Torino Film Festival 2018. Recensione: ‘Papi Chulo’ di John Butler. Come buttare via con un film mediocre un’idea notevole

Papi Chulo di John Butler. Con Matt Bomer, Alexandro Patiño. Sezione Festa Mobile.
Parte come commedia-confronto tra un gay californiano bello e healthy come solo i gay californiani e un immigrato cubano cinquantenne padre, nonno, patriarca. Ma Papi Chulo butta via l’idea narrativamente interessante del minimo scontro di civiltà per diventare un altro e strano film. Un film pavido che mette un campo mille questioni senza indagarne nessuna. Voto 4 e mezzo
Minimi sontri di civiltà in versione queer a Beverly Hills. Con dentro un’eco minima di lotta di classe. Stando al pressbook prometteva qualcosa, e anche di più, questo film diretto da John Butler su un weatherman – oddìo, in verità lettore assai flamboyant di meteo in una televisionaccia losangelina – in crisi deoressiva e pure un filo dissociativa per via di un trauma che scopriremo poresto. Dopo una diretta disastrosa in cui perde la testa lasciando esterrefatti spettatori e respoinsabili dell’emitente, il weatherman Sean, gay assai figo belloccio  healthy curato e tirato a lucido proprio come immaginiamo sia un gay californiano lavorante nello showbusiness, si prende, o è costretto a prendere, una pausa di riflessione nella sua bella aggettante sulla valle abbastanza solitaria e popolata di coyote. Sono i giorni dell’abbandono. Da qualche mese il suo compagno di nome Carlos se n’è andato, e da allora Sean non è più stato lui. Continua ossessivamente a lasciare messaggi sulla segreteria di Carlo (“anche se lo so che non mi risponderai”), inanella atti sconnessi. Quando si mette a dipingere di blu il pavimento (in legno) del terrazzo-veranda si rende conto di aver bisogno di una mano. Ingaggerà la mattina dopo uno dei cubani che fuori dal ferramenta locale stazionano in attesa di qualcuno che li affitti per un qualsiasi lavoro. La scelta di Sean cadrà su Ernesto (come il Che), padre di famiglia di cinquantacinque anni e già nonno, un uomo sagace immerso in una cultura ovviamente latino-patriarcal-familista, e cattolica e marxista, dunque all’altro capo del mondo rispetto a Sean, giovane omosessuale americano bello, palestrato ma non troppo, con casa design e il cibo giusto e sano in frigorifero. E già lo spettatore si immagina dallo scontro e cortocicuito tra i due una commedia di massimo divertimento, come insegna decenni di strane coppie hollywoodiane. E per una decina di minuti sembra così, e si sorride più di una volta, benché questo incontro perplesso tra gay e macho latino appaia alquanto inchiavardato sui binari della prevedibilità. Poi il film prende tutt’altra direzione e addio minimi scontri di civiltà in chiave di commedia. La depressione di Sean rivela lati sempre più strani, malati, oscuri. Come pagare Ernesto perché lo accompagni in barca o durante un trekking sopra LA: devi coltivare le “human interaction”, ha raccomandato qualcuno al weatherman in aspettativa, da lì le sue eccentriche proposte al cubano. Il quale, pagato per quei non lavori, per fare letteralmente da accompagnatore, esegue e incassa. Ma il film ha un ulteriore, decisivo twist, quando scopriremo che i bizzarri comportamenti di Sean affondano in una perdita, in un lutto. E scopriremo anche perché Sean tra tanti lavoratori a giornata abbia scelto Ernesto. Papi Chulo gioca fin troppo sporco con lo spettatore ingannandolo e depistandolo clamorosamente. Nemmeno quando scopre le sue carte si fa però trasperente e coerente. Per quanto allo spettatore possa apparire incredibile, il fichissimo Sean è in qualche modo oscuro sessualmente attratto dall’apaprentemente non desiderabile Ernesto. Ma gli autori rinunciano subito alla possibilità di dare corso a una storia che suonerebbe sovversiva per come rovescia certi stereotipi soprattutto estetici che governano in modo ferreo tanto desiderio gay-maschile, e non solo gay. Un amore sconveniente, inaccettabile, impresentabile, quello tra Sean e Ernesto. Sicché lo si fa solo balenare per un nanosecondo per poi spegnerlo e indirizzare il racconto verso lidi più consolalori e meno pertutrbanti, dove niente viene messo in discussione, non il totem della bellezza e della perfezione fisica che tanta parte ha nella cultura gay né, specularmente, ilmito della virilità latina. E si finisce confusamente tra commedia ritrovata e lacrime di melodramma. Papi Chulo è un film pavido che accenna molte linee narrative senza seguirne fino in fondo nessuna, un piccolo, medio e mediocre film che perde tutte le occasioni e si acontenta di allisciare il suo pubblico di riferimento buttando via la bella idea iniziale di un confronto serrato tra due universi culturali assai distanti e del loro possibile o impossibile dialogare. Però Matt Bomer è bravo proprio a rendere a occhio spalancato l’ebetudine sofferente e perplessa, e non priva di fanciullaggine, che è uno degli effetti collaterali della nostra narcisa contemporaneità (mica solo californiana)

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