Venezia 2021. Recensione: MADRI PARALLELE (Madres Paralelas), un film di Pedro Almodóvar. La Mostra comincia bene

Madri parallele (Madres paralelas) di Pedro Almodóvar. Con  Penelope Cruz, Milena Smit, Israel Elejalde, Aitana Sánchez-Gijón, Julieta Serrano, Rossy De Palma. Concorso. Voto 7 e mezzo
Finalmente con questo Almodóvar, film di apertura di Venezia 78, film in concorso per il Leone (applausi a Pedro che potrebbe starsene nella comfort zone del fuori concorso e invece si ributta in mischia), qui si torna a parlare di cinema, se ne discute, pure un po’ ci si accapiglia. Finalmente, dico, dopo la terribile giornate della vigilia, ovvero martedì 31, con la piattaforma di prenotazione Boxol (obbligatorio prendersi il biglietto online se no non si entra in sala) collassata per via dei troppi richiedenti o per propria strutturale inadeguatezza tecnologica. Boxol inaccessibile perfino alla casta rossa, i molti, moltissimi, troppi cui è stato assegnato l’accredito maximo di questo festival, il badge color del sangue industry o press, il vertice della piramide, quello che assegna il diritto di priorità. Ecco, perfino su di loro, cui pure nelle proiezioni press-industry è o era – bisogna riverificare – riservato l’80-85 per cento dei posti disponibili (in Sala Darsena undici settori su tredici, ai poveri portatori di accredito blu i restanti due: uno scandalo) si è abbattuto ieri un karma pesante – sarà l’invidia suscitata in tutti gli altri festivalieri peones? – con impossibilità di prenotare anche per l’élite rouge un film delle sezioni diciamo (impropriamente) minori. Ma basta, magari riscriverò di Boxol a situazione assestata in un altro post, adesso si parli solo di cinema. E allora, Almodóvar. Con un film, Madri parallele, che al solito prende i format e i modi del melodramma classico alla Douglas Sirk non per ribaltarli, tutt’altro, solo per aggiustarli ai tempi nuovi. Film accolto con un applauso alla proiezione stampa in Darsena ma senza troppi entusiasmi, e poi, fuori, nel cicaleccio post-proiezioni consueto, molte le riserve e le perplessità. Ma Pedro assembla troppi materiali eterogenei, non ce la fa a connetterli e organizzarli! Ma Pedro esagera in sermoni ideologici, e mica solo gender culture, che almeno quelli gli appartengono da sempre! Dissento. Perché, vero, una delle linee narrative di Madri parallele sono i furori e i dolori e le ferite mai cicatrizzate e lasciate sul corpo della nazione dalla Guerra Civile, vero che vi si tracciano linee di demarcazione assai nette tipo o di qua o di là (tu da che parte stai, la tua famiglia da che parte stava allora? chiede perentoria Janis-Penelope Cruz alla assai più giovane benché neomadre come lei Ana, che da perfetta GenZ cade zalonianamente dalle nubi quando le si parla di quel lontano bagno di sangue), ma non mi pare che si sventolino bandiere. Se mai il regista un filo eccede nel farci la didascalia sul cosa fu, anche per far capire agli zucconi e agli ignoranti, introducendo un che di wikipedizzazione nel suo cinema tradizionalmente alieno da simili tentazioni. Però, signora mia, che capacità di raccontare, di girare. Da maestro, ecco. Arrivato alla pienissima maturità e anche oltre, confeziona ormai un cinema classico dove le rabbie, gli eccessi, le selvaggerie di un tempo si sono decantati, tutt’al più lasciando segni e marchi qua e là (il transgender in copertina su una rivista femminile) a dirci: questo è un film di Almodovar. Bisogna avere del talento e sapersi anche distaccare dal Sé che si è stati in altri tempi per arrivare a una tale suprema pacatezza, a una tale semplictà dove tutto è in equilibrio, niente è fuori tempo e fuori tono e fuori posto, dove ogni passaggio è massimamente naturale. A raccontarla, la storia di Madri parallele, sembra quella di una fiction di Rai 1 appena appena più moderna. Ma è un trompe-l’oeil, un depistaggio. La differenza almodovariana sta nell’introdurre nel più banale quotidiano il seme di un’alterità, di un’altra visione, nel lavorare sui dettagli con un tocco non confondibile. Guardate quella galleria di ritratti degli uomini uccisi in un lontano massacro dai falangisti e delle loro famiglie. Tutto, benché ricostruito, ha uno straziante sapore di verità, quelle facce, gli occhi, i capelli, perfino quell’ombreggiatura sopra il labbro nella foto della bisnonna. E si potrebbe continuare.
