Lousy Carter di Bob Byington. Con David Krumholtz, Martin Starr, Olivia Thirlby, Jocelyn DeBoer, Stephen Root. Concorso internazionale. Voto 6 e mezzo
È una tradizione di Locarno mettere in concorso anche un indie americano. Che puntualmente appare un alieno per come i suoi codici di riferimento stridono con quelli degli altri titoli, di solito accolto con indifferenza se non ostilità dalla stampa. Qualche volta capita che l’indie intruso si prenda un premio, ma anche in quel caso l’indice di gradimento presso critici e pubblico resta inesorabilmente basso. Ricordo che Alex Ross Perry, notevole esponente del cinema americano non-hollywoodiano versante commedia acida e amara, che proprio a Locarno (ma a Cineasti del presente) trovò rifugio con uno dei suoi primi film, The Color Wheel, e che ci sarebbe tornato in concorso con il bellissimo Listen up Philip, ha sempre suscitato più perplessità che consensi. In un festival come quello locarnese affezionato alla polique des auteurs di imprinting europeo, e più gli auteurs sono ostici e più suscitano rispetto, e dove l’approccio dei critici presenti resta pur sempre quello Cahiers-Positif di una volta, l’indipendente made in Usa resta uno straniero per la sua intrinseca, genetica leggerezza, per il suo mettersi sempre al servizio dello spettatore. Anche se poi lo spettatore, soprattutto europeo, non ricambia per estraneità culturale. Letteralmente un altro cinema, per come è attento al “ricevente” e si attiene alla narrazione (anche se in forma magari indebolita), per l’attenzione più alla scrittura che all’invenzione di forme e immagini, per la cura della recitazione. Oltre che per quei vezzi e manierismi detti “da Sundance”, uso di mdp a mano, a spalla, fotografia sporca, imperfetta, a mimare le increspature della quotidianità, e però su un impianto di base d’acciaio, su sceneggiature solide anche dove sembrerebbero assenti.
Lousy Carter (Lousy, ovvero schifoso, è, sfortunatamente per lui, il vero nome del protagonista) è stato l’indie americano, l’alieno nell’appena concluso Locarno edizione 76. Benevolmente accolto ma senza entusiasmi al press screening, lasciato fuori dal palmarès. Pensare che un precedente film dello stesso regista, Bob Byington, Somebody up there likes me, si portò via a Locarno un premio importante, ma era molto tempo fa (il 2012). Non poche le affinità tra il film di allora e il nuovo Lousy Carter: anche qui un uomo sui 40 della categoria “mai cresciuti”, quelli che negli Usa chiamano baby adults, sempre ombelicali e autoriferiti, sempre allergici alle responsabilità, sempre alle prese con amori o mezzi amori sconclusionati e mandati al macero per eccesso di narcisismo. Lousy Carter con la sua aria da orsacchiotto pucci-puccioso e però pronto a graffiare quando serve, attraversa il film come smarrito, sbandato, sarà che i medici gli hanno appena detto che ha davanti soli sei mesi di vita per un non precisato “male incurabile”. