Al cinema: RODEO, un film di Lola Quivoron (recensione). Julia corre

Rodeo di Lola Quivoron. Con Julie Ledru, Antonia Buresi, Cody Schroeder, Louis Zotton.
Francia, oggi. La randagia senza tetto né legge Julia si aggrega a una crew di ragazzi che praticano il cross-bitume: corse, sfide acrobatiche, gare con moto truccate su strade fuori mano. Motori e sudore. L’odore del sangue e delle esalazioni meccaniche. Un universo ipermaschile che Julia sente suo. Siamo nel genere donne toste, alla Titane. Poi però il film svolta in un altro cinema. Che somiglia più a Pasolini che a Fast and Furious o a Gioventù bruciata. Esordio importante e a tratti magnifico di una giovane regista francese. Voto 8
Presentato a l’anno scorso a Cannes a Un certain Regard (dove non sono riuscito a vederlo causa, al solito, proiezioni sovrapposte e eccesso di offerta), uscito solo adessoin Italia – sorte condivisa con Animali selvatici di Mungiu, pure a Cannes 2022. Ed è, questo Rodéo, l’esordio della trentenne francese Lola Quivoron, un film esplosivo che si è merita tutto, l’hype che gli si è scatenato intorno sulla Croisette, l’attenzione della critica internazionale, il premio assegnatogli a Un Certain Regard con la bizzarra motivazione “coup de coeur de la jury”. Di quel cinema delle donne per niente adagiato sugli stereotipi del femminile, no svenevolezze e sdilinquimenti invece una postura registica fin troppo esibita da maschiaccio in grado di governare sequenze altamente adrenaliniche e testosteroniche e, dentro lo schermo, protagoniste tomboy (fino a che età vale la definizione? una ragazza ventenne come la Julie di Rodéo la si potrà ancora dire tomboy?). Ormai un genere, questo  cinema femminil-muscolare, che ha trovato terreno fertile soprattutto in Francia. Prototipo una decina di anni fa Bande de femmes di Céline Sciamma, ragazzacce delle cité dure e asimentali, linguacciute e pronte al dissing più sguaiato e aggressivo con rivali di territorio maschi o femmine o fluid che fossero. Poi è arrivato il totem del genere, Titane della gentile e levigata ma solo fuori dallo schermo Julia Ducournau, pessima Palma d’oro a Cannes 2021 ma tornante decisivo nella storia del cinema delle donne. Rovistando nella memoria dei festival passati, inserirei – era a Cannes 2016 dove si prese la Caméra d’or – tra gli antesignani anche Divines di Houda Benyamina, pure su e con adolescenti aggregate in minibande nelle peggio banlieue, di quelle che abbiamo visto esplodere qualche settimana fa dopo l’uccisione da parte della polizia di una ragazzo di radici nordafricane. Per dire come questo Rodeo si inserisce nell’alveo di un cinema ormai riconoscibile e codificatoi. Stavolta di maschiacce (si potrà dire? è sessista?) ce n’è una sola, Julia,  origini in Guadalupa, (“sì, sono Gwada, non si vede?”), sola, in conflitto con il mondo e gli umani, randagia senza tetto né legge, una passione per le moto che fanno casino e rumore e fumo, per le corse e e sfide clandestine su moto nelle strade dismesse dalle parti (mi è parso di capire) di Bordeaux. Quella cosa che in Francia chiamana cross-bitume o rodéo urbain e da noi non saprei. Con bike truccate e potenziate fino al limite della sicurezza. Gimkane, acrobazie, movimenti temerari. Motori e sudori e afrori corporali e meccanici Qualcuno si ricorda un’era geologica fa delle imprese partenopee di Agostino O Pazzo? Ecco. Julia di moto sa tutto, li ama e le calvalca, si associa o meglio si infiltra, non richiesta, alla crew che su strade sbarrate ingaggia gare e duelli all’ultima sgasata. Gioventù bruciata, oggi, nell’Exagone. Non la respingono e non l’accolgono, se non quando ci sarà un vuoto nei ranghi da riempire. Ci sono gli indifferenti, c’è il ragazzetto duro fuori ma tenero di cuore che si innamora di lei (non ricambiato), c’è il maschietto alfa che la ritiene un’intrusa. Intanto le ruote corrono troppo veloci e un ragazzo ci lascia la pelle. L’odore del sangue. Corpi insozzzati e feticizzati dall’olio dei motori e intrisi di fumi e esalazioni. E fin qui sembra un Fast and Furios con orgasmi da ipercinesi, però in versione autoriale e fuori-da-Hollywood. Ci si aspetterebbe anche per il resto del film una celebrazione estatica dell’universo rombante, dell’uomo- e della donna-macchina, della fusione corpi & lamiere. Invece no. Rodeo svolta in noir, addentrandosi dell’underworld delle moto non solo truccate, ma anche rubate e rivendute, con tanto di ricettatori, bande criminali e spietato boss a organizzare il business. E Julia si ritrova incastrata in un gioco assai pericoloso. Complicando ulteriormente le cose quando si fa amica, troppo amica, di una vicinanza sospetta, della moglie del boss (che dalla galera tutto controlla). È la parte più intima del film, la più raccolta, quella che svela di Julia la frattura interiore, il lato in ombra e più indifeso, la nostalgia di una famiglia mai avuta. Forse è per questa svolta che Rodeo non ha convinto, specie in Italia, la gran parte dela critica, giovane e no. Eppure sta nella sua non compattezza, nel suo sbandare e progressivo aprirsi su nuove sfere di indagine e di narrazione la ricchezza dell’opera prima di Lola Quivoron. Una disomogeneità di registri che frustra ogni tentativo dello spettatore di incasellarlo in un genere riconoscibile, ma segno di un’autrice che non vuole arrendersi agli schematismi facili, a un cinema mono-tono e a una sola dimensione, nemmeno a quello oggi trionfante della donna muscolarizzata. Fino all’atto finale che non si può davvero svelare e che ha un che di mistico, che, per il suo senso del sacro e della santità, a me ha ricordato – lo so che sembra un’eresia – quello di Accattone di Pasolini.

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