Orphan di Laszlo Nemes. Con Bojtorján Barábas, Andrea Waskovics, Grégory Gadebois, Elíz Szabó, Sándor Soma, Marcin Czarnik. Concorso.
A oggi, il migliore del concorso. Si meriterebbe il Leone, ma temo che così non sarà. Quello di Laszlo Nems (Il figlio di Saul, Tramonto) è cinema del passato, della memoria, dunque sfasato rispetto al nostro tempo ossessionato dal presente. Odissea del ragazzino Andor nella Budapesta del secondo dopoguerra e della rivolta antisovietica. Un’altra incursione di Nemes nelle tenebre dell’Europa di mezzo. Voto 8 e mezzo

Laszlo Nemes
Secondo titolo del concorso, terzo nella filmografia dell’ungherese Laszlo Nemes, esploso una decina di anni fa a Cannes con Il figlio di Saul: film che si sarebbe imposto tra i fondamentali degli anni Dieci nonché una svolta nella rappresentazione a mezzo cinema della Shoah. Film seminale, spartiacque, pietra di paragone con cui molti autori continuano a misurarsi, il Jonathan Glazer di La zona di interesse per esempio o il Brady Corbet di The Brutalist. Dopo un esordio tanto perentorio cosa mai può fare di meglio un cineasta? La molto attesa seconda opera di Nemes, presentata qualche anno fa – era il 2018 – proprio qui a Venezia faceva i conti con il mito dell’impero asburgico e del “mondo di ieri”: Tramonto era un viaggio nel sogno e nell’incubo della Mitteleuropa al suo disfacimento secondo lo stile e la peculiare forma cinema definiti in Il figlio di Saul: messa a fuoco dei primi piani, sfondo e contesto sfumati, indistinguibili, nbbiosi, ad alterare la percezione dello spettatore, a disorientarlo, a impedirgli una visione nitida d’insieme. E un uso del fuori campo come mai s’era visto prima. Una lezione che ha fatto scuola. Tramonto non poteva essere all’altezza del primoNemes e non lo è stato. Ma resta a tutt’oggi il film che meglio ha saputo trasmetterci la Finis Austriae come malattia mortale. E l’accoglienza glaciale riservatagli al Lido è un’ingiustizia che ancora grida vendetta.
Temo che questa opera numero 3 del regista ungherese subirà la stessa sorte. Gli appplausi alla proiezione stampa sono stati scarsi, i commenti perlopiù infastiditi. Eppure ancora una volta siamo alle altitudini del sublime, con una capacità di messinscena e di rievocazione che hanno oggi pochi eguali, un uso della macchina da presa che si fa produzione di senso e di racconto, non più solo elemento tecnico o stilistico. Anzi, Orphan è da questo punto di vista il Nemes massimo, il risultato assoluto di un maestro dal segno unico e riconoscibile, alla pari dell’altro grande ungherese, Bela Tarr. Di tale potenza, la forma cinema, da soverchiare gli stessi contenuti (e forse è per questo che certa critica anglofona ha parlato di “narrazione debole”: non lo è, debole, è solo messa in ombra dall’eccesso di bellezza della rappresentazione).
Siamo, come sempre in Nemes, nel Novecento europeo, anzi dell’Europa di mezzo dorezione Est. Siamo in Ungheria, in due fasi cruciali: nell’immediato secondo dopoguerra e subito dopo la rivolta fallita del 1956 contro il regime imposto dai sovietici. Panorami di desolazione e macerie, atmosfere soffocanti e plumbee. Nelle tenebre, prendendo a prestito un titolo di Gitta Sereny.
1946. Il bambino Andor, di famiglia ebraica, viene rilasciato da un orfanotrofio e riconsegnato alla madre sfuggita alle razzie e alla deportazione. Il padre invece non è tornato dal lager: Andor idealizza quella figura che non ha conosciuta, aspetta ossessivamente il suo ritorno. E mentre la madre si arrangia per sopravvivere, lui si muove in una Budapest affamata e impoverita contando solo sulle sue forze. Un ragazzo di strada. Ed è impossibile non pensare, vedendolo, al bambino di Germania anno zero di Rossellini. La capacità di Nemes di ricostruire quel momento storico è sbalorditica, con una fedeltà che non è solo mimesi, riproduzione, ricalco, ma immersione in un mondo sepolto, sua rievicazione quasi medianica. Le rovine, i terrain vague dove le bande di bambuni di strada si confrontano e si azzuffano, i casamenti popolari, i cinema con gli avanspettacolo dei clown. Un salto temporale porta poi il film al 1957. La rivolta è stata stroncata dall’Armata rossa, la polizia dà la caccia ai dissidenti, fioccano punizioni e condanne a morte. Andor ha tredici anni, il padre non è mai tornato dal lager, ma lui continua ad aspettarlo. L’uomo – un rozzo, minaccioso macellaio di campagna – che ha dato rifiugio alla madre durante la caccia agli ebrei, dice a Andor di essere il suo padre biologico. Ma lui non lo accetta, non vuole riconoscersi in quel mostro di crudeltà e abiezione riaccolto invece in casa dalla madre, ansiosa di una sistemazione o forse in capace di sottrarsi allasua prepotenza
Il film sta tutto, ed è moltissimo, nella dialettica tra tra esterno e interni, nella tensione tra la tragedia della storia e i tormenti di Andor, orfano e solo, in cerca di una protezione che non ha mai conosciuto. Nemes ha dichiarato di essersi ispirato, per la storia di Andor, alle esperienze di suo padre nell’Ungheria del dopoguerra. Ma sarebbe troppo facile ridurre Orphan a uno schema di freudismo pop sproloquiando di edipici complessi e traumi da assenze paterne. Echi di tanto cinema, dal già ricordato Rossellini di Germania anno zero a Il matrimonio di Maria Braun di Fassbinder (anche per via della somiglianza dell’attriche che interpreta la madre di Andor con Hanna Schygulla). Ma ritroviamo anche l’eredità espressionista con i suoi mostri e i suoi terrori, i suoi Caligari e Mabuse, con le sue bigger than life, come il Golem. Cinema affondato nell’inconscio dell’Europa. Cinema forse inattuale, che non usa più, fuori corso. E difatti quanti a fine proiezione a sbuffare (lsciandosi magari sfuggire un “ancora con la Shoah, basta!”). Ma cinema di cui non possiamo fare a meno e che per nostra fortuna qualcuno ancora si ostina a praticare. Si dia un premio, please, a Orphan.