Qualche giorno fa, recensendo Spider-Man: Brand New Day, davanti al nome del regista ho avvertito un senso di déjà entendu. Dopo un rapido controllo su Google scopro che Destin Daniel Cretton, allora solo Destin, aveva presentato al festival di Locarno 2013 in concorso il suo Short Term 12. E a Locarno quell’anno c’ero, avevo visto il film e lo avevo epure recensito su questo blog (trovate la rece qui sotto). Sinceramente non ricordo Cretton alla conferenza stampa che sempre accompagna la presentazione dei film, ma ricordo molto bene il premio assegnato in finale di festival all’attrice di Short Term 12 Brie Larson, allora pressoché sconosciuta. A ripensarci adesso c’è da restarci sbalorditi: Short Term 12 era un minuscolo film indie a basso, bassissimo budget già presentato, prima di Locarno, al texano SXSW di Austin, festival talmente indipendente e di margine che al confronto il Sundance sembra una vetrina di blockbuster e prodotti mainstream per casalighe. A partire da quel film Cretton invece ha incredibilmente scalato tutti i gradini, dal più basso al più alto in termini di impegno produttivo, del sistema cinema arrivando a dirigere un blockbuster che nelle sole prime due settimane ha incassato due miliardi di dollari e potrebbe battere il record di incassi di ogni tempo. Incredibile per noi europei e soprattutto noi italiani (che ci ostiniamo a mantenere idealisticamente separati il cinema autoriale dal cinema-industria): una parabola, quella di Cretton, solo americana in cui il perfetto sconosciuto di turno ce la fa ad arrivare in cima grazie al suo talento. Non come dalle nostre dove l’ascensore sociale all’interno – e pure fuori – del sistema cinema è bloccato ai piani inferiori e dove se parti come autore di nicchia tale rischi di restare per tutta la vita.