Quarantenne fotografa di cose di moda e beauty (però bisognerebbe dire ai sottotitolatori che anche in Italia quando si fanno scatti di rossetti, creme e make up si parla di still life, mica di nature morte come nei sub. che ci è toccato leggere), Janis – nome scelto dalla madre frikkettona in onore di Janis Joplin – conosce durante uno shooting un antropologo forense cui affida la missione di riesumare da una fossa comune i resti degli uomini ammazzati dai falangisti nel suo paesello natio. L’antropologo promette, rivede Janis, finiscono a letto, lei resta incinta, e non pensa neanche un attimo di abortire, anche se lui, sposato, non si occuperà certo del figlio (anzi, figlia). Ci si sposta in ospedale, come in Donne in attesa di Bergman, nella stanza che la quasi partoriente Janis condivide con la qusi partoriente ancora minorenne Ana, ovviamente pure lei madre single, con l’unico supporto peraltro incerto di una madre troppo dedicata alla sua carriera di attrice teatrale per badarle (peronaggio squisitamente almodovarano). Fin qui siamo nel genere paure e speranze, desideri e illusioni di donne in attesa. Il parto è felice per entrambe, entrambe le creature sono femmine, entrambe le creature soffrono di qualche non grave problema che le tiene per un po’ in osservazione (un dettaglio che si rivelerà cruciale nel corso della storia). Meglio non rivelare gli sviluppi, tantomeno il clamoroso twist che imprimerà alle vite delle due madri una svolta radicale. Diciamo che Janis e Ana diventeranno molto amiche, anche amanti, in un approdo dove Almodovar sembra allinearsi all’elogio delle nuove famiglie genderfluid ecc. e invece no, con uno scarto in grado di sorprenderci il signor Pedro va a indagare il territorio degli inestricabili e ineludibili legami parentali di sangue, di cromosomi, di patrimoni genetici tramandati di generazione in generazione. In un’era come l’attuale in cui il dato biologico sembra non contare più niente e svaporare Almodóvar lo rimette al centro della scena, facendone l’asse intorno al quale si struttura il film. Per mettere una qualche segnaletica agli snodi drammaturgici più importanti: si ricorre molto ai test del Dna perché paternità e maternità in Madri parallele sembrano certe e invece sono incertissime (oltre che per dare certezza di identità a quel che resta dei corpi sepolti nella fosse comune ai tempi della Guerra Civile), si ricorre soprattuto a un topos che mai ci ha lasciato dal romanzo di appendice e anche da prima, ovvero lo scambio in culla di due neonati. Cui peraltro ricorse qualche anno fa anche Kore-eda Hirozaku nel suo Padri e figli. Ammirare le tecniche e le strategie con cui Almodóvar trasmuta questo bagaglio così tradizionale da sembra inusabile in un dispositivo in grado di guidarci in questi tempi di famiglie non più definibili o radicalmente discusse e perfino sabotate. E riaffiora pure il dilemma eterno se i figli siano di chi li fa o di chi li alleva. In Madri parallele non ci sono tesi da dimostrare, Almodóvar procede lasciando che siano i personaggi, i loro atti, le loro paure, le esitazioni, le scelte, anche gli errori a definire un possibile equilibrio in una materia insieme così sdata e inesplorato. E con che levità e grazia lo fa. Come dicevano i recensori del vecchio teatro, tutti bravi gli attori ( con le almodovoriane richiamate in servizio come Rossy De Palma e Julieta Serrano, irriconoscibile). Certo che Penelope Cruz è coraggiosa nello spogliarsi di ogni posa divistica hollywoodiana, e senza make up, nelle scene post-parto, sembra ancora la Cruz che conoscemmo, ragazzina incinta che partorisce sull’autobus, all’inizio di Carne tremula. Era il 1997, dietro la mdp sempre Almodóvar.
Nota: forse non è il miglior Almodóvar di sempre, ma se gli dessero il Leone non ci sarebbe che da essere contenti. Nessuno più di lui se lo merita, lui che in tanti anni non è mai riuscito a vincere né un Leone né una Palma.

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