Torino Film Festival 2018. Recensione: “I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians”, un film di Radu Jude. Uno dei vertici di questo festival e di questo anno cinematografico

“I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians” (“Non mi importa se passeremo alla storia come barbari”), un film di Radu Jude. Romania. Con Ioana Iacob, Alexandru Dabija, Alex Bogdan, Ilinca Manolache, Serban Pavlu, Ion Rizea, Claudia Ieremia. Sezione Onde.
Romania, oggi. Una  regista cerca di raccontare attraverso uno spettacolo di piazza le responsabilità dei rumeni nei massacri di ebrei nel 1941. Fatti rimossi dalla coscienza nazional-collettiva. Ma naturalmente saranno molti gli ostacoli e le resistenze. Un grande film, lucido e appassionato, un film saggio su questioni cruciali girato però senza malmostosità e sussiego. Voto 8 e mezzo
In my opinion, il film più importante tra tutti quelli che ho visto, almeno finora, a questo Torino Film Festival. Fors’anche il migliore. Di sicuro uno di vertici del cinema del 2018. Di sicuro indispensabile, e però chi mai avrà il coraggio di importarlo e distribuirlo  da noi rischiandoci sopra dei soldi? Perché oggi, anno domini 2018, bisogna amaramente ammettere che per operazioni come queste non c’è più un pubblico, almeno in Italia. Che nessuno è più disposto a comprarsi il biglietto per un film di due ore e venti minuti sui massacri di ebrei in Romania durante la WWII, massacri operati dagli stessi rumeni. Un film che si interroga sulle responsabilità di allora e sulla rimozione nazional-collettiva che ne è seguita e dura tuttora. Alleato dei nazisti, il primo ministro-conducator Ion Antonescu, leader delle ultradestre Croci di ferro, dopo aver varato leggi ferocemente antisemite ordinò che popolazione ebraica di Bessarabia e Sud-Bucovina fosse deportata in Transnistria, in realtà quella deportazione si risolse in eliminazione fisica. Correva l’infame anno 1941 e lo zelo dell’esercito nazionale nella soppressione con ogni mezzo del ‘nemico giudeo’ parve eccessivo perfino ai nazisti, che invocavano più ‘professionalità’ e ‘metodo’ e meno ferocia e selvaggia improvvisazione. “Non mi importa se passeremo alla storia come dei barbari” (le virgolette son parte integrante del titolo del film di Radu Jude, trattandosi di citazione letterale di un discorso dello sciagurato Antonescu) si astiene però sia dal documentarismo sia dalla ricostruzione fictionale dei fatti sulla scia di La lista di Schindler o di altri Holocaust-movies, per adottare invece la tecnica e la pratica del reenactment, la riattualizzazione di pezzi di storia attraverso la loro messinscena. Siamo tra lo spettacolo e la psicoterapia di gruppo, anzi di massa, ma Radu Jude è così naturalmente regista e narratore da farci subito dimenticare quanto possa esserci di di cerebrale  nell’operazione. Difatti, gran successo e applausi in tutte le rassegne in cui è stato proiettato, vittoria a Karlovy Vary, festival in forte ascesa, un altro premio l’altro giorno a Gijon, Spagna, l’investitura quale candidato rumeno all’Oscar per il migliore film in lingua straniera. Certo vien da chiedersi – se lo sono chiesti pure i Cahiers du Cinéma nella loro corrispondenza da Karlovy Vary – come mai un film così cruciale Cannes, Locarno e Venezia se lo siano lasciato sfuggire. Anche perché Jude, benché non consacrato come i connazionali Cristian Mungiu e Cristi Puiu, non è autore secondario. Alla Berlinale 2015 piacque molto, ed ebbe anche un premio, il suo Aferim!, e il successivo Cuori cicatrizzati fu una delle cose belle e imperdibili di Locarno 2016. C’è solo da sperare che in qualche modo “Non mi importa se passeremo alla storia come dei barbari” possa circolare in Italia, magari su una qualche piattaforma digitale.
