Allora balliamo (Partir un jour) di Amélie Bonnin. Con Juliette Armanet, Bastien Bouillon, Dominique Blanc, François Rollin, Tewfik Jallab, Mhamed Arezki. 2025. Al cinema da giovedì 18 giugno 2026.
Esce solo adesso nelle nostre sale il film che ha aperto Cannes 2025. Cinema con canzoni e balli che si rifà al magistero di Jacques Demy (e a Parole parole parole di Alain Resnais): per raccontare di una chef stellata alle prese con una gravidanza non voluta e vari tormenti esistenziali. La terapia sarà (forse) il ritorno al borgo natio. Un film dotato di una sua indubbia grazia e onestà. Voto 7+
Ripubblico la recensione scritta a Cannes 2025.
Chissà cosa avrà spinto i selezionatori e il delegato generale, Monsiuer Frémaux a scegliere come apertura di Cannes 2025 l’opera prima di una regista francese, Amélie Bonnin, conosciuta tutt’al più dai cinefili suoi concittadini per aver vinto un César con un corto di cui questo Partir un jour è la versione espansa e con parecchie novità (la principale: il protagonista maschio di allora diventa qui una donna di trent’anni e qualcosa). Mossa rischiosa, che non ha del tutto pagato. Alla fine della proiezione stampa di martedì sera alla Debussy scarsi applausi perlopiù di cortesia e molti sbuffi di noia e fughe precipitose dalla sala a significare con il rozzo linguaggio del corpo: “non se ne poteva più”. Anche la stampa non ha urlato al miracolo, anzi. Un mammasantissima della critica internazionale come Peter Bradshaw del Guardian esagera nella stroncatura dandogli solo una stella su cinque, e dire che di solito Bradshaw è piuttosto indulgente.
È che questa è opera molto francese, oltretutto con inserti musicali di pop songs, pardon chansons, certo popolarissimi in patria ma pressoché ignoti fuori dai confini. Nella sfera dell’egemone anglofonia chi volete che riconosca un vecchio hit di Dalida o percepisca i molti rimandi a abitudini, vezzi, dati di antropologia minima e quotidiana strettamente legati al “territorio” di cui il lavoro della Bonnin abbonda. Non poteva funzionare con una platea transnazionale e difatti ha scarsamente funzionato.
Peccato. Al di là di qualche vistosa falla, Partir un jour è un film che, se guardato senza pregiudzi, si lascia voler bene, onesto com’è nel raccontare quella Francia profonda che-non-è-Parigi, stavolta non a Sud ma a Est, direzione Strasburgo o Colmar m’è parso di capire. Facce giuste, una presa diretta sulla real life senza affettazione né retoriche populiste, e al centro una donna quasi quarantenne raccontata nei suoi dubbi e anche tormenti, ma senza quel lamentìo di tanto cinema al femminile odierno.
Realismo, questa è la parola. Quello ora poetico ora no che da sempre è inscritto nel genoma del cinema di Francia. Solo che oggi limitarsi alla tranche de vie sembra povera cosa a chi il cinema continua a farlo: resistono nomi come Guédiguian, ma se si va giù d’età ecco un nugolo di autori e autrici che aborrono il realismo tradizionale in quanto appiattimento e banalizzazione delle potenzionalità del cinema. Sicché lo si ibrida con il fantastico, l’onirico, il surreale o si ricorre agli ormai famigerati generi (non se ne può più), horror e crime in testa. Il caso di Bird di Andrea Arnold, qui a Cannes l’anno scorso e uscito solo da poco nei cinema italiani, è in questo senso esemplare, per come il racconto della consueta piccola umanità degli squallidi suburbia britannici della regista stavolta trascolori nel fiabesco. Amélie Bonnin sceglie invece un’altra strada per fuoruscire dalle maglie del realismo o per muovercisi dentro con scioltezza, quella del musical o meglio del cinema con musiche e canzoni. Sulla strada aperta a suo tempo da Les Parapluies de Cherbourg di Demy con la storia cantata di un amore bruciato dalla guerra d’Algeria, dalla Storia, vale a dire la realtà nella sua versione più ferrea. Ma Amélie Bonnin tiene d’occhio, come già aveva rilevato Frémaux nella conferenza stampa di presentazione della Selection