
Das Geträumte Abenteur (The Dreamed Adventure – L’avventura sognata) di Valeska Grisebach. Con Yana Radeva, Syuleyman Letifov, Stoicho Kostadinov, Tiana Georgieva. Concorso. Vincitore del Premio della giuria. Voto tra il 7 e l’8
La vera sorpresa del palmarès di Cannes 2026. Anche perché proiettato l’ultimo giorno del concorso quando l’attenzione dei festivaliers è ormai prossima alla zero, con molti già in fuga verso i patrii lidi, vicini o lontani che siano. Con la giuria probabilmente logorata dalle solite guerre intestine e sull’orlo del collasso psichico. Oltretutto trattasi di un film di una regista tedesca che, pur non essendo alle prime armi (Valeska Griseback è attiva dalla fine degli anni Novanta, lei e i suoi sodali della cosiddetta Scuola di Berlin come Christian Petzold e Maren Ade; non solo, a Cannes 2017 aveva già portato a Un certain regard un bellissimo film ingannevolmente titolato Western, in realtà un’indagine sull’Europa liminale del Sud della Bulgaria e sul cultural clash tra Europa centronordica e quella balcanica), risultava del tutto sconosciuta alla maggior parte dei critici presenti, figuriamoci ai giurati. Invece qualcuno Das Geträumte Abenteur (che gran lingua il tedesco: la traduzione italiana L’avventura sognata non ha la stessa resa) lo ha visto e apprezzato al punto da dargli un premio tutt’altro che minore, quello della giuria. Premio meritato. Chi ha resistito alle due ore e quaranta – tanto dura DGA – di un cinema austero, non conciliante, che niente concede all’entertainnment o alle ruffianaggini di tanto cinema soi-disant d’autore, esulta. Finalmente un premio non prevedibile e un gesto di coraggio vero. Non quello finto che ha portato per esempio a dare un premio pesante allo pseudoirregolare e in realtà piuttosto addomesticato per eccesso di wokismi e political-correttismi La Bola Negra.
Valeska Grisebach torna a raccontare, esattamente come in Western, storie di confine, di gente ai bordi assai porosi tra la Bulgaria meridionale, la Grecia e la Turchia, terre di mezzo, lunga zona grigia dove vige il fassbinderiano diritto del più forte. Dove allignano predoni di vecchio e nuovo tipo, contrabbandieri e mercanti di ogni possibile merce purché luscrosa, a partire dalla merce umana dei migranti venuti da chissà dove e disposti a tutto pur di entrare nel paradiso Europa. Curiosamente è in questo stesso pezzo di terra, anche se dalla parte greca del confine he si ambienta un film magiaro uscito qualche settimana fa in qualche cinema, Hen, che ha la peculiarità (non inedita) di guardare-raccontare attraverso il punto di vista dell’animale protagonista, una gallina nera: ecco, anche lì loschi figuri in antri balcanici squallidi e laidi a trafficare poveri clandestini.
L’innesco narrativo di L’avventura sognata – bellissimo titolo di cui non ci sono date spiegazioni – è il ritorno a casa dopo molti anni all’estero di Said, uomo di poche parole e molti silenzi, forse a coprire trascorsi non troppo limpidi. Cosa l’ha spinto a questo viaggio verso Svilengrad, la piccola città bulgara dove è stato giovane? Non lo sappiamo. Vediamo però Said ritrovare Veska, archeologa impegnata in scavi nei dintorni (la interpreta una fantastica attrice, di maestosa regalità pur nella modestia di vita del suo personaggio, Yana Radeva, di cui spero risentiremo parlare), forse sua compagna degli anni passati, ora donna matura, fieramente sola e totalmente dedita al suo lavoro. Attraverso il quale cerca di recuperare il passato e con esso l’identità storica e culturale, la dignità di quella parte di Bulgaria dimenticata. Succede che a Said rubino la macchina senza la quale non può più muoversi in quella landa desolata e che Veska si impegni a ritrovarla, lei che conosce o crede di conoscere le zone oscure della città, la sua sfera di illegalità. Di colpo il focus narrativo si sposta da Said su Veska. Ed è su di lei, sul suo sguardo, il suo corpo, la sua determinazione che Grisebach costruisce il film seguendone letteralmente i movimenti, il girovagare nella terra di nessuno e di tutti che è il Sud Bulgaria della frontiera. Più che tessere una trama, il film pedina Veska nelle sue esplorazioni. E lo sguardo adottato è più quello del cinema del reale che di finzione mentre, come capita spesso di vedere ai festival, i confini tra i due linguaggi si confondono, in una immersione nel vero che non può non ricordare la lezione di Rossellini. Affiorano via via frammenti di vita di uomini e donne, storie, pezzi del passato comunista e post-comunista e perlopiù affiorano al buio, di notte, quando Veska, lasciati gli scavi archeologici, si addentra nei meandri di Svilengrad. Un gruppo di donne fornisce informazioni sul traffico di migranti, parla della modernizzazione selvaggia della città, ma anche dell’anima di Svilengrad, delle tradizioni che non vogliono morire e cedere il passo al nuovo, Un hotel in stile brutalista-sovietico abbandonato è ora territorio controllato dalle bande criminali che ne hanno fatto l’alloggio di un gruppo di operaie, forza lavoro a basso costo importata dalla Polonia e impiegata nelle semilegali fabbriche locali. Gruppi mafiosi contrapposti si fanno la guerra e si contendono gli affari sporchi. Diseguaglianze clamorose: povertà endemica a fronte dei lussi del boss più potente, della sua villa faraonica stile Gomorra o Casamonica. Memorie del passato comunista e degli anni in cui la minoranza turcofona e musulmana (di cui fa parte lo stesso Said) era sottoposta a un duro processo di bulgarizzazione: uso e insegnamento del turco proibiti, rinuncia forzata ai nomi – di persone e luoghi – di origine ottomana. Ricorda qualcosa? Sì, l’italianizzazione imposta negli anni del fascismo nel Sud Tirolo e nelle terre slavofone della Venezia Giulia.
Il neorealismo del film man mano trasmuta in una specie di onirismo sunnambolico (che venga da lì il titolo?), con Veska a farci da guida nei gironi infernali di una Bulgarie fuorilegge, dominata dalla violenza e dal sopruso, dove l’Europa levigata e iper-regolamentata fino all’ossessione di Bruxelles è, più che lontana, irraggiungibile. Un universo altro. L’avventura sognata si configura come cinema differente di un’Europa differente, discesa negli abissi di quella parte di continente che non vogliamo riconoscere coome nostra e che invece sta lì a interrogarci e a far vacillare le nostre certezze. Un film sottilmente minaccioso, enigmatico e ipnotico come un sogno inquieto. O un viaggio nell’inconscio. Alla fine non c’è consolazione, solo il volto forte di Veska e la sua determinazione a resistere. Stiamo a vedere se qualcuno avrà il coraggio di portarlo nei nostri cinema.
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