Venezia 2022. TÁR, un film di Todd Field con una Cate Blanchett dominante

TÁR, un film di Todd Field. Con Cate Blanchett, Noémie Merlant, Nina Hoss, Mark Strong, Sophie Kauer. Concorso. Voto tra il 6 e il 7
Gigantesco vehicle per Cate Blanchett, cui sarà complicato non dare la Coppa Volpi per la migliore performance femminile (a Venezia non siamo ancora al premio unisex, non-binario, oltre il genere, come ormai da un paio d’anni alla Berlinale). Che poi la già vincitrice di un Oscar per Blue Jasmine e The Aviator potrebbe anche da qui prendere l’abbrivio per una storica terza statuetta. Le premesse ci sono tutte. Due ore e 37 minuti di melodramma con signora e per signore di quelle che la Hollywood classica confezionava su misura per Bette Davis o Joan Crawford e stavolta al servizio di Mrs. Blanchett, dolori e tormenti con progressivo scivolamento verso l’abisso di una donna al culmine del successo professionale, mondano, sociale e pure familiar-privato-affettivo. Che sembra in certi momenti di rivedere la grande parabola di Mildred secondo Joan Crawford e anche secondo Kate Winslet nel remake seriale di Todd Haynes, con echi delle fassbinderiane Lacrime di Petra Von Kant (anche qui un rovinoso amore della protagonista per una ragazza troppo giovane e forse anche troppo scaltra). L’astuto e assai capace regista-sceneggiatore Todd Field aggiorna quel modello narrativo alla nostra contemporaneità delle libere opzioni sessuali non più represse e compresse anzi esaltate come la nuova frontiera dei diritti dell’individuo e dell’Io, per cui la nostra eroina Lydia Tár è gay, ama le donne e da molte è ricambiata. Gli uomini là dentro non ci sono e se ci sono contano poco o niente, sono anziani mentori, assistenti da prepensionare, rivali mediocri. Blanchett domina, strabilia e deborda, sempre in scena per le due ore e mezzo e più del film, in una performance titanica, anche se quando dirige (dimenticavo il dato fondamentale: la signora Tár è un direttore d’orchestra di primissima fascia, una che ha espugnato il territorio, prima di lei inaccessibile al genere femminile, dei Furtwangler, Bernstein, von Karajan, Abbado: la lista continuatela pure voi, grazie) si cala un po’ troppo nel cliché del musicista concentrato-tormentato e dittatorialmente imperioso. Che peraltro è la sola concessione di quest’opera intelligente e benissimo strutturata e soprattutto scritta all’insopportabile retorica della musica classica e lirica, alta e colta come segno di nobiltà, distinzione, ascesi individuale, mistica collettiva. Anzi, il territorio della musica è visto come un teatro di guerra in cui occorre mostrare sul campo le doti di un von Clausewitz e fuori dal campo quelli di un agente della Cia o dell’antico Kgb. La direzione di TÁR è quella, classica del mélo, che porta dall’alto verso il basso, è la direzione di una caduta, di una perdita non solo di status ma di un intero ordine esistenziale. Il political-correttismo individuerà in questo  anomalo film (anomalo per le consuetudini produttive di oggi) un racconto esemplarissimo sulla fragilità strutturale del successo femminile in un mondo che continua a essere patriarcale. Meno correttamente si potrà dire invece che TÁR è, perfino al di là delle intenzioni del suo autore e della sua attrice (e coautrice a tutti gli effetti), una parabola sull’hybris dei potenti maschi o femmine o non-binari che siano, un monito a chi del proprio successo fa un’arma contundente, un ricordati che sei polvere e polvere inesorabilmente tornerai.
Lydia Tár è di quella generazione di ieri di donne emancipate e totalmente in controllo della propria vita che però faticano a comprendere le nuove “istanze” woke, metooiste, gender e genderfluid delle generazioni novissime. Come dimostra l’esplicita e quasi “teorica” sequenza in cui la direttora d’orchestra confligge con un suo allievo che confessa di non amare Bach in quanto «colpevole di sessismo» (reazione ironico-indignata di lei salutata da scrosciantee applauso in sala Darsena). Nella prima parte del resto il film ha la sua fase migliore lasciando sperare in un grandissimo risultato che poi non arriverà. Dialoghi smaglianti che oltretutto denotano una notevole conoscenza musicologica da parte del regista-sceneggiatore, ma anche audacie formali, con piani sequenza e walking-and-talking impeccabilmente eseguiti. Il tutto affondato nello chic della ricca borghesia intellettuale e cosmopolita, interni di algida perfezione design senza la minima ombra di cattivo gusto (siamo per quasi l’intero arco narrativo a Berlino, visto che la signora è direttore stabile di una famosa orchestra che molto somiglia ai Berliner e lì ha messo su famiglia con la compagna violinista e la loro figlia adottiva di origine siriana). Poi TÁR si sfilaccia e anche stilisticamente si fa più medio, restando però un esperimento assai interessante di melodramma rinfrescato e adeguato ai tempi nostri. Accanto all’imperiosa Cate Blanchett rivediamo la grande signora del cinema tedesco Nina Hoss nella parte della sua compagna e Noémie Merlant (la pittrice di Ritratto di fanciulla in fiamme di Céline Sciamma) quale assistente tuttofare innamorata della musica e probabilmente anche della sua boss. Interessanti sviluppi su sospetti casi di molestie sessuali sul lavoro e favoritismi in cambio di prestazioni sessuali, accuse di solito rivolte al maschio alfa di turno e qui a una donna alfa (si potrà dire?). Musica dell’islandese Hildur Guðnadót, Oscar per Joker.

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