1) 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, 1968. Iris, ore 23:43.
Lo Stanley Kubrick che preferisco (in arduo ballottaggio però con Barry Lyndon: appena sotto, Eyes Wide Shut). Un film che ha allargato i confini del cinema (e della nostra percezione, del nostro immaginario). C’è un prima e un dopo Odissea nello spazio, niente, soprattutto nella sci-fi, è rimasto lo stesso. Anche i nuovi o quasi nuovi registi, come il Duncan Jones di Moon, continuano a guardare al capolavoro kubrickiano come a un riferimento imprescindibile. Da vedere e rivedere e rivedere ancora, è sempre uno spettacolo grandioso, uno scrigno cui attingere sempre nuove visioni. Nella classifica stilata nel 2022 dal mensile inglese di cinema Sight & Sound, classifica aggiornata ogni dieci anni slla base dei voti espressi da oltre mille critici di tutto il mondo, 2001: Odissea nello spazio si è piazzato al 6° posto. Mentre nella speciale classifica Sight & Sound che tiene conto delle preferenze di centinaia di registi, anche qui di tutto il mondo: 1° posto. Tra gli autori che lo hanno votato Martin Scorsese, Olivier Assayas, Robert Eggers, Atom Egoyan, James Gray, Joanna Hogg, Ti West e Gaspar Noé. Che peraltro, nel suo bellissimo Enter the Void, omaggia e cita Odissea nello spazio in più di una sequenza.
Parte dal nostro pianeta una nave spaziale verso Giove per far luce su un misterioso caso, la possibile esistenza cosmica di un’intelligenza artificiale come suggerrirebbe un monolito scoperto precedentemente su una base lunare. A guidare la spedizione, un computer di nome HAL. Ma tra gli umani e il tecnologico cervello si innescherà un conflitto, con esiti non previsti. Il film comincia con i nostri progenitori scimmie, finisce in un enigmatico anfratto dello spazio-tempo, di un futuro che somiglia al nostro passato, e che è (forse) una regressione all’origine. In una circolarità perfetta e inquietante, Memorabile la penetrazione della navicella nell’atmosfera di Giove con quegli effetti lisergici che riflettevano in qualche modo le visioni indotte dall’Lsd della controcultura del tempo (anno 1968). Ma è tutto il film a essere entrato stabilmente nei nostri consci e inconsci e a essere diventato la matrice di infiniti calchi successivi. Protagonista un robotico Keir Dullea. Naturalmente il 2001 si sarebbe rivelato molto diverso da quello delineato da Kubrick e da Arthur Clarke, autore del romanzo da cui il film è tratto (si pensi solo all’alimentazione in pillole e ignobili liquidi degli astronauti di Odissea nello spazio). A conferma che la fantascienza non racconta mai il futuro, ma, seppure in forma schermata e criptata, il presente e le sue ossessioni.
2) Alien di Ridley Sott, 1979. Iris, ore 21:14.
Il primo, l’originale. Il film del 1979 firmato Ridley Scott che ha dato il via a una delle più celebri saghe del cinema horror-fantastico. Ormai un classico, con il suo mostro che si ridesta durante la missione spaziale e l’eroica Sigourney Weaver a tenergli testa. Geniale nella scenografia e della definizione figurativa-somatica delle micidiali creature venute dallo spazio. Un capostipite e una pietra miliare. Citatissimo in Avatar, e non solo. Forse il film di Ridley Scott (autore che non amo particolarmente, ma di cui riconosco la mostruosa professionalità e abilità nel sapere intercettare sogni, incubi e ossessioni del tempo) che più ha influenzato il cinema successivo, ben più del suo forse sopravvalutato Blade Runner. Cinema di genere, di incrocio di molteplici generi (horro e sci.fi in primis), alla sua massima espansione.
3) Sacco e Vanzetti di Giuliano Montaldo, 1971. Rai5, ore 21:24.