officielle, ancora di più l’incantevole On connaît la chanson di Alain Resnais, in Italia Parole parole parole. Usando il dispositivo delle chansons più conosciute per far dire ai suoi personaggi quello che altrimenti tacerebbero per pudore, per reticenza a rivelare troppo i sé. Ma con Partir un jour Bonnin tenta un’altra impresa ad alta difficoltà, la riesumazione del cinema popolare francese, con i suoi maschi rudi ma onesti e affidabili alla Jean Gabin: diventando una tra le poche registe oggi sulla faccia della terra che guarda al mondo degli uomini senza astio, se mai con curiosità, partecipazione e sincera voglia di capire. A Bonnin interessano i riti virili, le serate sceme a fare casino, le tamarrate su moto rombanti, le sfide di skateboard. Con tanto alcol, tirando tardi in bettole ignobili per poi magari fiondarsi la mattina senza aver dormito al lavoro in officine grondanti olio malelodorante e ruggine. Roba che la regista di Partir un jour ci mostra senza spocchia, gettando l’ombra della critica quando serve ma astenendosi dalle solite litanie contro/sulla mascolinità tossica. Vengono in mente, in questo esplorare da donna l’universo degli uomini, la Claire Denis di Beau Travail, la Lola Quivoron del notevole Rodeo (era a Cannes-Un certain regard 2022), le sorelle Coulin di Jouer le feu.
Ma questo film di minuto realismo (che rasenta qua e là il bozzettismo e l’accumulo di cliché) pone comunque al centro e alla convergena di ogni intreccio e ramo narrativo una figura femminile, forte quanto è costretta a esserlo ogni donna di questi tempi che aborrono la fragilità e ogni postura che evochi anche solo lontanamente sottomissione al mondo maschile. Donna obbligata a essere forte e dominante, Cécile si approssima ai quarant’anni. Dopo aver vinto l’edizione francese di Masterchef si è trasferita a Parigi per aprire il suo ristorante stellato o che aspira a esserlo, insieme con il fedele compagno di vita e di lavoro Soufiane. Ma scopre di essere incinta, lei, che di figli non ha mai voluto sapere, e da lì comincia la resa dei conti con il suo sé profondo e rimosso. Scappa. Torna a casa, all’Est estremo della Francia, in campagna, dalla mamma e dal padre appena uscito dal quarto infarto. Sono stati loro, tenutari di un ristorante per camionisti, ad avere instillato tra bistecche grigliate e montagne di patate fritte nella figlia la vocazione alla cucina. Sappiamo come vanno questo cose, visto che il ritorno al paesello è un luogo narrativo assai frequentato al cinema. Ritorno che di solito (non) si risolve in amari bilanci esistenziali, incontri-scontri con i genitori, amori giovanili ritrovati ecc. E Partir un jour rientra pienamente nello schema.
Amélie Bonnin imbastisce un film inseme classico e allineato a nuovi o seminuovi giovanottismi autoriali, sicché rigorosamente macchina a presa mobile e prensile anzi “vibratile”a scrutare personaggi, cose e contesti, montaggio nevrotico a mimare la frenesia ansiogena dominante. Pochi o zero manerismi, invece molta freschezza e una certa grazia. Le canzoni cantate e spesso ballate non sono un ricalco pedissequeo degli originali, vergono calate invece nella geografia esistenziale dei personaggi assumen do unr ruolo narrativo (solo in un paio di oacasioni si avverte una certa gratuità). Ho riconosciuto Alors on danse, il pezzo che fece conoscere Stromae (ma dov’è finito?) e due storiche hit di Dalida, Paroles paroles paroles (cantata in parte anche in italiano) e la davvero straziante Mourir sur scène, canzone testamentaria della star italofrancese. E qui a cantarla mestamente è il padre di Cécile pelando patate davanti al pentolone, a ribadire la sua volontà, nonostante gli infarti, di continuare fino alla fine a lavorare nel suo ristiorante. Sulla scena, con la figlia che appartata se ne sta ad ascoltarlo. Ed è una sequenza meravigliosa, forse il picco di un film che merita di più degli stenti applausi di Cannes.
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