Venezia 2021. Recensione: COMPETENCIA OFICIAL (Competizione ufficiale), un film di Gaston Duprat e Mariano Cohn. Il più sopravvalutato

Competencia Oficial (Competizione ufficiale) di Gaston Duprat, Mariano Cohn, Oscar Martinez. Concorso. Voto 4 e mezzo.
Il film del concorso forse più amato dal pubblico, certo il più applaudito (calorosa accoglienza comunque anche alla proiezione stampa). Posso dissentire? Questo Competizione ufficiale – ogni riferimento ai sanguinosi concorsi per Palme, Leoni e Orsi è voluto – l’ho detestato. Già non avevo partcolarmente apprezzato i due precedenti (Il cittadino illustre e Il mio capolavoro) della premiata coppia argentina Duprat-Cohn, sceneggiatori ancor prima che registi, troppo atuti, troppo mestieranti, troppo adusi ai trucchi e ai cinismi di un cinema-teatro polveroso. Quel teatro che qualche era geologica fa veniva detto boulevardier, commedie aspre ma sempre gaie e ‘frizzanti’, disinvolte, disincantate il giusto ma poi in fondo accomodanti e complici rispetto al proprio pubblico borghese di riferimento. Anche per questo Competencia Oficial Duprat-Cohn rispolverano l’armamentario di quel vetusto repertorio, in un film che è teatro pigramente filmato nel quale contano solo il testo, la parola, e messinscena e regia hanno un ruolo ancillare. Quindi movimenti minimi della macchina da presa, grammatica e sintassi cinematgrafiche di livello scolasico, campi e controcampi e una quantità insostenibili di primissimi piani perché ci sono due star, Penelope Cruz e Antonio Banderas, e bisogna valorizzarle il più possibile. Il testo è una satira che vorebbe essere acuminata e acida ed è solo barzellettistica, un accumulo di scenette paratelevisive che si vorrebbero alte-intelligenti e sono solo corrive. Siamo, pur nelle forme del teatro più datato, al cinema sul cinema. Un molto ricco signore vuol lasciare il suo nome e il suo segno su qualcosa di duraturo, anzi di eterno, prima di lasciare questa valle di lacrime. Pensa a un ponte firnato da qualche archistar, poi chissà perché vira sulla produzione di una film ‘artistico’, impegnato, ‘da festival’. Dev’essere l’unico a non sapere che il cinema oggi è in stato comatoso e non ti consegna più alla Storia ma al macero, tantopiù se sei solo il produttore, uno che ci mette i soldi ma di cui tutti si scordano subito dopo. Illusoni oerdute, ecco. Ingaggia la meglio regista su piazza, avanguardistica, audace, lesbica, vincitrice, come vedremo in corso di film, di Leone d’argento e Palma d’oro (figuriamoci) per l’archetipica storia, tratta da un romanzo di un premio Nobel, di due fratelli coltelli. Uno di successo, l’altro invidioso di quel successo. Siccome il produttore vuole il meglio, ecco scritturati per i ruoli parimenti protagonisti un grande attore di teatro politico, civile, engagé, e un attore diventato superstar a Hollywood con film assai popolari. Due poli opposti destinati, com’è ovvio, a scontrarsi e generare tensioni e bisticci e capricci in serie. Si comincia con le prove, con la regista assai compresa del ruolo suo e maniacale, esigentissima.La preoarazione del film diventa subito lo scontro di due ego poderosi – del resto nessun mestiere più di quello d’attore si basa sul narcisismo -, conrisoecchiamento tra fiunzione e vita secondo il più sdato pirandellismo.
I due argentini il mestore lo conoscono e non ci risparmiano nessuna astuzia, nemmeno la più guittesca. Non sto a raccontare l’intreccio, che ha parecchi rovesciamenti e colpi di scena, con il prevalere ora dell’uno ora dell’altro attore, con la regista ora in totale controllo ora in balia degli eventi e dei suoi interpreti. Ma tuttto è greve, rozzo, senza troppe sfumature, brilante ma intimamente e irrimediabilmente volgare, di una satira facile facile (qualcuno ha turato in ballo Billy Wilder: vgliamo scherzare?). Per dire: l’attore engagé a casa ascolta con la moglie una composizione di non si sa quale avanguardistico musicista e a un certo, sentendo dei colpi, dei tonfi lei commenta: adoro questa fondo cupo, tribale. E lui: ma cara, è il vicino che sta usando il martello. Grandi risate della platea-stampa. Ecco, ho reso l’idea? Se non ho reso ecco un altro esempio: Banderas, cui tocca la parte del fratello meno ricco e più incasinato, confessa a regista e colega di essere gravemente malato di cancro. Commozione di tutti. Abbracci. Baci. Lacrime. Si scoprirà che l’ha fatto per dimostrare quanto sia in grado di recitare pur essendo un attore che ha venduto l’anima e soprattutto il corpo a Hollywood. Basta, finisco qui. Banderas fa un po’ sé stesso ed è molto bravo. Penelope Cruz è iperprofessionale come sempre. Si termina, dopo l’ìennesimo coup de théâtre, con la regista che fa la moralina: ci sono film che finiscono e altri che non finiscono mai, come questo. Speriamo di no. Sipario, please. (Però una sequena resterà: la regista che si fa portare dai due attori i premi che hanno vinto in carriera e poi, per annientare il loro ego, li distrugge con un trituratore).

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