Berlinale 2022. I primi 3 film in poche (ma non pochissime) righe: Ozon, Seidl, Guiraudie

Peter Von Kant

Rimini

Viens je t’emmène

Ormai lo so, non ce la farò mai a recensire come il dio della cinefilia comanda tutti i film di un festival. Intendo: tutti quelli che riesco a vedere. Sarà ora che provi percorsi alternativi. Tento il commento veloce in poche, ma non pochissime, righe (non è la prima volta), anche se non mi è congeniale.  Si parte con le prime tre proiezioni – addì 10 febbraio – di questa Berlinale 2022 che segna il ritorno in presenza dopo l’edizione dell’anno scorso.
S’è cominciata con Peter Von Kant di François Ozon, il più prolifico degli autori da festival, anche se l’uomo dei record resta l’infaticabile sud coreanop Hong Sang-soo (era alla scorsa Berlinale, era allo scorso Cannes, è di nuovo qui stavolta). Si diceva e scriveva del nuovo Ozon: è la versione gay maschile del fassbinderiano Le lacrime amare di Petra Von Kant, melodramma d’amore e dissoluzione omosessual-femminile. Invece è molto di più di una semplice rivisitazione-ribaltamento di genere. È Fassbinder raccontato e rappresentato attraverso Fassbinder. Il regista Peter Von Kant – un omaccione rude e fragile che ovviamente richiama nella silhouette esteriore e interiore il grandissimo Rainer Werner – perde la testa e se stesso per un ragazzo di nome Amir assai polposo e riccetto, e senza troppi scrupoli. Vieni a letto con me fa capire PVK, farò di te una star del cinema. Il per niente sventurato risponde, ci sta, si infla tra le lenzuola. Segue esattamente quel che ci aspetta. Che il ragazzo Amir si accompagni a tutti e tutte portando (“ma caro”, dice l’amica Sidonie, “con chi non è andato a letto il tuo Amir?””) il regista-orco a struggersi e autidistruggersi. Puro melodramma sirk-fassbinderiano su Fassbinder. Magnifico, nonostante qualche malfunzionamento qua e là. Si fatica a accettare il massiccio Denis Menochet, fin qui visto in ruoli di rozzo proletario anche manesco (vedi L’affido), quale reincarnazione di un simil RWF e anche certi slittamenti nel grottesco e in manierismi da Madame Royale stridono. Ma l’idea di stravolgere un film di Rainer Werner per farne un ritratto di Rainer Werner, per quanfo fictionale, resta grandiosa, con tutto quel mirroring tra cinema e vita e mise-en abyme. Con Isabelle Adjani smaltata come una porcellana di Capodimonte e una Hanna Schygulla citazione vivente delcinema del gran tedesco. In concorso e la domanda è: ce la farà finalmente Ozon a vincere un festival? (voto 8 e mezzo)

Delusione invece da Alain Guiraudie, celebre per quell’Uomo del lago pieno di maschi nudi e frontalmente ripresi – espugnò un Cannes alla metà degli anni Dieci – dove il battuage veterogay diventava un minaccioso noir hitchcockiano. Guiraudie a questa Berlinale porta, però nella sezione Panorama, il molto atteso Viens je t’emmène. Che si vorrebbe ritratto della Francia profonda d’oggidì, referto delle sue crisi di nervi, delle sue paure dell’altro, e però stranamente, anche audacemente, girato e svoltato nei modi di una screwball comedy neo-neorealista. Mah. Siamo a Clermont-Ferrand, già sfondo del più bel film di Eric Rohmer, La mia notte con Maud, qui luogo di una storia, anzi di più storie intrecciate che non fanno mai una storia coerente. Protagonista un uomo qualunque, del tutto ordinario, un perfetto personaggio alla Guiraudie, di cui incomprensibilmente si incapricciano anzi perdono la testa sia uomini che donne, e già questo. Lui la testa la perde, ampiamente ricambiato, per una matura prostituta (strepitosa Noémie Lvovsky). E mentre lui la pensa e la vuole ritrovare un ragazzetto arabo di nome Selim, senza casa e senza letto, gli chiede ospitalità. Sarà l’inizio tra i due di una strana storia mentre jihadisti locali colpiscono e ammazzano. Intorno personaggi laterali, ognuno dei quali dovrebbe rappresentare un frammento della Francia disorientata o al contrario con troppe certezze (sbagliate) di oggi. Operazione ambiziosissima e non riuscita, nonostante qualche momento acutamente rivelatore. Resta il tocco di Guiraudie, il suo senso del normale mai banale, la sua abilità nel rappresentare il sesso deglamourizzato della gente comune, corpi al di sotto di ogni modello di bellezza, non instagrammabili eppure in grado di scatenarsi in passioni e piaceri. (voto 5)

Terzo appuntamento di ieri: Rimini dell’austriaco Ulrich Seidl, ritrattista senza pietà e senza empatia (scusate la parolaccia, seconda per inusabilità solo a resilienza) di mostri contemporanei. Dopo un paio di documentari da entomologo più che da antropologo delle nostre empietà (In the basement e Safari), ritorna al cinema di narrazione e centra il bersaglio. Ex star della canzone pop di lingua tedesca, il panciuto e alcolista Richie Bravo – un morphing tra il tardo Bobby Solo e i sosia di Las Vegas di Elvis – è un uomo alla deriva. Sistemato il padre già nazista ora in demenza senile al ricovero, appena sepolta l’amata madre, va a rifugiarsi nella villa cafonissima che si era fatto al tempo del successo a Rimini, dove se no?, mito solare di nord e centroeuropa, meta negli anni Sessanta e oltre di tedesche e austriache in cerca di corpi maschili (il turismo sessuale al femminile era cosa nostra; difatti Seidl, che in Paradiso: Amore ci aveva raccontato di matrone in Kenya in cerca di stalloni locali, va stavolta alle origini medterraneo-adriatiche del fenomeno). Il senso del sordido e del laido, che è la cifra di Seidl insieme alla sua constatività asentimentale, trionfa. Spettacolacci del nostro Richie a uso di molto attempate fans che cantano in coro le sue hit, fans cui poi si prostituisce in cambio di qualche decina di euro. Non bastasse il degrado, si fa viva una ragazzetta cattiva che si rivela essere la figlia da lui avuta da un antico amore. Vuole soldi, essere risarcita dei tanti anni di latitanza di papà. Con lei il fidanzato forse siriano e una corte di altri arabi, forse jihadisti forse no. Rimini invernale, nebbiosa e innevata, è ripresa benissimo da Seidl, trasformata nel negativo del suo stereotipo di capitale estiva della stravacanza. Buonissimo risultato dove Seidl va oltre i propri manierismi e ossessioni (camera fissa frontale, simmetrie rigorose, scenografie-diorama) per cercare di raccontarci una storia, un personaggio. Peccato solo per una drammaturgia qua e là latitante e per la ripetitività di certi passaggi: le esibizioni di Richie, le scopate con le signore mature e indomite (e lui a blandirle: “sei bellissima!”). Che consentono comunque al regista di scatenarsi nel museo degli orrori che gli è tanto caro. In concorso. (voto 7 e mezzo)
Nota. Questi tre primi film della Berlinale hanno come eloquente filo conduttore la presenza di arabi, neo-immigrati o di seconda generazione. Che sono di volta in volta presenze temute o oggetto del desiderio di uomini e donne. O entrambe le cose. Se non è segno dei tempi questo.

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