Torino Film Festival 2018. Recensione: ‘In Fabric’ di Peter Strickland. Il vestito che uccide

In Fabric di Peter Strickland. Con Marianne Jean-Baptiste, Fatma Mohamed, Hayley Squires, Leo Bill, Gwendoline Christie. After Hours.
Peter Strickland si conferma talento irregolare e non omolologabile. E con questo In Fabric continua la sua perlustrazione nei territori di certo horror italiano e europeo, riproponendone i modi e i vezzi, ma con parecchio feticismo in più e un inaudito livello di stulizazione. Guardando stavolta anche a Poe e ai classici, con la storia di un abito rosso maledettissimo che è un veicolo del Male. Voto tra il 7 e l’8
Mai fidarsi dei negozi di moda, di abiti (e accessori) belli e più o meno firmati, possono nascondere orribili segreti e abissi insidiosi. Già ci aveva avvertito allo scorso Festival di Venezia Laszlo Nemes facendoci entrare con il suo capolavorissimo Sunset in una sinistra modisteria di Budapest. Adesso In Fabric, di quel Peter Strickland che appartiene alla corrente visionaria del cinema inglese  che da sempre accompagna come un’ombra i british movies più compassati e perbene – qualche nome: Monty Python, Ken Russell, Terry Gilliam, lo stesso Hitchcock -, il luogo di ogni tentazione e pericolo è uno scintillante store di vestiti in una media città dell’Inghilterra. È tempo di saldi, le clienti si accalcano alle entrate come falene intorno alla fiamma per poter mettere le mani sulla Grande Occasione prima che sparisca, ma dietro al rito selvaggio del consumo se ne nasconde un altro segreto e demoniaco. Un proprietario vampiresco e voyeur, una capocommessa abbigliata in nero a sbuffi e balze come una bambola vittoriana, e sembra di una bambola cattiva o di una maschera kabuki la sua faccia allisciata e porcellanata, di vitrea quanto spaventosa inespressività. Si tratta di procurare donne giovani e  meno giovani al padrone perverso, e lo strumento per catturarle è un vestito rosso dai poteri magici, di magia nera, nerissima. Chi lo indossa se ne trova prigioniero e diventa una sorta di pupazzo, di marionettà comandata a distanza dalla demoniaca capocommessa, la sinistra officiante del rito dei saldi (e che meraviglia quei cataloghi da Postalmarket con pretese chic).
Peter Strickland continua con coerenza la sua perlustrazione nei territori dell’orrore più fiammeggiante, ma con un senso alto dello stile che lo separa e distingue dai molti praticanti del genere. Il suo progetto di messinscena è glamourizzare il terrore, estrarne tutto il potenziale estetico, la mortifera bellezza. Con i precedenti Berberian Sound System (lo vidi a Locarno e non apprezzai: mi dichiaro pentito) e The Duke of Burgundy, aveva citato, omaggiato, rifatto a modo suo i gialli erotici e non erotici all’italiana degli anni Settanta, da Dario Argento a Lucio Fulci con un che dei lounge di Umberto Lenzi (soprattutto in Burgundy), scatenandosi nel gioco dei riferimenti. Ma aggiungendo parecchio di proprio, il feticismo dei corpi, degli oggetti, dei decori, una stilizzazione assai più spinta di quella degli ordinari italian horror di allora. E vedendo In Fabric, mi pare sempre più spiccata la propensione di Strickland per le coreografie del sangue e del massacro, per i cerimonali mortuari, come a voler realizzare un musical all’inferno. Di cui il negozio degli abiti maledetti è il palcoscenico designato. Sembra, tra quegli abiti in cui si nasconde la morte, di rivedere l’atelier di uno dei gialli non gothic di Mario Bava, Sei donne per l’assassino (del 1964, pre-argentiano, di un’altra era e di un’altra sensibilità dunque rispetto all’italian giallo), e chissà se Strickland lo avrà visto.
Il motore narrativo di In Fabric sta in un abito, naturalmente rosso sangue, rosso fiamma, il colore più rischioso. In saldo da Dentley & Soper, strettamente consigliato dalla satanica Miss Luckwood con oscure parole tra il sapienziale e il poetico, viene acquistato da una signora appena mollata dal marito e in cerca di una nuova storia (tramite inserzioni di un’era pre-app). Quel vestito si animerà, mostrerà una sua volontà, diventerà una minaccia sospesa su di lei, il figlio illustratore e graphic novelist e la sua odiosa fidanzata-musa-modella. Di più non si può dire. Ma siamo solo alla prima metà del film. Che continua con una seconda storia in cui il vestito rosso, ridotto a brandelli, riprende vita e finisce in casa di un operaio riparatore di lavatrici e della ragazza che sta per sposare. Lo sviluppo ricalca quello del primo episodio, solo senza quello scintillio estetico e feticistico, messo in scena in una forma dimessa e qualsiasi, come a contrapporlo al fashionismo del precedente. Anche se non mancano sequenze perturbanti (l’addio al celibato), non si raggiunge qui la potenza espressiva della prima parte, ed è questo il limite din un film altrimenti importante e bello. Dove Strickland si diverte a creari rimandi e rifrazioni e ripetizioni diferenti (la lavatrice impazzita) o a imprimre un’ironia disseccata, deadpan (quella coppia di strani datori di laoro che sembra una reincarnazione di Gilbert & George). Ho avuto anche l’impressione che stavolta Strickland volesse allargare il suo panorama di riferimento. L’animismo, il pensiero magico su cui si fonda il film – un vestito dotato di vita propria – ricorda certi horror classici alla Edgar Allan Poe, la doppia storia rimanda ai cosiddetti portemanteau movies, più trame chiuse nella stessa cornice (in questo caso il negozio che vende la morte in forma di abito). Incassiamo intanto il bello di In Fabric al di là dei suoi squilibri, rinnovando piena fiducia a Peter Strickalnd, forse il solo, insieme alla coppia belga Hélène Cattet e Bruno Forzani di L’Étrange Couleur des larmes de ton corps, a praticare un cinema di genere così affascinato dalla forma, dalle ubriacature coloristiche, dalle possibili e impossibili visioni. Quanto alla critica al consumismo che sembra emergere in alcune sequenze, non mi pare il caso di prenderla troppo sul serio, e ancora meno mi sembra il caso di attribuire al talento anarchico di Strickland un’intenzione politica.

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