Spider-Man: Brand New Day di Destin Daniel Cretton, 2026. Con Tom Holland, Zendaya, Sadie Sink, Jacob Batalon, John Bernthal, Florence Pugh, Mark Ruffalo.
Due ore e mezzo estenuanti. Con infinite trame e sottotrame, inutili digressioni e incroci e crossover forzati con altre figurine Marvel. Un finto colossal che rinuncia all’avventura per concentrarsi sui poco interessanti tormenti del suo protagonista in fase di passaggio post-adolescenziale. Un film di troppi ingredienti non così amalgamati. Cinema-abbuffata. Cinema All You Can Eat. Per fortuna che c’è Tom Holland con la sua naturale empatia. È lui il vero super-eroe, quello che si prende sulle spalle il film e fa di tutto per salvarlo. Voto 5
Mi (vi) rispamio tutte le nerdate sorte nell’immenso vociare in rete intorno ai prodotti Marvel -Avengers. Pur avendo visto un bel po’ di Spider-Man al cinema, compreso quello cartoonato nel multiverso (il più allegramente fuori di zucca, il migliore), non saprei ricostruire gli episodi fondativi né le direzioni e diramazioni narrative che da là hanno portato fin qua, a questo “nuovo di pacca” (mia libera traduzione di “brand new”) Spidey – così lo chiamano confidenzialmente gli adoranti – , né mi importa farlo. Lascio volentieri l’impresa ai suddetti nerd, ai tanti esegeti dell’Uomo ragno che vi si applicheranno con la stessa dedizione e seriosità con cui altri si cimentano nella decifrazione della tavolette cuneiformi dell’alta Mesopotamia. Ammetto di non essere il bersaglio di riferimento di un prodotto come questo che ha portato già in sala legioni di spettatori giovani (mica come me), con incassi globali che in poco più di due settimane sforano i due miliardi (miliardi!) di dollari, una marcia trionfale che relega quella della celebratissima Odissea nolaniana nelle non-notizie, avendo questa incamerato solo un miliardo di dollari, e in più settimane di tenitura (va detto però che al film di Nolan mancano gli incassi dei succulenti mercati asiatici – Cina, Giappone, Sud Corea ecc. -, nei quali deve ancora uscire).
Stavo dicendo: non sono proprio il bersaglio di riferimento dei blockbuster supereroistici, sicché si spiega come mai abbia trovato quest’ultima avventura spideriana noiosa, artficiosamente dilatata a due ore e mezzo (esagerati), pasticciata nelle sue troppo linee narrative – mi dite qual è l’asse portante, quali invece le sottotrame? -, con troppe digressioni e crossover con altri personaggi dell’universo Marvel – Hulk, la Vedova nera. Non bastasse, con una debolissima figura di villain che fatica a giustificare tanto impegno di forze dell’ordine e dello stesso Spidey.
Si abbonda in voli e cadute a precipizio con o senza ausilio di ragnatela tra i canyon a grattacielo della megalopoli, ma senza troppa convinzione, solo per non infrangere la tradizione e mantenersi fedeli al canone del cinema dei superheroes, e per gratificare ovviamente il pubblico popcorn. In realtà si piomba poi nel piccolo piccolo, nella riduzione dal macro al minuscolo tromanzetto di formazione di un main character alle prese con il solito passaggio dal ragazzinismo all’età adulta o almeno young adult. Anche perché non solo un bel po’ di fan del primo Spidey di Tom Holland sono ormai cresciuti, ma lo stesso Holland ha già virato la boa dei trent’anni e la sua fidanzatina nel film Zendaya (nella vita i due sono sposati) sta per raggiungerli proprio in questi giorni e come teenager rischiano di essere improponibili. Vero è che di adolescenti interpretati da chi non ne ha più l’età è piena la storia del cinema, vedi Grease dove John Travolta, 27 anni, e Olivia Newton-John, 31, son costretti a recitare la parte degli eterni liceali danzanti e canterini.Tutta questa operazione “nuova di pacca” o “di zecca” su Spider-Man mi sembra insomma dettata dallo sforzo di traghettare il suo protagonista verso età e comportamenti e conformazioni psicologiche più consoni alle sua responsabilite di eroe posto a difesa dell’ordine collettivo. Eppure, paradossalmente, è proprio in questo passaggio che il film si impantana, privilegiando l’aspetto personal-psicologistico-intimista rispetto alla “missione pubblica” di SM. Via (o assai ridimensionata) l’epica e il respiro avventuroso, spazio invece allo young-adult drama. Come già nei precedenti espisodi, l’inquietante lato securitario, law-and-order, del fumetto originale viene se non eliso certo annacquato. Bisognerà pur dirlo, anche se suona sconveniente, che Spider-Man e i suoi omologhi Batman e Superman sono nati nelle strisce disegnate esattamente come il tanto vituperato e “fascio” Citizen Vigilante di Uwe Boll: cittadini qualunque (più o meno) che, allarmati dal dilagare del crimine, scendono in campo (qualcuno per la verità vola) per ripristinare l’ordine e surrogare le inefficienti istituzioni nella repressione del Male. Pura giustizia privata e fai-da-te, e sappiamo bene quanto la questione attenga più al dominio identitario, programmatico, politico della reazione che alla sponda progressista. Tant’è che per non lasciar trapelare questo lato oscuro in Spider-Man: Brand New Day si fa dire a Spidey, in un dialogo con la capa della polizia, un rassicurante “io sono solo un volontario”, derubricandolo così a semplice assistente non di ruolo. Peraltro non è che stavolta si sbatta troppo, anzi si impegna al minimo sindacale contro un (presunto) villain dotato di poteri ultratelepatici neanche così pericoloso. A produttori e autori interessa ben altro, focalizzarsi sulle angustie interiori del giovane uomo e le sue intermittenze del cuore, le sue trepidazioni di amoroso non ricambiato. Con poi tormentoni continui: lo faccio o no il coming out? Continuo a tenermi la maschera o la tiro su (o giù) rivelando la mia identità? E il dilemma dei dilemmi: chi sono io davvero, Spider-Man o Peter Parker? Peccato che la tensione drammaturgica di questo faccia a faccia con sé stesso sia prossima allo zero.
