Torino Film Festival. Recensione: TOKYO VAMPIRE HOTEL, un film di Sion Siono. Il grande massacro

OFF_TokyoVampireHotel_01Tokyo Vampire Hotel, regia di Sion Siono. Con Kaho, Shinnosuke Mitsushima. Sezione After Hours.
OFF_TokyoVampireHotel_02Riduzione (insomma) a due ore e mezzo delle nove puntate girate dal ragazzaccio del cinema jap Sion Siono per Amazon Giappone. Dire pulp è poco, qui siamo ben oltre ogni possibile tarantinata. Massacri seriali, decapitazioni, sgozzamenti, sventramenti, amputazioni. E naturalmente, visto che di vampiri si parla (ancora!), fiumi di sangue. Messinscena di grande bellezza, con dentro tutto il senso dell’Oriente per l’orrore, eppure la materia resta irrimediabilmente lercia e sordida. E poi, la vogliamo smettere con vampiri e zombie? Voto 5
OFF_TokyoVampireHotel_03-1Bisognerà prima o poi proibire – pena la gogna, l’esecuzione capitale in pubblica piazza, l’interdizione per l’eternità a girare film – l’uso al cinema di vampiri e zombie. Lasciatevelo dire da un non nerd (per ovvi motivi di appartenenza generazionale): non se ne può più. Basta. E chissenefrega se a muovere morti viventi e cavasangue dietro alla macchina da presa ci sono (come stavolta) signori registi, autori conclamati e amatissimi. Fa niente se il mostro affamato-assetato di carne e sangue umani vien adoperato in corso di narrazione quale metafora della disumanizzazione arrembante, dell’homo homini lupus ormai imperante nel primo, secondo e terzo mondo. Fa niente se fa da simbolo potente e pure denuncia di ogni possibile sfascio e scatafascio. È che si è giunti, e non da oggi, alla saturazione del genere (dei generi). Sicché anche questo Tokyo Vampire Hotel messo in programma come primo titolo accessibile al pubblico del Torino FF – e sala grande del cinema Massimo ieri pienissima – , del molto rispettato eterno ragazzaccio del cinema jap Sion Siono, mi ha fatto sbuffare. Nonostante la sapiente ed elegantissima messinscena nel suo raffinato lerciume del signor Siono, nonostante i fiumi – letteralmente – di sangue versato, nonostante i massacri seriali e tagli di teste che manco l’Isis nel suo periodo di massima ferocia a Raqqa, non mi si è acceso il minimo barlume di interesse lungo i (troppi) 142 minuti. Quasi due ore e mezzo ricavate dalla serie tv girata da Sion Siono per Amazon Prime Giappone, trasmessa solo da quelle parti lo scorso giugno (credo che difficilmente arriverà da noi: ma stiamo a vedere), di nove puntate. Versione bonsai approntata temo frettolosamente per le sale cinematografiche, con lancio al Chicago Film Festival e adesso approdo a Torino. Il risultato è la distruzione di ogni architettura narrativa, sempre ammesso che ce ne fosse una in origine, è un montaggio freneticissimo e survoltato fino alla sindrome amfetaminico-cocainica di pure scenatacce, di climax stordenti, una via l’altra, uno via l’altro. Non si capisce niente di quello che succede, resta solo lo spettacolo delle stragi e della violenza pornografica voluttuosamente, quasi sadianamente, praticata.
Dunque: un qualche secolo fa la stirpe vampira dei Corvini ha spodestato e relegato in un mondo sotterraneo quella nobilissima dei Dracula transilvanici. Nascono tre fanciulli dotati di poteri speciali che, se ho ben capito, dovrebbero riscattare la schiatta dei perdenti e riportarla al dominio. Ma due dei tre muoiono, sopravvive solo una ragazza che diventerà la preda ambita di tutti: dei draculiani, dei corvini, di chi vampiro non è. Anche se per motivi tutt’altro che chiari. Tutti ammazzano tutti, tutti azzannano tutti, tutti mordono tutti, tutti devono succhiare sangue per evitare la morte e il degrado fisico. Ci dovrebbero essere buoni e cattivi, peccato che non li si distingua in quel teatro della crudeltà che è l’hotel di Tokyo epicentro dei fattacci. E però, che stragi stilizzate e magnificamente coreografate, e come son cattive e perverse le donne, signorine e signore, pronte a trasformarsi da leggiadre creature nei più abominevoli mostri e a perpetrare i peggio ammazzamenti con ogni arma possibile.
Si comincia con una festa di ragazze e ragazzi fatti fuori da una killer ghignante, bambola sexy e spietata. L’immaginario tutto giapponese della ninfetta, della lolita innocente che nasconde l’anima più malata che c’è, trova qui la sua apoteosi e in Sion Siono il suo definitivo cantore. Le fanciulle sono il suo evidente feticcio, e che gran godimento e impegno nel degradarle, incarognirle, lordarle, letteralmente, di sangue e ogni fluido e materia organica. Disturba questo trionfo del sordido, del laido, del malsano, del patologico, ma non si può non ammirare il senso dello stile profuso da SS. Di un nitore che molto ha a che fare con la visualità giapponese e orientale tutta, anche se gli omaggi all’opulenza, agli eccessi, alla cacofonia visuale del barocco europeo sono altrettanto evidenti e dichiarati (quella tela riprodotta in una delle sale dell’albergo maledetto, con le sue carni maschili e femminili opime offerte oltraggiosamente all’osservatore: a me è parsa pura scuola veneziana, Tintoretto Tiziano ecc., ma potrei sbagliarmi). Avendo visto giusto un tre giorni fa la mostra di Caravaggio a Milano a Palazzo Reale, non ho potuto non notare qualche analogia tra gli zampilli di sangue che fuoriescono da pance squarciate, colli liberati dalle loro teste e arti mozzati di questo film e quello del Giuditta e Oloferne. Ma il parossismo dei segni, il loro eccesso, la loro forsennata e perfino oscena moltiplicazione, non ce la fanno mai a creare un sistema in grado di restituirci un qualsiasi senso. Restano moltissime sequenze sfolgoranti (e che uso mirabile dell’estetica candy-pop, anche quella così jap), resta qualche invenzione notevole, come l’hotel fatto di carne e sangue, estensione del corpo della sua principessa-tiranna, antro pulsante in cui si affannano i dannati, coloro che son destinati a sfamare i vampiri-padroni. Ma il film (la serie) non procede mai, non conduce da nessuna parte se non in una terra desertificata di ogni significato, gira su se stessa senza via d’uscita come in un ipnotico Escher, e quando cerca di darsi un contegno di metafora e messaggio – suggerendoci ad esempio come gli umani non siano migliori dei mostri, anzi – è pure peggio. Certo si viene assaliti alla visione da dubbi molesti e del tutto sdati, fuori da ogni possibile e pensabile moda attuale e ogni spirito del tempo. Del tipo: ma non sarà moralmente discutibile assemblare due ore e mezzo di sadismi così goduriosamente esibiti? Non sarà che un cinema tanto compiaciuto e soddisfatto della propria efferatezza possa far male? Sì, lo so, sono domande che non ci si fa più, che non sta bene farsi. Sì, lo so che è d’obbligo indossare la maschera del cinico e del nichilista, sennò non si è uomini di mondo. E però io certe domande, scusate, non son riuscito a togliermele dalla testa.

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