Venezia Festival 2020. Recensione: LACCI, un film di Daniele Luchetti. Storia di un matrimonio all’italiana (ma non solo)

Foto Gianni Fiorito

Lacci, un film di Daniele Luchetti. Con Alba Rohrwacher, Luigi Lo Cascio, Laura Morante, Silvio Orlando, Giovanna Mezzogiorno, Linda Caridi, Adriano Giannini. Fuori concorso.

Foto Gianni Fiorito

Per un po’ sembra l’ennesima versione local di Scene da un matrimonio o di Storia di un matrimonio. Aldo e Vanda, lui intellettuale da radio, lei insegnante. Due figli. Scazzi, rimbrotti, rinfacci, drammi della gelosia. La solita storia vista mille volte. Poi però Lacci, tratto da un libro di Starnone, imbocca altre e più inedite direzioni e apparecchia un  mystery psicologico e un teatro della crudeltà che non ti aspetteresti da un film italiano. Qualcosa, solo qualcosa di Haneke è incredibilmente arrivato tra noi. Apertura fuori concorso di Venezia 77. Accolto a sopracciglio alzato e sbuffi da gran parte della critica presente. E invece, film medio nel senso migliore: accessible, non impervio, con una buona storia, realizzato con solido mestiere. Voto tra il 6 e il 7

