Babygirl di Halina Reijn. Con Nicole Kidman, Harris Dickinson, Antonio Banderas, Sophie Wilde, Esther McGregor. Concorso. Voto 4
Ma perché in concorso? Per avere Nicole Kidman sul red carpet? Va bene, posso anche capire, non sono di quei puristi del cinema da festival che vogliono solo Lav Diaz, non sono un pasdaran dell’autorialità, so quanto sia importante in simili eventi cannensi o lidensi assicurarsi la presenza delle star (o di quel che ne resta). Però questo Babygirl della non sconosciuta regista olandese Halina Reijn, approdata da un po’ alle produzioni anglofono-britannico-americane (il suo Bodies Bodies Bodies è adesso su Netflix), è al di sotto della soglia del tollerabile, è proprio, e senza rimedio, robaccia (non sempre, non tutto, ma in gran parte, e nel suo concept, sì).
Di Halina Reijn s’era visto qualche anno fa a Locarno in Piazza Grande (quindi giudiziosamente collocato dai selezionatori non nel concorso, ma tra i film grand publique) Instinct, resoconto di una psicologa carceraria rovinosamente attratta da un pericoloso e assai sexy detenuto di origine araba condannato per plurimi stupri. Sarà sesso selvaggio, ovvio. Il pattern della sciura dagli amori rischiosi e eterodossi viene riproposto tale-e-quale in questo brutto Babygirl, con una star come Nicole Kidman che sembra smarrirsi tra tante sprorcaccionate (si ha la sensazione che non le siano state date precise indicazioni né sulla storia né sul personaggio), finendo col parodiare la sé stessa di Eyes Wide Shut (chi l’avrebbe mai detto, quando uscì postumo e male accolto, che sarebbe diventato nel tempo uno dei più influenti film di Kubrick?). Lei – siamo a New York – è la Ceo e se ricordo bene anche la co-founder di un’azienda di robot per l’e-commerce naturalmente in irresistibile espansione. Stronza, assertiva, manipolatrice come da stereotipo della signora in carriera, anche se ben nascosta dietro i modi ipocriti e suadenti oggi imposti dalla political correctness. Jena in ufficio, madre e moglie perfetta a casa, condivisa con un marito regista teatrale di medio successo e due figlie adolescenti di cui una alquanto tomboy. Una mattina, a pochi passi dal suo ufficio, si imbatte in una scena che si rivelerà decisiva per il suo futuro, una sorta di imprinting: un giovane uomo dalla statuaria fisicità riesce a domare con la forza e abilità quasi ipnotiche una cagna inferocita avventatasi su una signora. Scena che la turba come mai le era capitato e figuriamoci come ci resterà, la Ceo Nicole Kidman, quando si ritroverà il giovanotto in ufficio tra gli stagisti appena arrivati. Non ci vorrà molto perché lui (interpretato da Harris Dickinson, il modellone bramato da tutte, dalle influencer alle colf, di Triangle of Sadness), avendola scelta come proprio tutor si faccia sotto proponendole sedute clandestine di addomesticamento. Dove ad essere addestrata alla sottomissione dovrà essere lei. Si comincerà con la Ceo costretta a inginocchiarsi, a leccare la mano del suo padrone, si continuerà con pratiche ben più dure. Siamo dalle parti del sadomasochismo, del bondage, di quel rapporto master-schiavo che è un tema-ossessione ciclicamente riaffiorante nel cinema, ora in versione alta (L’impero dei sensi, Il portiere di notte), ora media (Secretary), ora basso-popolare (50 sfumature di grigio). E quindi, in Babygirl, via con le pratiche dolorifiche e umilianti perché signora mia il piacere confina con il dolore. Anche se poi il sesso più che mostrato è detto e raccontato. Certo il giovanotto si dà un gran da fare e pure un sacco di arie e dopo l’iniziale sconcerto la Ceo pare contentissima di farsi comandare da lui, in un rovesciamento privato di quello che è il suo ruolo pubblico di dominatrice e padrona. Insomma eccola, cone dicono psicologi e psicologhe da strapazzo, esplorare la parte oscura di sé e bla bla bla (ma signori miei, regista e attrice e attore ecc., lo avete mai visto La cagna di Ferreri con Deneuve-Mastroianni tratto da Flaiano? Beh, guardatelo, c’è da imparare in fatto di stile e messinscena). Il guaio è la mancanza di leggerezza della Reijn, il suo sguardo pesante, la sua incapacità di riscattarsi dalla sexploitation. Riproponendo i più abusati cliché patriarcalisti e maschilisti del tipo: le donne sono tutte masochiste. E più la donna è di potere e più gode nel farsi maltrattare. Che se fosse un regista maschio verrebbe torturato su tutte le pubbliche piazze mediatiche del civile Occidente, invece se lo dice una regista nessuno protesta. Eppure in alcuni momenti Babygirl sembra imboccare altre e più interessanti strade, però presto abbandonate o percorse senza troppa convinzione. Ad esempio il sesso come strumento di controllo e di potere. Non nel senso del dominio esercitato sul corpo e la mente dell’altro all’interno delle pratiche sadomaso (di questo chi se ne importa?), ma per come il desiderio, la relazione sessuale possa diventare in ambiti sociali altamente competitivi come le aziende una strategia di attacco e di conquista. Quando in Babygirl la storia sadomaso della Ceo viene usata per ricattarla, indebolirla e favorire l’ascesa di una sua rampante collaboratrice, si ha la sensazione che il film trovi finalmente una direzione e decolli verso una nuova, crudele versione di Eva contro Eva. Dove però la ferocia tra donne non viene più esibita e dichiarata, ma mascherata e ipocritamente nascosta dalla langue de bois dell’imperante wokismo, spacciata come positivo protagonismo femminile. È la parte migliore, peccato che questa vena critica che sarebbe potuta diventare un elemento strutturante del racconto venga lasciata cadere. E ci sono altri momenti in cui ci si illude che un minimo di verità possa trapelare, che le contorsioni e i mugolii di Nicole Kidman possano dirci qualcosa sul piacere, sulla forza biologica e gli abissi dell’eros. Ma anche qui è solo un temporaneo effetto ottico, perché poi Babygirl si riposiziona subito nella sexploitation peggiore. Per non dire del finale, davvero al livello infimo di una barzellettaccia a una serata tra amici (maschi) che hanno bevuto troppo.
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2 risposte a Venezia 2024. BABYGIRL, un film di Halina Reijn. Recensione