Cannes 2024. EMILIA PÉREZ, un film di Jacques Aiudiard: recensione. Trans-Evita

Emilia Pérez di Jacques Audiard. Con Karla Sofía Gascon, Zoe Saldana, Selena Gomez, Adriana Paz, Mark Ivanir. Musica di Camille e Clément Ducol. Concorso. Voto 7+
Chi l’avrebbe mai detto che questo narco-trans-musical finto messicano in realtà francese di produzione e concept sarebbe finito in testa ai favoriti per la Palma d’oro? (primo posto adesso insidiato da The Substance di Coralie Fargeat e Anora di Sean Baker, due film che non ho granché amato, anzi in alcuni passaggi francamente detestato ). Soprattutto: chi l’avrebbe detto che un’opera come Emilia Perez, così poco ortodossa per come mashappa disinvoltamente e pure con sommo sprezzo del pericolo e del ridicolo domini cinematografici piuttosto distanti quali il crime, il musical, il mélo sarebbe piaciuta all’estabishment della critica italiana non proprio geneticamente propensa alla sperimentazione? Invece questo nuovo film di Jacques Audiard, anni 72, solida carriera alle spalle e molti premi, ha fatto il pieno di consensi. Pensare che, quando vinse nel 2015 la Palma d’oro (giuria presieduta dai fratelli Coen) con l’a mio parere magnifico Dheepan fece urlare allo scandalo gli oligarchi delle recensioni da festival. Cos’è successo? È successo che il regista di Il profeta e Un sapore di ruggine e ossa si è rimesso in gioco, ha guardato oltre il suo perimetro abituale, oltre il noir che lo ha reso famoso. Lo avevamo capito proprio a Cannes, credo fosse il 2021, vedendo il suo Les Olynmpiades, frammentato, pulviscolare, mdp mobile, musiche squassanti da banlieue, dialoghi sincopati e iper gergali, il tutto in bianco e nero: davvero un bagno nelle forme nuove del cinema. Dopo quella rigenerazione ecco un altro salto evolutivo con Emilia Perez.
Siamo in Messico, direi alla fine degli anni Dieci. Il boss di un cartello del narcotraffico convoca nei modi rudi della categoria, cioè prelevandola a forza, un’avvocatessa brillante ma che non ha ancora avuto il successo che si meriterebbe. Le fa una rivelazione sorprendente: lui, il boss Manitas, lui, il macho conclamato e leader capace di ogni efferatezza, sposato e padre di due bambini, in realtà ha sempre sognato di essere donna. E ha deciso fadesso finalmente di diventarlo. Nel massimo segreto, perché nessuno, nemmeno la sua famiglia, deve sapere di quell’infrazione ai codici virilisti della grande criminalità. All’avvocata (Zoe Saldana) vien chiesto di cercare subito, non importa dove e non importa a quale prezzo, il chirurgo più adatto allo scopo, anche in grado di garantire il silenzio assoluto sull’identità dell’operando. La missione viene compiuta, il boss Manitas diventa Emilia, dopodiché le strade del trans-narcotrafficante e della legale si separano. Si ritroveranno a Londra anni dopo a una cena: Manitas non solo ha cambiato nome e corpo, ma è diventato una signora assai brillante e assertiva in grado di stare a suo agio nella buona società cosmopolita. Naturalmente l’incontro non è fortuito: Emilia ha un piano, una nuova nissione da affidare all’avviocata Rita Moro Castro.
Saranno ancora molti i colpi di scena, e sempre sottilineati o accompagnati da numeri musicali individuali e collettivi (le musiche sono della cantante Camille e del suo compagno Clément Ducol), alcuni assai riusciti. Anche se non credo che da Emilia Perez usciranno brani destinati a fare storia. Da questa complicata impresa che si sarebbe detto più adatta a un Almodovar il regista del Profeta esce vittorioso, conducendo il film con mano ferrma, con un mestiere ferreo e con quell’energia che è la cifra del suo cinema. Un cinema robusto, teso, asciutt, virile (se ancora slo i può dire), degno di certi classici americani e francesi. Niente bellurie né orpelli. Nemmeno qui in Emilia Perez si rintraccia la minima concessione ai manierismi e agli stilemi camp e queer di tanto cinema lgbtqi+ più o meno militante. Audiard resta Audiard. Piuttosto ci si chiede come mai sia ricorso al formato del musical. Probabilmente, immagino, per scansare, attraverso un genere più aperto e flessibile, meno ancorato al piatto naturalismo, i forti rischi di inverosimiglianza di una storia come quella di Manitas/Emilia.
Stupisce soprattutto la seconda parte, quandoi Manitas diventato/a Emilia si lancia con la nuova identità (ma con i capitali illegali accumulati con la precedente) nell’impegno sociale, fondando un’associazione che si dà come missione quella di recuperare dati, informazioni, tracce, soprattutto quel che resta dei corpi delle decine di migliaia di desaparecidos degli ultimi vent’anni di storia messicana, gente fatta sparire dai cartelli o dai trafficanti di manodopera (spesso le due categorie coindcidono) in fosse comuni. Quando si offre alle masse e alla loro devozione attraverso appelli televisivi, quando si presenta come carismatica benefattrice, quando si proclama paladina degli ultimi contro l’arroganza e la violenza dei potenti Emilia ricorda da vicino, fino a sembrarne una reincarnazione, colei che fu la regina delle masse derelitte latinoamericane, Evita Peron. Pure lei non casualmente consacrata da un musical. Ed è lì, all’opera di Andrew Lloyd Webber, che Audiard può aver guardato, più che ai musical di un Minnelli o di un Demy (e qualche affinità c’è pure, per stare in anni recenti, con Ema di Pablo Larrain e il suo tentativo di calare il cinema-con-musiche-e-balli nelle contraddizioni di un paese latinoamericano, in quel caso il Cile). Ma in questa Emilia non più Manitas che cerca di porre riparo ai misfatti della sua vita precedente aiutando i parenti delle vittime dei cartelli sembra di leggere il solito messaggio: cercare di essere se stessi, uscire da un’dentità in cui non ci si riconosce, scegliere il proprio genere significa (anche) diventare esseri umani migliori. Ma siamo in Audiard, disincantato signore del crime, e difatti quella rassicurante morale viene ribaltata nella parte finale. Non si sfugge mai al passato: ce lo ha raccontato mille volte il noir, lo ribadisce anche Emma Perez.

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