L’étoile filante (The Falling Star) di Fiona Gordon, Dominique Abel. Con Fiona Gordon, Dominique Abel, Kaori Ito, Philippe Martz, Bruno Romy. Sezione Piazza Grande. Voto 5
Certo c’è voluto del coraggio ad aprire il festival in Piazza Grande con questo L’étoile filante (stella cadente, ma forse anche stella cometa, come da insegna di un bar-hotel che è qui luogo centrale del racconto: i francofoni mi sappiano dire), opera di produzione belga non proprio di immediato appeal popolare. Non so come sia andata, mi informano che causa nubifragio la proiezione è slittata in tarda serata del 2 agosto, di più non saprei dire perché non c’ero, avendo visto La stella cadente, o cometa, il pomeriggio in anteprima stampa. Non conoscevo la coppia, anche attoriale, che firma la regia e ha realizzato il film secondo un concept visuale, ma anche linguistico, rigoroso fino all’ossessività, alla monomaniacalità. Inquadrature frontali perlopiù fisse, tableaux vivants che si animano in movimenti burattineschi, da balletto meccanico, dei protagonisti (il duo registico Fiona Gordon-Dominique Abel in testa), recitazione straniata, corporalità e fisicità. Siamo, per la fissità dei quadri, in zona Wes Anderson, anche per una Fiona Gordon che come attrice mi pare guardi alla Tilda Swinton di certi fregolineschi camuffamenti (dico solo Grand Budapest Hotel), ma soprattutto e clamorosamente in zona Aki Kaurismaki, di cui L’étoile filante sembra una non so quanto consapevole derivazione. Il plot è poco più che un pretesto per inanellare un puro esercizio di stile, un finto noir in un finto, fintissimo quartiere equivoco che pare uscito dal realismo poetico Prévert-Duvivier e ricostruito citazionisticamente (molto) a posteriori. O, se preferite, da Le Havre di Kaurismaki. Ecco una bettola dove capita un signore dal braccio meccanico in cerca di vendetta, di colui che molto tempo prima gli ha rovinato la vita. Il bersaglio è Boris, il barista, anche compagno della padrona. Quando incappa in un certo Dom, perfetto sosia di Boris, la coppia del bar coglie l’occasione per trarsi dagli impicci: il vero Boris si nasconde, Dom prenderà il suo posto, sarà lui il bersaglio del vendicatore. Non sto a dirvi il resto, anche perché assai poco interessante e molto confuso (per dire: non è ben chiaro come il diabolico duo della bettola convinca il povero Dom a sostituirsi a Boris: è il cinema d’autore in versione belga, bellezza). La visione vale solo per l’assoluta benché discutibile coerenza sitilista con cui Gordon & Abel conducono l’impresa. Le ambizioni sono alte, le citazione infinite, l’amore per lo slapstick dei silent movies altrettanto smisurato (sono uscito solo pochi minuti fa dalla conf. stampa del rumeno Radu Jude che ha presentato in concorso un’altra meraviglia delle sue: pure lui ha citato l’inesausta freschezza e vitalità del cinema muto). Siamo nel territorio del surrealismo belga, quasi un carattere nazionale (sempre che del Belgio si possa parlare come di una nazione e non di una confederazione di fatto) che sbuca nei modi più diversi e dove e quando meno te lo aspetti. Un cinema, quello targato Gordon & Abel, che va a schierarsi con quello di altri eccentrici connazionali, no, non i Dardenne che si collocano per probità neorealistica agli opposti, se mai il cinema della coppia Benoît Delépine-Gustave Kervern. Buone le intenzioni. Peccato però che gli autori di L’étoile filante creino un universo cinematografico inesorabilmente derivativo e mai originale e personale. Almeno per ora. Comunque, film da rivedere.