Torino Film Festival 2018. Recensione: ‘High Life’ di Claire Denis. Un uomo, una bambina e l’infinito cosmico: gran film

High Life, un film di Claire Denis. Con Robert Pattinson, Juliette Binoche, Mia Goth, André Benjamin, Lars Eidinger. After Hours.
Uno dei migliori film di questo Torino FF, e uno dei più divisivi. Io mi colloco tra gli entusiasti: questo esordio nella fantascienza di Claire Denis (una delle registe più grandi in circolazione) è sensazionale, un omaggio al genere e insieme una sua reinvenzione. L’odissea cosmica come viaggio nell’inconscio umano e come esplorazione del corpo, del desiderio, della sessualità, e dei loro mutamenti per mezzo della tecnoscienza. Voto 8 e mezzo
Lo si dava per certo allo scorso Cannes, al gran festivàl o alla Quinzaine, e invece niente. High Life di Claire Denis, “one of most wanted films of the year” secondo qualche sito americano, non è entrato in nessuna delle selezioni ufficiali là sulla Croisette, e tutti a chiedersi il perché e scatenarsi in illazioni un filo malevole. Concludendo comunque con un autorassicurante: tanto lo vedremo a Venezia. Invece macché, niente neanche lì. L’ostensione alle masse di High Life è avvenuta più tardi a Toronto e San Sebastian, accolta da reviews non compattamente plaudenti. Intanto da noi i rumors imperversavano: è una bufala, imbarazzante, il film più deragliato di Claire Denis. Adesso che lo si è potuto finalmente vedere qui a Torino (un grazie ai programmatori) io dico che è magnifico, uno dei migliori di questo TFF e di tutto l’annata cinematografica, un film di sci-fi che si situa pienamente nel genere pur con un tono, un suono assai personali, attento, più che all’azione (mai travolgente), alla corrosione delle anime e delle menti, alle ferite esistenziali. Anche, un film di rifessioni e pensieri forti – sul corpo, sul biologico, su come la tecnologia sta mutando la nostra carne e i nostri umori e le nostre stesse percezioni – che rimandano, ebbene sì, alla fantascienza autoriale che si interroga e ci interroga, dal 2001 kubrickiano (come si fa a non citarlo?) a Stalker e Solaris di Tarkovsky. Claire Denis mostra di saper utilizzare molto bene i codici narrativi e di rappresentazione del genere (la sceneggiatura comunque è originale, non tratta da un romanzo preesistente) e insieme inventa, reinventa, si permette libertà e scostamenti rispetto al paradigma, immette nel paesaggio familiare della fantascienza temi che le appartengono da sempre, come il dominio e il possesso esercitati attraverso il corpo e la sessualità. Ma Denis realizza anche un film di una magnificenza visiva che non ci si aspettava, pur mai esagerando in effetti speciali e restando sempre in una dimensione di fantascienza intima, domestica, che ricorda il bellissimo Moon di Duncan Jones (che dopo quell’esordio folgorante si è perduto). Non c’è grandeur, nessuna retorica roboante in quel cosmo stellato, in quei buchi neri che si approssimano e son pronti a ingoiare tutto, in quei soli e in quelle lune che costellano il  vuoto nero e blu là fuori. Denis non fa dello sci-fi porn, non usa spudoratamente le convenzioni e anche le opportunità visivo-fantastiche offerte dal genere. Eppure gli interni di quella strana nave spaziale più sobriamente simile a un container che alle tecnobaroccherie di Star Wars o Alien – sono di assoluta benché rigorosa bellezza, e quel gardino-orto umido e verdissimo, e vivo, è una meravigliosa invenzione.