Sono due le direttrici di racconto, anche se, come dicevo, così intersecate a altre infinite sottotrame che si fatica a enuclearle dalla matassa ingarbugliatisssima. La prima è quella di uno Spidey che, come in un body horror, vede la sua parte animale-aracnide prevalere sempre più su quella umana. Sarebbe anche tema cronenberghianamente interessante, ma qui subito sprecato e ridotto a pretesto per qualche sovraproduzione impropria di ragnatele in grado di generare qualche volo e capitombolo in più tra i grattaceli. O per creare ulteriori turbamenti post-adolescenziali, come se non ce ne fossero già abbastanza. L’altra direttrice narativa è la storia amorosa e languorosa (anche se si cerca di sfrondarla dai sentimentalismi più vieti con dialoghi da rom-com newyorkese-intelligente) con Michelle “MJ”, insomma Zendaya. Ed è da parte di lei tutto un ti conosco/non ti conosco e lui che tira su la maschera e fa coming out e lei che fa una smorfia quasi di disgusto, come dire mi piacevi da eroe ma da ragazzetto qualunque proprio per niente (per rintracciare il momento in cui MJ dimentica che SP è Peter Parker bisogna risalire credo a un episodio precedente, ma questo è per l’appunto roba da esegeti nerd). Immaginatevi il turbine di dolore nel povero super-eroe e la partecipazione a tanto dolore in platea, mentre io che sono di altra generaziona ho trovato la cosa del tutto ininteressante. Poi moltissimi a dire e scrivere: ma che bello, ecco il super-eroe finalmente umanizzato che sa soffrire come noi, che come noi deve vedersela con la sconfitta, lo smacco e lo scacco esistenziali. E subito parallelismi con l’altro eroe tormentato del cinema di questa estate, l’Odisseo made in Nolan, sofferente di sindrome post-traumatuca da guerra di Troia e per il lungo esilio comminatogli dal Dio nemico Poseidone. Ah, ecco, finalmente gli eroi alla nostra misura di umani.
Scusate: no grazie, ridateci per favore al cinema gli eroi veri, non logorati e fallati dentro, e invece tutti d’un pezzo, senza troppe ubbie e paure perché a quelle bastiamo noi. Altrimenti per trovare soddisfazione dobbiamo rivolgerci ai B-movies tipo l’imminente Mutiny con un Jason Statham che non si fa problemi a liberarsi di una masnada di sordidi trafficanti di carne umana. Alla fine delle due ore e mezzo, esausto, mi sono chiesto: ma perché un film così contorto e confuso che non si decide mai a trovare una sua strada ma accumula troppe tracce narrative incrociando, cross-overando, ibridando fino a produrre il caos? Ma dove sono finiti gli sceneggiatori di Hollywood che sapevano costruire trame terse e funzionali senza troppi fronzoli e andavano dritti al proprio obiettivo senza perdersi in digressioni? Mentre qui domina una (non) progressione narrativa a ragnatela, a espansione rizomatica, fino a creare una rete vischiosa che tutto ingloba e immobilizza. Con un vizio ormai dilagante nelle megaproduzioni: si mette una quantità enorme di ingredienti nel piatto se no il pubblico non si sente sazio e non compra il biglietto. Cinema come abbuffatto, come All You Can Eat.
Devo riconoscere però la grazia e il tocco leggero con cui il regista tratta la sovrabbondante materia che gli hanno passato e la capacità di Tom Holland, superstar assoluta del pubblico giovane, di suscitare empatia in chi guarda. In fondo, il vero suoer-eroe è lui.
Nota. Girovagando nel web scopro solo adesso che il regista Destin Daniel Cretton di quest’ultimo Spider-Man aveva fatto il suo esordio giovanissimo nel lungometraggio con Short Term 12, un tosto racconto di plurima formazione in un centro di accoglienza per ragazzi complicati. Film che vidi nel 2013 al festival di Locarno – dov’era in concorso – e che in sede di palmarès avrebbe poi procurato alla protagonista Brie Lrason il premio come migliore attrice (che non ritirò personalmente: mandò invece in video il suo speech di ringraziamento). Brie Larson di lì a qualche anno avrebbe vinto l’Oscar per Room e sarebbe approdata nell’universo Marvel come Captain Marvel. Incredibilmente pure Destin Daniel Cretton è approdato alla Marvel, prima con Shang-Chi e adesso con Spider-Man: Brand New Day. Tout se tient. Ecco in link, nel caso vi si scattata una quakche curiosità. la mia recensiona dal Locarno festival di allora di Short Term 12.