Un film-saggio senza però malmostosità e sussiego. Un film di secondo grado (e anche terzo) su una giovane donna di gran coraggio che cerca a Bucarest (almeno, mi pare sia Bucarest) di mettere in scena tra molti ostacoli e resistenze uno spettacolo teatrale di piazza sul massacro, circa trentamila morti, di ebrei di Odessa dopo la conquista della città da parte dei rumeni. Un film di intenzioni didattiche e didascaliche e dimostrative che non possono non ricordare Brecht e perfino certo Godard ipermilitante, se non fosse che Jude adotta per stemperare il richio retorica e alta autorialità il registro del grottesco e della commedia (apparentemente) sgangherata e balcanica come già in Aferim! Metacinema fino dalla scena d’apertura dove l’attrice protagonista, Ioana Iacob, si presenta guardando in macchina e abbattendo brechtianamente la quarta parete per comunicarci il ruolo che va a interpetare. Ovvero quello di una regista di nome Mariana Marin (“non la poetessa rumena anni Ottanta, una sua omonima”) impegnata nella realizzazione del progetto “Morte di un nazione”, e ogni allusione a Griffith è fprtmente voluta. Si tratterà, secondo i dettami del reenactment (avete in mente il capolavorissimo The Act of Killing di Joshua Oppenheimer?), di rievocare, di rivivere e far rivivere al pubblico in forma di teatro quanto accadde a Odessa in quell’autunno del 1941. Assistiamo allorganizzazione del comlicato progetto, al casting, alle prove nel Museo Militare si suppone di Bucarest tra cingolati e varie armi d’epoca e divise. Nessuno vuole indossare nel reenactment quelle degli aborriti occuoanti sovietici, molti sono invece affascinati da di SS e SA. E.come in Effetto notte di Truffaut le faccebde private di Mariana si insinuano nella già faticosa preparazione dello spettacolo, ed ecco i suoi incontricon un pilota d’aereo natralmente innamorato di lei e naturalmente sposato dunque per niente disposto a lsciare la moglie. Arriva un fiunzionario della municipalità che ha finanziato il progetto pensando si trattasse di uno show patriottivo. Naturalmente quando capisce dove andrà a parare “Morte di una nazione” cerca di dissuadere Mariana: nessuno ha voglia di fare i conti con quel passato ingombrante e rimosso, il paese ha dimenticato e si si è autoassolto, le istituzioni non saranno per niente contente. Meglio sopire, depotenziare, ammorbidire le responsabilità di Antonsecu e della Romania. Il confronto tra Mariana e il funzionario Movila, tipo intelligente e abile, è il cuore del film; è attraverso i loro dialoghi e scontri e duelli verbali che Radu Jude mette in campo tutta la complessità della questione, tutti i nodi irrisolti e da siogliere. La necessità della memoria, di fare i conti con le proprie responsabilità, di guardare in faccia la Storia. Pur nei toni e talvolta nei ritmi comncitati della commedia si affrontano temi spinosissimi e cruciali, come quello dell’unicità dell’Olocausto ebraico (“ma allora gli altri genocidi? come mai nesssuno parla del massacro degli Herero in Namibia da parte dei tedeschi nel primissimo Ncento?” insinua l’avvocato del diavolo Movila). Cascate di citazioni e riferimenti da pate di Mariana e del funzionario. Wittgenstien, Nietzsche, Hannah Arendt, Raul Hillberg, Walter Benjamin, Elie Wiesel, Leni Riefenstahl, Isaac Babel. Intanto scorrono immagini d’epoca, agghiaccianti, e l’infame discorso di Antonescu con le parole che fanno da titolo al film. Gli stessi attori ingaggiati, professionisti e nn professionisti, si dividono sula questione, chi assolve Antonescu, chi dichiara di perferire comunque i nazisti ai sovietici. E su tutto la cappa del pregiudizio antisemita, eterno, inestirpabile, continuamente riemergente, ieri oggi fors’anche domani, come connaturato alla stessa balancità e/o appartanenza slavo-est-europea. Non si fanno spoiler, qundi non dirò il finale, se non che lo spettacolo andrà comunque in scena, anche se gli effetti non saranno precisamente quelli sperati da Mariana. Si esce dopo 140 minuti con pensieri e dubbi che vorticano per la testa. Chiedendosi cosa voglia dire, oggi, fare i conti con le fasi oscure della storia nazionale e se e quanto sia necescario farlo. Che è un tema del cinema di questo tempo. L’altra settimana s’è visto a Milano, a Filmmaker, il documentario di una regista austriaca sul caso di Kurt Waldheim, presidente del paese e segretario generale Onu con discussi trascorsi nell’esercito tedesco. E sempre qui a Torino qualche giorno fa il docu (di ben 4 ore) Unas Preguntas sulla dittatura miltare in Uruguay e la tragedia dei desaparecidos. Non so come possiate vedere “Non mi importa se passeremo alla storia come dei barbari”, ma se vi capita correte. Anche perché Jude è talmente bravo nella messinsena, nel mantenere alto il ritmo, nello svariare tra i personaggi e i molti strati del racconto, da non farci pesare né l’enormità della questione che affronta né la lunga durata del film.

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