Berlinale 2015. CHASUKE’S JOURNEY (recensione), il film giapponese che ha chiuso il concorso

Chasuke’s Journey (Ten non Chasuke) di Sabu. Con Ken’ichi Matsuyama, Ito Ohno, Ren Ohsugi. Concorso.201510405_1L’ultimo film del concorso è anche il più matto. Scatenato, delirante, con trovate spiazzanti e geniali. Lassù in paradiso c’è una batteria di scrivani incaricati dal loro superiore di scrivere i copioni della nostra vita. Come dire, noi non esistiamo di nostro, siamo solo scritti da altri, copioni inventati da altri. Idea magnifica. Per venti minuti questo film made in Japan è perfetto e vien da gridare al capolavoro. Poi sbanda paurosamente, si ingolfa, fatica a ritrovarsi. Però, quanta roba c’è dentro, e quanta libertà in un cinema così. Voto 7201510405_3Chi ai festival va regolarmente da almeno un paio di decadi il giapponese Sabu lo conosce bene e ti sa snocciolare la sua filmografia titolo dopo titolo. Son stati i veterani di molte battaglie di Berlino, Cannes e Venezia ad avvertirmi che questo Chasuke’s Journey era imperdibile. Avevano, hanno ragione. Teh non Chasueke, tale il titolo originale, è un’esperienza cinematografica spiazzante e travolgente, come solo gli estremo-orientali – giapponesi, coreani e hongkonghesi – sanno osare. Bandito ogni bon ton autorialista, Sabu mescola – con una sfrontatezza e un’audacia che lasciano sbalorditi, e con una libertà che dalle nostre parti nessuno si permette più -, la buffoneria greve nipponica (se avete visto Thermae Romae saprete di cosa parlo), la visionarietà del J-horror della passata decade, la riflessione sui massimi sistemi, ma proprio i massimi. Intendo Dio, il destino, il libero arbitrio et similia. Il tutto frullato con l’action truce del Far East (ditamozzate, ferite da cui sgorgano niagara di sangue e via pulpizzando), con il noir anzi lo Yakuza movie, e il melodramma, e il genere afterlife. Agiungetevi un bel po’ di sotterranei riferimenti religiosi, soprattutto cristiani. Tant’è che dire delirio è poco e non rende l’idea. Bisogna vederlo, questo Viaggio di Hasuke, e spero che in Italia prima o poi sia rintracciabile, magari all’imminente Far East Festival di Udine. Si parte con un’idea folgorante, anche se debitrice di Il paradiso può attendere di Warren Beatty e del più antico L’inafferrabile signor Jordan. Nell’al di là, in un qualcosa che somiglia al nostro paradiso, nel mondo dei trapassati, il buon Chasuke ha l’incarico di servire il tè alla moltitudine di scrivani i quali, per ordine di un capo mai esplicitamente chiamato Dio, redigono i copioni su cui si snoda la vita dei mortali, di tutti gli umani che abitano laggù sulla terra. Perché l’esistenza di ognuno di noi è solo una sceneggiatura, come quella dei film, di una serie televisiva, determinata dall’ispiraziono e anche dal capriccio di qualcuno che se ne sta là in alto con una penna in mano (no, niente computer per la schiera degli sceneggiatori del paradiso, che lavorano come alla catena di montaggio come quelli degli studios della vecchia Hollywood). Il che, diciamolo, è una trovata strepitosa, onore a chi l’ha avuta. Succede che Chasuke, che è solo un servo, si è affezionato a una ragazza di laggiù, peccato che la sceneggiatura che la riguarda prenda una brutta piega e stabilisca la sua morte per investimento da parte di ubriaco. Però Chasuke, per motivi che non si sono ben capiti (il film è pieno di inconguenze e svolte narrative inesplicate e inesplicabili, ed è il suo più grave limite), non essendo uno scrivano ma solo un portatore di tazze di tè, può scendere sulla terra e cambiare il destino di lei. Correggere insomma quel disgraziato copione. Con il suo arrivo nel nostro mondo incomincia una sarabanda di eventi, avventure, colpi e controcolpi di scena, torsioni che non t’aspetti. Senza un attimo di respiro. Dopo i primi venti minuti, perfetti, il film purtroppo sbanda paurosamente e fa molta fatica a ritrovare il proprio centro. Il meglio è quando di raccontano le varie vite dei personagi che via via veniamo a conoscere, e sono sceneggiatura di massima follia e divertimento, ma anche di un’intelligenza acuminata (per dire: la sorella ritrovata e il suo impero di bellezza delle alghe). Una girandola in cui a un certo punto non si capisce chi vive e chi muore, e chi muore continuando a vivere nell’afterlif, per poi magari ridiscendere sulla terra. Letteralmente, si nuore  si risorge. Oltre ogni immaginazione. Con la furia inventiva dei manga più estremi. Io ci ho visto dentro parecchi riferimenti al cristianesimo. La grande croce che spunta in una scena, i miracoli di Chasuke che si scopre dotato di poteri taurmaturgici, la sorella che arriva cantando l’Ave Maria di Schubert. Blasfemia? Irrisione del cristianesimo? A me è parso il contrario. Alla fine la morale è: non si può andare contro il destino o, se preferite, contro i disegni di colui che governa tutti i copioni.

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