Recensione: LOUISIANA. L’altra America dei tagliati fuori. Ma il docu-film di Minervini è al di sotto delle attese

4452e4863bd5ade18438c374628709bb-700x525Louisiana (The Other Side), un docu-film di Roberto Minervini. Al cinema da giovedì 26 maggio.
louisiana-the-other-side-2015-roberto-minervini-e1432714704388Delude abbastanza questo Louisiana (presentato a Cannes a Un certain regard col titolo The Other Side), che avrebbe dovuto consacrare quale massimo documentarista il marchigiano trapiantato in America Roberto Minervini. Tossici, pusher e altra gente alla deriva in una Louisiana dimenticata da Dio e dagli umani. Ma anche l’iper patriottismo di un gruppo paramilitare di reduci da Iraq e Afghanistan. Peccato che le due parti sembrino appartenere a film diversi, e che l’intento didascalico sia fin troppo evidente. Voto 6
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Era molto atteso questo documentario di un giovane regista marchigiano trasferitosi da tempo in America e lì operante da tempo come filmmaker indipendente. Il suo precedente docu Stop the Pounding Heart, lanciato a Cannes due anni fa fuori concorso, lo aveva fatto conoscere nel giro dei festivalieri. Quest’anno è arrivata da Cannes la convocazione-consacrazione per la sezione B, Un certain regard. Dove The Other Side è entrato tra i probabili vincenti uscendone però senza premi (alimentando ulteriormente sui nostri media le paranoie e complottismi contro i ‘maledetti francesi’).
The Other Side sta a indicare, didascalicamente, quella parte di America povera e ai margini, quella che non vediamo, non conosciamo, non finisce mai sotto la lente dell’informazione di carta o digitale. Minervini porta la sua macchina da presa in una parte lontana da ogni possibile centro, in una Louisiana dei margini, tra tossici-spacciatori, povericristi che si fanno e strafanno di alcol e ogni sostanza. Una lapdancer incinta, una tizia che si fa fare le pere di eroina nei seni (in tutti e due, prima il destro poi il sinistro, ed è un scena già diventata di culto) o, in alternativa, al polso. Non è la prima volta che il cinema va a rovistare nel white trash, si pensi a Un gelido inverno, a Re della terra selvaggia o al remoto Un tranquillo weekend di paura. Minervini ci aggiunge un iperrealismo che non ci risparmia nulla, anche se fatichiamo a capire dove voglia andare con il suo film. Con, perfino, un’eterogenesi dei fini, tant’è che il tossico Mark, che dovrebbe testimoniare l’abisso e il degrado, alla fine si trasforma in un protagonista del film di irresistibile simpatia cui quasi quasi ci si affeziona  (le sequenze con la mamma malata portano lo spettatore tutto dalla sua parte). I limiti sono un cronachismo che non ce la fa mai ad andare oltre l’accumulo di dettagli e singoli episodi, spesso ripetuti e ridondanti, e una spaccatura netta del film tra la prima parte dedicata ai tossici e la seconda a un gruppo paramilitare di reduci delle varie guerra, gente che dovrebbe farci capire il lato oscuro e violento dell’America. Secondo un cliché che però abbiamo visto fin troppe volte. Cosa mai vorrà dirci Minervini, che i tagliati fuori della prima parte sono il risultato dell’America aggressiva della seconda? O che gli uni e gli altri sono tutti povera spazzatura gettata via dall’America che conta e che comanda? Tant’è che il pusher-tossico Mark è reazionario quanto i paramilitari che sparano alla sagoma dell’odiato Obama. Minervini è bravissimo quando si tratta di restituire le singole esistenze e le singole derive, ma fallisce ogni possibile narrazione non riuscendo a tracciare un quadro coerente che vada oltre l’episodicità. E davvero esagera nel suo intento di denuncia, che traspare ben chiaro al di là dell’apparente approccio fenomenologico-oggettivista. Per non parlare del rischio-voyeurismo di certi trucidissimi passaggi del film (le pere di cui sopra). Un passo indietro, nonostante le più alte ambizioni, rispetto a Stop the Pounding Heart.

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