
Fuze – Conto alla rovescia di David Mackenzie. Con Aaron Taylor-Johnson, Theo James, Sam Worthington, Gugu Mbatha-Raw, Saffron Hocking, Honor Swinton Byrne.
Grande e onesto cinema di genere (qui siamo nel caper movie, il film di rapina) come ormai non se ne vede più in sala. Un tuffo nel cinema popolare di un tempo, ottimamente scritto e diretto, senza cali di tensione, attori giusti al posto giusto. Aaron-Taylor Jones ha il Dna della vera star. Cosa si aspetta a fargli fare il nuovo Bond? Voto 7 e mezzo
Non sono un nostalgico. Ma vedendo questo film mi sono sentito catapultato all’indietro agli anni Settanta, agli anni Ottanta, quando andando al cinema ci si sentiva parte della comunità degli spettatori. Un corpo quasi mistico che inglobava platea e galleria. E insieme ci si divertiva o annoiava. Esperienza oggi impossibile davanti a uno schermo, oggi che la fruizione si è frammentata ed è diventata individuale fino all’autismo, tutt’al più si può provare qualcosa di simile in un concerto (lasciamo perdere le adunate politiche). A precipitarmi in questo allucinatorio eppur piacevole ritorno al passato è stato, semplicemente, questo film britannico, Fuze. Film che sembra appartenere a quegli anni per come ha l’obiettivo di intrattenere senza volere essere altro (arte, impegno, esercizio di stile, scommessa narrativa, sperimentazione ecc.), che è esattamente ciò che mostra di essere, un onesto film di genere (in questo caso il caper o heist movie, colpi e rapine perlopiù ingegnose con fughe adrenaliniche) come quelli per platee che un tempo si dicevano domenicali: vaste, popolari, intergenerazionali, dove sentivi il pubblico partecipare e trattenere il fiato. Film di mestiere, progettati con cura, con sceneggiature scritte da professionisti, con interpreti tutti in parte, anche nei ruoli minori. Opere perlopiù maschili, per via del cast all-men e in quanto celebranti i valori virili dell’audacia, dell’amicizia tra pari. Ecco, Fuze ripropone tutto questo, con solo i necessari aggiornamenti allo spirito del tempo e dunque donne in ruoli tradizionalmente solo per uomini (la capa della polizia incaricata di seguire il disinnesco dell’ordigno trovato in centro a Londra) e cast multietnico a riflettere – come le squadre europee di calcio che vediamo ai mondiali – il melting pot dell’Occidente. Fuze non è un capolavoro, ma è cinema glorioso come ce n’è poco ormai, anche perché cose come queste vanno dritte su piattaforma e in sala non attirano più il pubblico al di sotto dei 50 anni (e sto largo nel definire la soglia d’età). Oggi il caper movie non usa più su grande schermo, lo spettatore giovane-e-popolare diserta mentre compra il biglietto per ogni robaccia horror, basta che grondi sangue, e io fatico a capire il perché (non mi riferisco a cose buone come Backrooms, ma all’horror più lurido, alla bassa macelleria). Difatti Fuze, pur benevolmente accolto dai recensori e potendo contare su un buon passaparola, non è mai entrato nei quartieri alti della pur asfittica, per cifre, top ten italiana degli incassi. E su scala globale vedo che ha incamerato la miseria di 5 milioni di dollari. Eppure che bel film. Non un capolavoro, però avvincente come pochi ultimamente. Con qualche falla (di racconto) qua a là, ma che importa.
Paddington, Londra. Viene scoperto in una cantiere un grosso ordigno inesploso della seconda guerra mondiale. L’area viene recintata e evacuata, mentre una squadra di artificieri al comando del maggiore (un tipo, scopriremo, assai tormentato) Will Tranter si mette al lavoro. Dalla centrale operativa sovrintende e controlla la brava poliziotta Zuzana Greenfiel cui niente sfugge, e infatti da una traccia termica (o luminosa?) che non dovrebbbe esserci – l’elettricità è stata tolta in tutta la zona – intuisce che qualcosa di anomalo sta succedendo. Vediamo un gruppo di uomini in tuta da lavoro introdursi in una cantina e da lì in un tunnel: non ci vuole molto a capire che il loro obiettivo è il caveau di una banca arabo-mediorientale (un dettaglio, questo, non secondario): mentre restiamo con il fiato sospeso chiedendoci se la bomba scoppierà e se i bravi artificieri, gli eroi cui ormai ci siamo affezionati, ne usciranno indenni. Rivelare quanto segue sarebbe un delitto, anche se ai tempi dei glioriosi caper anni Sessanta e Settanta i critici non si facevano scrupoli a spoilerare e nessuno protestava (la delusione da spoiler è oggi un trauma dei più temuti, ma si può?). Quello dei rapinatori all’opera è solo il primo di una serie di twist e colpacci di scena, in un film dove niente è uguale a quello che sembra, dove i ruoli tra buoni e cattivi, tra campioni della legalità e banditi si scambiano con una fluidità quella sì in linea con lo Zeitgeist contemporaneo. Anche lo spettatore più smaliziato che tante ne ha viste verrà colto di sorpresa da sottofinale e finale ‘unpredictable’. È nella sua parte centrale, quando i rovesciamenti si susseguono velocemente e con qualche confusione di troppo, che Fuze mostra delle crepe. Ma il resto è cinema di mestiere e classe superiori. Regia che non perde colpi e non si perde in bellurie inutili, un montaggio da action insieme classico e contemporaneo, niente cali di tensione, interpreti impeccabili, con due attori che hanno il Dna delle star di un tempo, Aaron Taylor-Jones, meraviglioso (sono anni che lo si dà come possibile nuovo Bond: basta con gli indugi, fategli firmare il contratto e non se ne parli più) e Theo James. Si ammira, nonostante la parte alquanto di maniera (la brava poliziotta-capo), l’eleganza aristocratica di Gugu Mbatha-Raw. In un personaggio collaterale c’è anche Honor Swinton Byrne, figlia di Tilda (erano insieme, mamma e figlia, nel dittico The Souvenir di Joanna Hogg, gran successo arthouse nell’anglosfera, mai arrivato credo in Italia).
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