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Il padre insegna al bimbetto a allacciarsi le scarpe incrociando due asole. Ma quando mai? Metodo complicato, e lacci promossi a titolo con funzione di metaforissima. Di che? Dei vincoli, formali e soprattutto informali, che una vita a due stabilisce tra i contraenti e che sarà assai difficile sciogliere. Daniele Luchetti come già in La scuola ricorre come fonte a un libro di Domenico Starnone (anche cosceneggiatore qui con Francesco Piccolo), nel frattempo assurto a maggiore celebrità anche per essere stato incluso tra i sospetti celati dietro il nom de plume Elena Ferrante. Non ho seguito granché il mystery, non so neanche se intanto si sia svelata o meno l’identità di EF, ma mi par di ricordare come Starnone sia stato di volta in volta indiziato come autore in solitaria di L’amica geniale e precedenti e susseguenti, cone coautore insieme con la moglie in un brand unico tipo Sveva Casati Modignani. O di essere solo il marito dell’autrice.
Liquidati gli stantii rumors editoriali, rieccoci al film. Malamente accolto dai critici duri e puri, quelli la cui autostima è direttamente proporzionale alla ferocia delle loro stroncature. Troppo medio, si dice, troppo italiano. Come no. Ma se di film medio si tratta, ed è così, si tratta anche di quel film medio di impeccabile produzione e confezione  tutt’altro che privo di pensieri  che tanto si invoca per riportare la gente in sala. E una volta tanto che un prodotto del genere ci passa davanti agli occhi sarà il caso di non fare troppo le spitinfie (a Milano tradizionalmente le signorine che se la tirano, qui in senso traslato le signorine snob di ogni sesso e genere e età della nostra critica).
Solida storia, solida sceneggiatura, regia di uno che sa il fatto suo e si è sempre mosso, talvolta con esiti brillanti, sul confine tra cinema pop(olare) e autoriale. Se poi Lacci vi pare brutto e qualunque, confrontatelo please con un altro italiano di questo Venezia 77, l’appena visto in proiezione stampa Padrenostro, e vi renderete conto della differenza (tutta a favore di Luchetti). Oltretutto, ottimi interpreti, quasi un dream team del nostro cinema, con un’Alba Rohrwacher che rifà benissimo le mogli gelose e inviperite del nostro cinema con una punta di monicavittismo antonioniano e ovviamente di protofemminismo, e speriamo che stavolta ce la faccia a convincere i suoi moltissimi haters (vedi sopra alla voce spitinfie). Racconto diviso in tre parti, ognuna con al centro una coppia, e l’ultima con un duo che non t’aspetti (di più non si può dire). Per i primi venti minuti, anche più, si sbuffa, ecco, ci risiamo con le solite Scene da un matrimonio, non sarebbe meglio una tregua per lo spettatore di sala o di streaming? Coppia di trentenni e qualcosa a Napoli, negli anni Ottanta, lei, Vanda, insegnante, lui, Aldo, tiene in RadioRai una cosa su letteratura e cultura varia. Il solito intellettuale made in Italy, di spirito ribelle e critico, sofferente sì ma pur sempre al riparo di una qualche mamma pubblico-assistenzialista. Due figli, un ragazzino e una ragazzetta più grande. Le solite cose. La moglie rabbiosa che accusa lui di ogni nefandezza, ecco pensi solo a te, io qua incatenata ai doveri di moglie e madre, e tu non mi dai una mano, e tu non fai il bucato, e tu non rassetti la tavola. Il già sebtito cahier des doléances in versione italo-veterofemminista. La rabbia di Vanda, ai limiti dell’isteria (si potrà dire ancora? non sarà parola da cancellare secondo la cultura del virtuosamente corretto?), esonderà allorché lei capirà che Aldo c’ha un’amante a Roma. Non sto a dire di più, sennò le anime fragili che al minimo cenno di spoiler si turbano – che volete, ogni era e ogni generazione ha il suo carico di dolore – mi fanno a pezzi. Un due-tre decenni dopo una coppia, a Napoli. Sempre Vanda e Aldo, solo che a interpretarli ci sono adesso al posto di Luigi Lo Cascio (ottimo) e Alba Rohrwacher (eccellente) Laura Morante e Silvio Orlando, e se lei è credibile come Rohrwacher matura lui non lo è per niente come Lo Cascio seniorizzato, in ogni caso meglio una soluzione-sostituzione così che un aging e deaging alla Scorsese.
È all’inizio del secondo capitolo che capiamo, noi che non abbiamo letto il libro di Starnone, che Lacci non è solo l’ennesima versione local di Scene da un matrimonio o di Storia di un matrimonio. Perché mentre là, in Bergman e in Baumbach, le copie si odiano, si azzannano, si massacrano e i pezzi del matrimonio finito non li rimette insieme più nessuno, qui tutto si ricompone perché, peculiarità nostra, la famiglia è la famiglia, i legami anzi i lacci devono resistere nonostante tutto e se non resistono si fa finta che. Please, non tiriamo fuori il solito familismo tribal-mediterraneo, la nostra distanza incolmabile dall’Eropa protestante, il nostro grado inferiore di sviluppo e civiltà e quant’altro. È che la nostra antropologia questa è, prendiamone atto, oltretutto non è detto che sia peggio una famiglia reincollata con il bostik di una famiglia distrutta. Ma Lacci abbandona con decisione il genere ultracodificato crisi di coppia anche perché si addentra in un mystery psicologico, con un finale che è davvero una sorpresa e una frustrata. Il cinema italiano sta abbandonando certo suo piacioninismo e esplora i sentieri tortuosi della crudeltà e del qui-non-si-fanno-sconti. Un po’ di Haneke e di Lanthimos sono penetrati anche dalle nostre parti, perfino nel fortilizio di Cinecittà. Lacci è un film che non alliscia il pelo allo spettatore, che non distoglie gli occhi dalla ferocia. Prima Favolacce, adesso questo Luchetti con il suo inquietante terzo capitolo. Attori eccellenti, tutti, anche se Linda Caridi mi è sembrata appannata rispetto ai suoi meravigliosi precedenti in Antonia e Ricordi? Anche perché penalizzata da tagli di capelli e outfit improponibili (ma quei pantaloni scozzesi sarebbero anni Ottanta? Suvvia). E però alla fine a fare suo il film battendo i pur bravissimi colleghi è Giovanna Mezzogiorno, irriconoscibile (non una parola in più, sarebbe body shaming), un’erinni spietata, cattivissima. Applausi, e ogni premio come attrice non protagonista da qui all’anno prossimo vada a lei.

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