Un giovane uomo, austero e meditativo, e una bambina poco più che neonata sono i soli umani in una nave spaziale misteriosamente avviata verso chissà dove. Scopriamo corpi crioconservati, scopriamo che la nave è molto oltre il sistema solare e che ogni comunicazione con la madre terra richiede tempi che sfiorano una vita. Immagini di un passato lontano arrivano, immagini che verranno viste tra decenni vengono mandate. L’uomo, di nome Monte, è assai amorevole verso la bambina, paziente, attento, come se a quella neonata fosse affidato il futuro. Immagini e ricordi balenano e affiorano nella testa del giovane uomo (lui è il padre? lei la figlia?). Che è il solo sopravvissuto della crew, tutti galeotti – condannati a morte o all’ergastolo laggiù sulla terra – cui è stata data la chance di vedersi cancellata la pena a patto che accettassero di fare da cavie – quali sono gli effetti sugli umani dei buchi neri? – di quella missione spaziale. Una comunità di uomini e donne, tutti con orrendi crimini alle spalle, in cui si sono consolidate amicizie e inimicizie, attraversata dal desiderio e dalla frustrazione, da ambizione, avidità, rivalità di vario tipo. Monte è una sorta di monaco zen, lui ha ucciso in sé ogni desiderio, si è come disincarnato, spiritualizzato per sopravvivere dopo la colpa, nella colpa. Ed è l’uomo cui tutti guardano, il leader occulto che irradia forza, mentre il potere palese è nelle mani di Dibs, una dottoressa – variante al femminile della figura del mad doctor – che governa quella ciurma attraverso la seduzione, l’inganno, le minacce e le promesse, e l’uso massiccio di psicofarmai e droghe contro la sofferenza. Ha un progetto, un’ossessione, perpetuare la vita di quella navicella lanciata verso il niente con il concepimento in modi tecno-naturali di una nuova creatura. Ma ogni fecondazione è sempre fallita, nonostante la raccolta sistematica dello sperma dei viaggiatori-prigionieri e la sua introduzione forzata nel corpo delle donne della crew, in quelle condizioni estreme. Finché la demoniaca Dibs, oggetto nemmeno oscuro del desiderio collettivo, riuscirà nella sua impresa rubando con l’inganno lo sperma che mai era riuscita ad avere, quello di Monte.Claire Denis spinge fino a livelli estremi e difficilmente sostenibili per un pubblico largo l’attenzione per il sesso e le sue derive medicalizzate e tecnologizzate, dandoci una sequenza di sconvolgente ma controllata selvaggeria in cui Dibs (Juliette Binoche) ha un amplesso meccanico nella sex box, la cabina del sesso. Nella claustrofobica starship il fantasma erotico è presenza costante, incombente, ossessiva, intossicando le menti e ele anime, e le relazioni. Se Denis voleva affidare al suo film un’intenzione, una visione delle cose e del mondo, diciamo pure un messaggio, tutto questo resta sfuocato. Conta invece la tensione continua, fin dalla prima scena, tra angoscia e speranza, tra senso della perdita e percezione di una nuova vita possibile, di un altro futuro. Perfino la relazione tra Monte e la bambina Willow pur nella sua infinita tenerezza non sbanda mai nel sentimentalismo volgare. Un film di passioni e di istinti, di pulsioni, di corpi torturati dal dolore e dalla vertigine del desiderio, sui quali si stende però il velo di una forma smagliante e perfetta, di una bellezza in grado di sopraffare e neutralizzare ogni buco nero. Rispetto per Juliette Binoche, che non esita a lanciarsi in una missione impossibile (quante attrici del suo rango avrebbero accettato un personaggio come Dibs e recitato una scena disturbante come l’amplesso meccanico?). Ma a fare suo il film è Robert Pattinson, ormai una certezza e, più che un attore, una presenza assoluta, meraviglioso quale padre fragile e tormentato eppure di una fibra infrangibile. Claire Denis aveva pensato il film per Philip Seymour Hoffman, poi sappiamo cosa sia successo, e le ci sono voluti anni per trovare finalmente in Pattinson il protagonista che cercava.

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