Al cinema: QUEL CHE SAPEVA MAISIE (recensione). Un altro film con bambina alle prese con genitori irresponsabili e/o impossibili

3Quel che sapeva Maisie (What Maisie Knew), un film di Scott McGehee e David Siegel. Con Onata Aprile, Julianne Moore, Steve Coogan, Alexander Skarsgård.
102042_galMaisie ha sei anni e due genitori (separati) che più stronzi non si può. Madre rockstar egoriferita, padre art dealer sempre a caccia di ragazze. Maisie è sola, sballotata com’è tra quei due mostri. Ma qualcosa di buono succederà. Dopo Le meraviglie e Incompresa, un altro film su una bambina che deve imparare presto ad arrangiarsi. Il bello è che aveva già raccontato tutto Henry James nel suo What Maisie Knew, di cui questo film è la contemporaneizzazione. I due registi sfiorano il risultato ottimo, ma lo mancano per gli eccessi sentimentali dell’ultima parte. Voto tra il 6 e il 77
Ecco al cinema un’altra bambina – la Maisie del titolo – alle prese con genitori complicati e/o irresponsabili dopo quelle di Le meraviglie di Alice Rohrwacher e Incompresa di Asia Argento. Negli anni Ottanta la si sarebbe chiamata tendenza, oggi al massimo si può parlare di sintomo. Ma di che? Di quale disagio o malfunzionamento o stortura social-culturale? Potrebbe essere solo una coincidenza, e rintracciare significati nascosti e sotterranei legami solo uno sterile esercizio. Stavolta per raccontare della solitudine di una ragazzina si prende come testo base What Maise Knew, romanzo di fine Ottocento dell’implacabile Henry James, uno che non s’è mai coperto gli occhi di fronte alle nequizie umane, alle relazioni patologiche, e mai ha cercato di edulcorarle, e dunque perfettamente piegabile e adattabile anche a una rappresenbtazione del nichilismo odierno come questa. Romanzo, il suo, che viene ripreso e ricalcato abbastanza fedelmente dai due registi-sceneggiatori nei caratteri e negli sviluppi narrativi, anche se la storia viene spostata nella New York contemporanea, e non è cosa di poco conto. D’altra parte, già con l’adattamento che ne aveva fatto a teatro Luca Ronconi più di dieci anni fa con una straniante Mariangela Melato nella parte della bambina Maisie, anni sei!, il libro di HJ aveva dimostrato di poter reggere anche il trattamento più traumatico. Ma se Ronconi aveva cercato, anche attraverso l’escamotage della bambina interpretata da un’adulta, di far venire a galla ombre e sottotesti, in questo film l’operazione è meno complessa e ambiziosa, limitandosi (e comunque non è poco) a mostrarci quanto possa essere difficile l’infanzia se a governarla e stabilirne i destini ci stanno degli adulti stronzi. Siamo nel filone rigogliosissimo di I bambini ci guardano di De Sica e Incompreso di Comencini, con tanto di lacrime e indignazioni indotte nello spettatore sensibile. Alla sfortunata Maisie (Onata Aprile, brava e commovente come solo i bambini al cinema certe volte sanno essere) toccano genitori che non augureremmo a nessuno, una madre rockstar totalmente egoriferita – direbbero le psicologhe da glossy magazine – e un padre art dealer di incerte fortune economiche, sempre di qua e di là dell’Atlantico a caccia di affari e soldi, e sempre con una ragazza nel letto. I due son separati, Maisie sta con la madre, quando la madre non è in tour o persa dietro alle sue beghe scoperecce-sentimentali o ubbie varie. E quando le tocca stare a casa del padre deve vedersela con le amanti di lui e soprattutto con i suoi viaggi e le sue improvvise assenze. Finché non scopre che quella che era la sua babysitter è adesso l’amica (tra le lenzuola) di papà. Figuriamoci quando la ex moglie arpia lo viene a sapere. Per sciagurata ripicca si metterà con un barman molto più giovane di lei, peraltro bellissimo e di buon carattere (per sopportare una belva così è una dotazione necessaria), e se lo sposerà. Il resto mica lo racconto, sennò mi si accusa di spoilerare, oggi insulto massimo per chi scrive di cinema o altre narrazioni. Dico però (e chissenefrega se è spoiler, anche perché Dio santo c’è già tutto tale-e-quale in Henry James) che tra il marito nuovo di mamma e l’amante di papà scatterà un qualcosa, più di un qualcosa, e in loro Maisie troverà degli adulti comprensivi, solleciti e compassionevoli, degli esseri umani finalmente nella sua disgraziata vita di bambina sola. Quello che in James è in chiaroscuro, come l’asse tra Maisie e il marito di mamma, qui nel film del duo McGehee-Siegel si semplifica e unidimensionalizza. Tant’è che il giovanotto, interpretato dallo strafico Alexander Skarsgård di True Blood (e di Melancholia di Lars Von Trier), diventa una specie di angelo soccorrevole, buono e bello, anzi bello in quanto buono secondo una fisiognomica reloaded, così perfetto da far scivolare il film nell’inattendibilità. Peccato. Perché Quel che sapeva Maisie fin che sta sulla stronzaggine di babbo e mamma è disturbante e acido al punto giusto, non piacione, non accomodante, sanamente allarmante. Con scene che non si dimenticano. Il padre che molla Maisie al portiere e poi se ne scappa via in aeroporto è una dei momenti di peggiore abiezione che mi sia capitato di vedere al cinema in tempi recenti. E pure mamma che lascia al povero marito barman la figlia per un’intera notte non è da meno dell’ignobile padre. Due mostri, ecco. Quando Quel che sapeva Maisie si mantiene sull’incubo vissuto a occhi aperti dalla sua bambina protagonista – tutto il film è visto attraverso il suo sguardo – sfiora il risultato grosso. Purtroppo gli eccessi sentimentali e buonistici – soprattutto dell’ultima parte, quella nella baracca povero-chic agli Hamptons con tanto di pescatori e tramonti aranciati sulle onde – gli impediscono di essere qualcosa di memorabile. Ma la visione se la merita, eccome. Julianne Moore è fantasticamente isterica quale mamma rockstar, Steve Coogan (era il giornalista di Philomena) è un padre abietto come copione esige.

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