Cannes 2019. Recensione: DOLOR Y GLORIA, un film di Almodóvar. La confessione, ma forse no

Dolor y Gloria (Dolore e gloria), un film di Pedro Almodóvar. Con Antonio Banderas, Penelope Cruz, Aser Exteandia, Leonardo Sbaraglia, Nora Navas, Juieta Serrano. Compétition.
Arriva Almodóvar e tutti applaudono. Davvero questo film (autobiografico? e se sì, quanto?) è il suo Otto e mezzo: peraltro esplicitamente citato nella sequenza di apertura. Ritratto di un regista famoso non più giovane da un pezzo, tra rimembranze di infanzia poverissima e le depressioni e la crisi di oggi. Un Almodóvar scuro e malinconico, senza quei manierismi suoi che tanto piacciono. Benissimo costruito e girato, con la sicurezza dei maestri veri. Voto 8 e mezzo
Sono passati in concorso finora (avvertenza: queste righe risalgono a ieri sera, quando non avevo ancora visto il Terrence Malick di ‘A Hidden Life’ e il Diao Yinan di ‘Il lago delle oche selvatiche’, entrambi bellissimi e subito entrati di forza nel toto-palmarès) alcuni titoli discreti, un paio buoni, uno solo al di sotto della sufficienza: Jim Jarmusch, purtroppo. Poi c’è stato Almodóvar. Avete in mente l’immagine buona per metafore e allegorie della torre svettante in una landa piatta? Ecco, quello è Dolor y Gloria in questo Cannes. Ripeto: finora. Allora che sia palma d’oro, la palma che è sempre stata negata al suo regista. Che ancora ci sono gli almodovariani di stretta sservanza che urlano all’ingiustizia per la mancata vittoria di Tutto su mia madre cui furono preferiti i Dardenne di Rosetta (io però che sono un dardenniano non mi indignai e non mi indigno). Non si aspetti di omaggiarlo con un tardivo premio alla carriera, si colga al volo l’occasione di quest’anno, visto che Pedro della Mancha ha mandato al Palais la sua cosa migliore da molto tempo in qua, un film dove tutto funziona e niente è fuori posto, nonostante qualche autoindulgenza narcistica, nonostante qualche folata sentimentale un po’ troppo veemente. Ho amato questo Dolor y Gloria, perfino commuovendomi in un paio di passaggi (l’incontro con la madre, il ritorno dell’ex amante). Pensare che non sono neanche un devoto di Almodóvar. Diciamo che la mia relazione con l’autore simbolo della Spagna movidesca post-franchista e neodemocratica (la sua storia è anche storia della nazione, e qualcuno un giorno o l’altro dovebbe scriverla) ha avuto un andamento ondulatorio. Entusiasmo per i primi e fondativi film – voglio particolarmente bene a La legge del desiderio, il suo più rappresentativo, con Fred Buscaglione in colonna sonora e mi pare anche Cuore matto di Little Tony -, mi sono moderatamente appassionato a Donne sull’orolo di una crisi di nervi che l’ha reso una star del cinema d’autore, ho perso poi interesse fino a riaccendermi negli ultimi anni (mi sono piaciuti La mala educacion e Gli abbracci spezzati, meno Julieta). Sicché non mi aspettavo questo risultato, avendo pure letto che in Spagna, dove Dolor y Gloria è in sala fin dallo scorso febbraio, si son registrate recensioni malmostose della stampa e accoglienza tiepida del pubblico. Ma non è una novità, Pedro oggi è amato per misteriosi motivi più all’estero che in patria (sarà scattato uno di quei rigetti, di quelle rivolte contro l’idolo di cui è piena la nostra isterica postmodernità?). E son due mesi ormai che si legge nelle cronache da Madrid come Dolor y Gloria sia l’Otto e mezzo almodovariano. Spiace doversi appiattire sulle ovvietà, ma è esattamente così. Dove collocare se non nel solco felliniano un film che racconta di un regista oltre i cinquanta anzi qai sessanta la cui vena si è inaridita, senza più voglia di scrivere e di girare? Che con la testa va indietro nel tempo a rimembrare infanzia e anni di formazione e adesso si sente assediato da fantasmi e sensi di colpa? Soffrendo di ogni possibile malattia immaginaria (ma forse no), mal di testa, mal di schiena, gastriti e enteriti e così via psicosomatizzando (o forse no). Sì, chiamiamolo