Destin Daniel Cretton
Si dirà: Cretton per arrivare a Spide-Man avrà dovuto vendee faustianamente la sua anima pura-e-indie, sarà sceso a chissà quali compromessi rinunciando alla propria vocazione. Ora, l’alto budget e gli alti incassi non sono la farina del diavolo (forse per noi, certo non in un paese come l’America fondata su valori Wasp e l’etica protestante secondo cui il successo mondano è segno di virtù morale) e le barriere e le distinzioni tra cinema piccolo e indie e cinema colossale e commerciale sono assai più sfumate di un tempo. Quanto a Cretton: in qualche modo nella sua vertiginosa ascesa qualcosa degli esordi ha mantenuto e portato con sé, l’atttenzione per i turbamenti degli anni adolescenti, l’amaro senso di non appartenenza, il sentirsi esclusi. Short Term 12 racconta di un istituto in cui vengono ospitatu minori variamente disagiati. Tema che, benché depotenziato e privo di ogni spigolosità, torna anche in Spider-Man: Brand New Day nei tormenti del supereroe che tale non si sente e alle prese con crisi di identità e un complicato passaggio verso l’età adulta.
Altri dettagli. Brie Larson, in Short Term 12 al suo prino film da protanista, vinccerà di lì a tre anni, nel 2016, l’Oscar come migliore attrice per Room, poi la Marvel la chiamerà per adffidarle il peronaggio (non fortunatisimo) di Captain Marvel. Come lei anche Destin Daniel Cretton approderà alla corte Marvel -Disney, prima con Shang-Chi e la leggenda dei dieci anelli, adesso con Spider-Man. Destini paralleli quelli tra il regista e la sua attrice. E solo adesso mi rendo conto che tra gli attori di Short Term 12 c’è Rami Malek, allora, 2013, sconosciutissimo: vincerà pure lui l’Oscar, nel 2022 come migliore attore protaginista per Bohemian Rhapsody. Quel piccolo film ultraindiendnete a guardarlo oggi appare l’incubatore di tragitti e carriere allora inimmaginabili. E certo a Lpcvarno nessuno si sarebbe mai azzardato a pronosticare in quel 2013 un risultato del genere. Ultima considerazione: concludevo la mia recensione da Locarno di Short Term 12 (vedi qui sotto) accennando a un’altra produzione indipendente Usa che in quello stesso anno stava suscitando un gran clamore, Fruitvale Station (film che io avevo visto qualche mese prima, maggio 2013, a Cannes nella sezione Un certain regard: la mia recensione). Ricostruzione del terribile caso di cronaca di un afroamericano fermato pretestuosamente e percosso a morte dalla polizia, Fruitvale Station aveva come interprete un allora esordiente o quasi Michael B. Jordan e alla regia un altrettanto sconosciuto Ryan Coogler. Un sodalizio che si sarebbe ricostituiri in altri film fino a Sinners, che quest’anno ha incamerato ben quattro Oscar. Compreso quello di migliore attore a Michael B. Jordan e per la migliore sceneggiatura originale a Ryan Coogler: già entrato pure lui nella scuderia Marvel come regista di Black Panther e sequel. Short Term 12 e Fruitvale Station: traiettorie molto simili per i loro autori e autori. A conferma di un sistema cinema in cui la mobilità non è un sogno perennemente infranto. (Poi, non non sono tanto ingenuo da credere che il sisema Hollywood non abbia dettato a entrambi le sue condizioni e imposto i suoi vincoli; ma almeno per chi fa film è possibile tentare una dialettica tra ragioni personali e ragioni commercial-imprenditoriali).
Ripubblico la mia recensione di allora, agosto 2013, dal Locarno Film Festival di SHORT TERM 12 di Destin Cretton.
Titolo: Molto indie, ma dal cuore deamicisiano
Short Term 12, regia di Destin Cretton. Con Brie Larson, John Gallagher Jr., Kaitlyn Dever, Rami Malek, Keith Stanfield, Kevin Hernandez. Usa. Presentato nella sezione Concorso internazionale.
Due educatori di un istituto di recupero per teenager difficili, le loro storie e quelle dei ragazzi. Film all’apparenza duro e tosto, molto indie, ma dal cuore tenero e deamicisiano. Piacerà molto al pubblico.
Approda a Locarno in concorso questo film indie-americano già presentato con ottimo esito (premio della giuria e del pubblico) all’SXSW Festival di Austin, ormai la più importante cinerassegna made in Usa dopo il Sundance e il Tribeca. Un film di un regista giovane però già assai sapiente, sia nell’uso della macchina da presa (mobile, a mano, a spalla, ma senza esagerare e farci venire i balordoni), sia – ed è quello che più sorprende – nella scrittura e nella messa a punto dei caratteri. Short Term 12 – nome di un istituto correzionale (sarà più politicamente corretto dire di recupero?) per teenager complicati e con reati piccoli e grandi alle spalle – stupisce per l’abilità del racconto e di tessere la sua trama, per la capacità di coinvolgere, anche ruffianamente, lo spettatore. Difficile resistere a questa storia di due giovani educatori, Grace e Mason, alle prese con un pugno di ragazzi e ragazze dalle vite travagliate, dalla psiche scossa, tentati dalla violenza e spesso dall’autodistruzione. Come in quei film sulle scuole di ghetti metropolitani, ne vediamo e sentiamo di ogni, ragazzi costretti da madri prostitute a spacciare, ragazze abusate e avanti col repertorio abbastanza déjà-vu e déjà-entendu delle sfighe minorili. Quando arriva Jayden, una scontrosa e talentuosa ragazzina, la sua storia si incrocerà imprevedibilmente con quella di Grace, e sarà melodramma. Che dire? Sotto la scorza del film giovane, ruvido, sporco e molto indipendente qui c’è un racconto assai tradizionale, e di sentimenti forti e semplici. Diciamola tutta, questo è Cuore, questo è De Amicis, che è la cosa che meno ti aspetteresti da un film che viene dall’SXSW Festival. Piacerà moltissimo al pubblico. In America lo lanciano il 23 agosto e potrebbe ripetere il successo di un altro film indipendente che là sta commuovendo le platee, quel Fruitvale Station visto a Un certain regard a Cannes e uscitone con un premio.

Le foto sono tratte da Short Term 12. In questa c’è anche rami Malek, è il secondo da sinistra.

Il palmarès di quel Locarno 2013. Oltre al premio per Brie Larson, come si vede Short Term 12 ottiene anche una menzione speciale. Pardo d’oro a Albert Serra, premio speciale della giuria a Hong Sangsso. Ottima annata e ottimo palmarès