Cannes 2026. SOUDAIN di Ryusuke Hamaguchi: recensione. Colpire al cuore

Soudain (All of a Sudden  – All’improvviso) di Ryusuke Hamaguchi. Con Virginie Efira (Marie-Lou), Tao-Okamoto (Mari), Kyozo Nagatsuka (Gorō), Kodai Kurosaki (Tomoki). Concorso. Voto 7 e mezzo
Il più grande successo di pubblico a oggi di questo Cannes edizione 79. Visto al Grand Theâtre Lumière con crew presente. E alla fine standing ovation, tutti in platea – pardon: orchestre – e balcon a battere le mani forsennatamente. No, non è il solito finto trionfo, i 20 minuti di applausi farlocchi tante volte riferiti da certi compiacenti recensori-inviati ai festival, soprattutto se degli heritage media (insomma, dei media antichi predigitali). Vizio particolarmente italico quello di produrre titoli sui giornali o su quel poco che ne resta del tipo: grande afermazione del nostro cinema, incontenibile entusiasmo per… (e qui aggiungete voi il titolo e il nome che vorrete). Sempre spudoratamente menzognere queste cronachette di parte, soprattutto ma non solo italiane, però stavolta con il film del nipponico Ryusuke Hamaguchi – ricordate i suoi meravigliosi Drive My Car e Il male non esiste? –  è tutto vero, ve l’assicuro. Gente che non solo si spellava le mani ma pure piangeva. È che questo Soudain, ovvero di colpo, all’improvviso, è un film di quelli che colpiscono al cuore. Che magari a un’occhiuta analisi critica qualche falla la mostrano (in questo caso certi eccessi ideologici e un sovrappiù di setimentalismo e facile utopismo), ma che giganteggiano per come sanno darci personaggi memorabili cui affezionarci e spicchi di vita in cui tutti, di tutte le età, generi, latitudini, si possono riconoscere. Quel cinema di impegno e insieme grand public che da noi si sapeva produrre nel dopoguerra e negli anni Sessanta e di cui oggi abbiamo perso le istruzioni per l’uso. Mentre altri hanno imparato a padroneggiarle molto bene.
Film questo Soudain che alla immediatezza non sacrifica la complessità, prismatico, pluristratificato nei contenuti e nei rimandi, strutturato su più linee narrative, più forme di racconto e rappresentazione, dalle tranche de vie naturalistica alla parabola politico-dimostrativa, dal cinema di parola a quello della pura corporalità. Insieme popolare e ardito, con perfino un walking-and-talking vertiginoso, quell’incredibile interminabile passeggiata notturna con una Virginie Efira che parla in giapponese con la sua amica regista venuta dal Far East. Onore a Efira.
Intanto, si teorizza e si disquisisce sul mondo, la storia, il capitalismo, il colonialismo, il corpo, la salute mentale, su cosa siano la presunta normalità e la presunta devianza. Un materiale eterogeneo e pure a rischio grevità che Hamaguchi riesce a mantenere in miracoloso equilibrio. Siamo in una Rsa – in Francia l’acronimo è EHPAD, sta per Établissement d’Hébergement pour Personnes Âgées Dépendantes – dalle parti di Parigi per pazienti affetti da Alzheimer o altri disturbi cognitivi. Non mancano i problemi cui la pugnace direttrice Marie-Lou (Efira) deve far fronte. Carenze di personale, rapporti non sempre distesi con lo staff, risorse finanziarie insufficienti, controllo occhiuto dei conti da parte della proprietà. L’istituto si ispira al metodo Humanitude (e ne prende il nome), teorie e pratiche non ortodosse che mettono al centro il paziente anziano e le sue energie, il suo slancio vitale residuo ma non del tutto spento, da riattivare secondo secondo modi che intervengono sia sulla psiche che sul corpo. Si cita fin dall’apertua Franco Basaglia come l’eroe che con la sua antipsichiatria ha spezzato le sbarre dei manicomi e impressiona constatare come da noi il suo nome e la sua eredità siano ormai rimossi, mentre altrove continuino a essere un riferimento. Una sua frase, Da vicino nessuno è normale, è anche il titolo della performance teatrale interpretata da un glorioso attore giapponese e messa in scena da una giovane regista sua connazionale, adesso in tournée in Francia (in realtà il titolo è in un italiano approssimativo Nessuno da vicino è normale). Con l’EHPAD Humanitude si stabilisce un contatto, l’attore (con il nipote autistico, che irrompe nella spettacolo a disorganizzare ulteriormente una normalità discussa fin già dal titolo) interverrà sul campo, tra i pazienti, come uno sciamano in grado di ristabilire con loro una misteriosa comunicazione profonda. Nasce in parallelo anche così una solido rapporto di amicizia tra la direttrice Marie-Lou e la giovane regista che scopriamo ben presto essere malata terminale di cancro.
Il miracolo di Hamaguchi è come tutto questo materiale quasi impossibile da rendere in un film diventi il motore di un racconto teso e avvincente e fortemente emozionale (anche troppo). Ci sono parti ideologioche e didascaliche talmente pedanti e pesanti che neanche Brecht: disquisizioni sulle teorie basagliane e la necessità di eliminare le barriere che separano il dentro (in questo caso delle istituzioni totali) e il fuori, perfino una lunghissima lezione neomarxista da parte della regista su come il capitalismo tardo necessiti di un “esterno” di un altrove da sfruttare per mantenere la ricchezza del suo centro. Si pensa al Godard più militante, quello della Cinese, solo che Hamaguchi non ne ha il brio e nemmeno la capacità di trasformare i messaggi più grevi in meravigliose visualità pop. E però il regista di Drive My Car riesce anche qui a farci digerire l’indigeribile con il suo tocco umanista, con la sua capacità di metterci di fronte all’altro da noi e di interrogarci su quella presunta alterità. Il suo utopismo sarà (è) troppo dolciastro, ma come non ammirare il coraggio nel mettere in scena i corpi stremati e distrutti dei pazienti anziani e la loro resistenza nonostante tutto? Pwer non dire di come ci racconta la malattia estrema e la morte. Fosse per il pubblico, la Palma d’oro sarebbe già nelle mani di Hamaguchi. Stiamo a vedere sabato cosa succede.

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