Al cinema: IN ORDINE DI SPARIZIONE (recensione). Torna il noir scandinavo, con un sovrappiù di grottesco

20141257_1In ordine di sparizione (Kraftidioten), un film di Hans Petter Moland. Con Stellan Skarsgård, Bruno Ganz, Pål Sverre Hagen, Birgitte Hjort Sørensen, Anders Baasmo Christiansen, Gard B. Eidsvold.
20141257_3Norvegia. Un brav’uomo cui alcuni loschi narcotrafficanti han fatto fuori il figlio, si trasforma in una spietata macchina di vendetta. Saranno montagne di cadaveri, lassù tra le nevi. Il regista la punta sul grottesco veterotarantiniano, ma non ce la fa a riscattare l’ovvietà del tutto, anche se qualche buona invenzione c’è, come la figura del boss dandy ossessionato dall’healthy food. Voto tra il 5 e il 6.
20141257_2Siamo dalle parti del noir scandinavo-profondonordico, genere egemone da molti anni in qua nella narrativa bestseller e da un po’ pure al cinema. Molta neve, molto ordine e benessere dietro cui si nascondono il marcio e il vizio e il corrotto, famiglie lustre e perbene e affluenti che han sempre qualche immondo segreto da occultare. Il paradigma Larsson, insomma. Un modello che io, confesso, non ho mai amato e continuo a non amare, soprattutto adesso che si è ossificato in un genere rigido come le temperature di quelle parti. Si dirà (dirà chi l’ha visto), ma questo Kraftidioten non c’entra niente con Larsson. Be’, insomma, sempre dalle parti del noir siamo, anche se spinto parecchio sul versante dell’action e del revenge movie. Con un hero che è il divo svedese e attore lars-von-trieriano Stellan Skarsgård, il buon samaritano Seligman in Nymphomaniac. Credibile, peraltro, in questo In ordine di sparizione come uomo che imbraccia ogni possibile arma per farsi giustizia da sé e si fa volpe astuta in un modo di serpenti e sciacalli per vendicare il figlio, l’unico figlio, ucciso da una banda di loschi narcotrafficanti con un’overdose di eroina e mollato come un cencio sulla panchina di un aeroporto. Lui, appena nominato cittadino esemplare del suo villaggio e in odore di carriera politica, si trasforma classicamente nel cittadino che si fa giustizia in proprio, tra i Bronson-movie e i poliziotteschi italiani anni Settanta. Se la dovrà vedere con un capobanda norvegese che è il miglior personaggio di questo film, un dandy azzimato e crudele, vegetariano, cultore di arte e design, con una moglie divorziata più tosta e combattiva dei cartelli colombiani e un figlioletto a carico che è il suo punto di vunerabilità. Il nostro uomo qualunque comincia ad ammazzare, e a risalire man mano la catena di comando arrivando a insidiare l’inner circle del boss. Montagne di cadaveri di qua e di là, di cui il regista, puntando sul grottesco-pulp in stile vecchioTarantino, ci mostra man mano che scompaiono i nomi, con tanto di segno di appartenenza religioso (croce sobria per i luterani, croce slava per i serbi, stella di Davide per gli ebrei, ecc.). Ed ecco spiegato lo strano titolo. Invenzioncina che piacerà parecchio al pubblico e che, insieme a qulche altra piccola ribalderia, cerca di imprimere un segno meno ovvio al prodotto. Ma, tanto per stare in Scandinavia, Hans Petter Moland non mi pare essere il Nicolas Windind Refn della trilogia Pusher, per quanto si sbatta e ci dia dentro non riesce ancora a comunicarci una sua idea originale, non derivativa, di cinema. Bruno Ganz fa il papa serbo, il boss della sua banda, ed è un’altra delle sue partecipazioni speciale e un po’ mattocche degli ultini tempi. Ma sì, un film che si fa vedere, però a me i noir piacciono americani (e losangelini), tutt’al più polarizzati francesi.

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