solo guardarselo senza cercarvi una qualunque ratio.
Anche solo tentare una sinossi non è semplice. Se all’inizio Backrooms sembra promettere una qualche forma di racconto, poi si frantuma in una serie di corpi visivi disarticolati. O forse no, forse c ‘è un disegno sotteso ma a noi che non siamo degli iniziati ne viene preclusa la comprensione, come nei misteri antichi. All’inizio, in un specie di citazione di The Blair Witch Project, vediamo un found footage ripreso in soggettiva acceelerare progressivamente verso un picco di paura: guardano il video alcuni tecnoscienziati in un laboratorio non precisato. Entra in scena quello che sarà il protagonista, ammesso che in una simile sconnessione si possa parlare di un personaggio guida: il suo nome è Clark, un architetto mancato ora proprietario di uno store di arredi alquanto sgarruppati in una qualche parte della California e chissà perché chiamato Impero Ottomano (forse per la gran quantità di sofà-ottomane?). Rivediamo poi Clark (il Chiwetel Ejiofor di 12 anni schiavo) come paziente di una psicologa di nome Mary Kline (citazione dell’allieva di Freud Melanie Klein?), una di quelle terapeute pop che promettono ai pazienti miglioramenti istantenei, eppure neanche lei riesce a sciogliere i grovigli nevrotici di Clark, devastato dalla frustrazione professionale e dai postumi del suo divorzio.
Tornato all’Impero Ottomano, Clark scopre che una parete è penetrabile: la attraversa e si ritrova in uno stanzone immenso che sembra (almeno così è sembrato a me) l’opposto speculare dello showroom, con gli stessi mobili non più al loro posto ma caoticamente affastellati. Cos’è? La rappresentazione del freudiano e/o junghiano inconscio? Di quella parte di noi che sfugge al controllo della nostra coscienza, non ancora organizzata e ordinata dal nostro Io sovrano? Macché. Il regista ragazzino non ha alcuna intenzione di inoltrarsi nella selva di ostici simbolismi pasicanalitici. Quella backroom non sta a significare altro che sé stessa, l’inizio di un labirinto “sul retro” che Clark esplora passando attraverso porte, griglie, pertugi che si aprono a loro volta su altri corridoi paurosi e altre porte misteriose, in un percorso alla Escher che pare (pare) portarlo al punto di partenza. Ma non è così semplice. E a questo punto meglio non dire di più.
Per una ventina di minuti tu spettatore ti illudi che prima o poi quanto vedi acquisti una senso, obbedisca a una qualche logica. Ma gli autori (il regista-ragazzino Kane Parsons e lo sceneggiatore Will Soodik) frustrano ogni tuo sforzo di interpretazione. Le stanze segrete continuano a moltiplicarsi generandone altre all’infinito e altre ancora. Ogni tanto in questa vertigine emergono tracce di realtà oltre le backrooms, realtà precedenti o successive (mentre quello che stiamo vedendo è datato all’anno 1990): come i traumi infantili della psicanalista Mary, ostaggio di una madre paranoica. O gli squarci su un laboratorio hi-tech di un’azienda di cui non ci viene fornita nessuna coordinata.
La speranza in una soluzione del garbuglio si riaccende quando Mary Kline, non vedendo più tornare nel suo studio il paziente Clark, corre a cercarlo e, arrivata al fatale showroom Impero Ottomano, anche lei trapassa la parete e si ritrova intrappolata nel labirinto delle backrooms. Per un momento ho ingenuamente pensato, da spettatore che ha visto troppo cinema, che la scelta di assegnare il personaggio femminile di Backrooms alla meravigliosa norvegese Renate Reinsve (l’attrice del momento: Fjord, da lei interpretato, ha appena vinto a Cannes la Palma d’oro) fosse una precisa e consapevole citazione di Io ti salverò di Hitchcock: Reinsve è scandinava esattamente come la Ingrid Bergman di quel capolavoro, come lei interpreta una psicoterapeuta. Sicché ero sicuro che anche lei, come la Bergman con Gregory Peck, riuscisse a guarire il suo paziente e fornire a noi una griglia interpretativa del puzzle. Invece pure questa pista si rivela senza uscita. Non resta che accettare il mistero e continuare a guardarsi Backrooms come una sequenza di visioni insieme angosciose e di ipnotica bellezza, una bellezza che, nel suo abitare spazi immensi e vuoti ora ordinati in meandri senza fine ora sovrapposti a creare giganteschi falansteri, richiama l’incanto e la minaccia sospesa di certa pittura metafisica. Mentre vengono in mente altri nomi, possibili numi tutelari del genietto Kane Parsons: Lynch ovviamente, Kafka ancora più ovviamente, Borges, Polanski (quello di Repulsion soprattutto). Ma probabilmente sono nomi che il ragazzo non ha mai sentito, solo proiezioni di noi cinefili che ci ostiniamo a pensare che sia possibile tracciare una guida al cinema e al mondo. Invece Kane Parsons ci costringe a guardare il cinema per quello che (forse) è. Un gioco di specchi, un’illusione, un enigma insolubile, un inganno, una macchina celibe, un significante senza significato.
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