Almodóvar: Otto e mezzo. Fino dalla sequenza d’apertura, esplicita citazione di quella felliniana delle donne di casa alle prese con bucato e stendimento di lenzuola e panni. Con una meravigliosa Penelope Cruz che, come madre del ragazzino (il quale non si chiama Pedro Almodóvar ma Salvador Mallo), sembra la reincarnazione della Sofia Loren giovane e delle altre mamme d’Italua che il nostro cinema ha dato al mondo. Impressionante per come rifà le stesse posture e la camminata della Loren nella Ciociara. Poi salto nel tempo all’oggi, con Antonio Banderas – nell’interpretazione della vita: incredibilmente bravo e aderente al personaggio – quale Salvador maturo e ingrigito, ipocondriaco, afflitto da ogni possibile depressione, solo nella sua casa pop madrilena strapiena di cose orrende e qualcosa di bello (esattamente come i set di tanti film almoldovariani-movideschi: il design spagnolo del postfranchismo è sempre stato sgargiante e pessimo, diciamolo). A questo punto si pone la questione se Dolor y Gloria sia autobiografico o non lo sia, e quanto lo sia, e se sia autofiction, che non s’è mai capito esattamente cosa voglia dore ma suppongo sia trasformare spezzoni di sé in narrazione cui poi si aggiungono materiali di altra provenienza. Allora, via, non prendiamo questo film come la confessione di Almodóvar, non sovrapponiamolo meccanicamente alla sua vita.
Mentre si sta rigirando in un niente professional-esistenziale, Salvador si vede invitato dalla cineteca di Madrid a presentare il suo primo film, Sabor, ora diventato un classico. È l’occasione per ricontattare l’attore di allora, Alberto, da molto tempo perso di vista. Sarà un incontro burrascoso: da lui che Salvador comincerà a usare eroina (fimandola e sniffandola), ma è anche per Alberto che tornerà al lavoro scrivendo per lui un monologo teatrale. Lungo i due assi temporali – l’ieri di infanzia e primissima adolescenza, l’oggi di autore consacrato – conosciamo sempre di più di Salvador. Gli anni poverissimi da ragazzino n una casa caverna di tufo, il desiderio omosessuale innescato da un giovane muratore, il rapporto strettissimo con la madre. E, oggi, il contorto rapporto con la propria immagine pubblica e la propria leggenda di Grande Autore, il ritorno di un ex amante già tossico e poi trasferitosi in Argentina (con tanto di matrimonio e figli). Non succede niente e succede tutto, perché Almodóvar ha il talento, e lo sapevamo, di trasformare il semplice quotidiano in un continuo melodramma. Anche se stavolta è melodramma contenuto, a basso voltaggio: Pedro A. non cade nei suoi maierismi, nell’almodovarismo che tanto piace al pubblico ma ormai logorato dal troppo uso. Malinconico e dark, di umore nerissimo, Dolor y Gloria è un autoritratto senza troppi sconti di un uomo di sucvcssoo ma oppresso da inguaribile mal di vivere. Non siamo allo stoicismo di un altro autoritratto gay-maturo, quello del Christopher Isherwood di Un uomo solo, ma ci siamo molto vicini. Di Banderas (qui  si parla di lui come del più serio candidato al premio di migliore attore) e Penelope Criz si è detto. Bisogna dire anche di Jullieta Serrano (era la signora pazza con la pistola di Donne sull’orlo, qui è la madre anziana), di Nora Navas, modellata fisicamente sulla Crmen Maura del primo periodo del regista, e di Aser Exeandia, formidabile quale Alberto. E poi, il divo del cinema argentino Leonardo Sbaraglia: è l’ex amante. Ci sarà un bacio tra lui e Banderas ed è la scena di massimo erotismo di tutto il film. Se qualcuno si ricorda le primissimi cose di Pedro, tipo Labirinto di passioni e Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio, manifesti di ogni trasgressione e infrazione, resterà allibito per la castità di Dolor y Gloria. Anche stavolta Almodóvar dà prova del suo amore per la nusica pop italiana dell’epoca d’oro, i Sessanta, inserendo Come sinfonia cantata da Mina in una delle scne cruciali.

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