Chi ha visto il biopic di Hoover J. Edgar (regia di Clint Eastwood) forse sarà rimasto colpito, come me, dalla prima – e di gran lunga più interessante – parte del film, quella che rievoca i sanguinosi (e da noi pochissimo conosciuti e comunque sempre dimenticati) attentati anarchici nell’America post grande guerra, e il processo alla leader di quel movimento anarchico Emma Goldman. Proprio di un attentato dinamitardo furono incriminati nel 1920 due anarchici italiani emigrati negli Stati Uniti, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, poi processati e condannati a morte. La mobilitazione in America e in Italia a loro favore non valse a salvarli dalla sedia elettrica. Da allora Sacco e Vanzetti sono considerati due martiri dell’idea anarchica e dell’antagonismo politico tutto. Icone inossidabili. Fin da allora si accusò la magistratura di aver voluto condurre un processo politico, fortemente influenzato e pilotato dalle forze dell’ordine e dalle istituzioni che esigevano una punizione esemplare. Sacco e Vanzetti santi e martiri, subito. Nel 1971, in un’Italia scossa dai sommovimenti politici antistema e ancora turbata dalla morte dell’anarchico Pinelli e dalle accuse a un altro anarchico, Pietro Valpreda, per la strage di Piazza Fontana, Giuliano Montaldo decide di girare un film su quella lontana eppure ancora viva vicenda dei due italiani in America. Ne esce un film di puntigliosa ricostruzione, di impeccabile fattura e professionalità, in cui la vicenda processuale e preprocessuale viene ricostruita con abbondanza di dettagli. Naturalmente il film sostiene la tesi assolutoria, l’innocenza di Sacco e Vanzetti non solo non è in discussione, ma di questo film è l’architrave narrativa, il perno intorno a cui ruota tutto il racconto. Film di impegno civile e politico, come usava allora, secondo un genere cinematografico che aveva in Francesco Rosi ed Elio Petri i suoi maggiori rappresentanti, e di cui Montaldo era (ed è ancora, come mostra il recente L’industriale) un esponente di prima fascia.Gian Maria Volontè e Riccardo Cucciolla sono i due interpreti, e per Cucciolla arrivò a Cannes il premio come migliore attore. Ma di quel film è rimasta soprattutto la canzone composta da Ennio Morricone ed eseguita dalla musa del folksong Joan Baez, La ballata di Sacco e Vanzetti, ormai uno standard: Here’s to you, Nicola and Bart, parole che continuano a fare il giro del mondo. Dettaglio di culto: la Rosanna Fratello di Sono una donna non sono una santa interpreta è, credibilmente bisogna dire, Rosa, la moglie di Sacco.
4) Colazione da Tiffany di Blake Edwards, 1961. Tv 2000, ore 21:39.
L’imperativo è sottrarre Colazione da Tiffany alla retorica sciampistica che l’ha ridotto a puro sfondo e basamento monumentale dell’idolo Audrey Hepburn. Restituirlo all’acidissimo cinismo di Truman Capote (da un cui testo il film deriva) e Blake Edwards, l’unico vero erede del cinema disincantato e beffardo di Ernst Lubitsch e Billy Wilder. Basta, non se ne può più dei poster con Holly in occhiali neri e tubino altrettanto nero che ormai trovi nei più remoti e polverosi angoli del globo terracqueo. In fondo, al di là del glamour, questa resta la storia di una bella ragazza a Manhattan che di mestiere fa la prostituta, con una storia di famiglia derelitta laggiù nel Texas. E che dietro alla vita smagliante che cerca di condurre – feste, bella gente, begli abiti, gioielli – c’ha i suoi problemi. L’altro lato del film è Paul, giovane scrittore ovviamente in crisi, di fatto gigolo, essendo mantenuto da una ricca signora in cambio di prestazioni sessuali. Lei cerca l’uomo ricco che la riscatti dalle sue origini, lui è povero anche se bello e s’arrangia mettendo in vendita la sua qualità migliore, che non è evidentemente il talento letterario. Finirà come deve finire. Togliete la vernice dello chic palatealmente levigato e troverete due anime perse in cerca di un qualche ancoraggio che le preservi dall’angoscia (e dalla miseria). Ascoltare Moon River di Henry Mancini, una delle più fini canzoni della storia del cinema. Lui è George Peppard, il classico beefcake del cinema americano, non all’altezza della sua partner ma colfisico giusto. Chiaro che il film se lo prende tutto Audrey Hepburn. Pensare che Truman Capote avrebbe voluto Marilyn Monroe, non lei. Occhio alla ricca signora amante di Paul: è Patricia Neal, mio personale culto. (L’avevo sempre pensato in bianco a nero, avendolo visto la prima volta nella tv nostra che ancora non conosceva il colore, invece no: è coloratissimo).
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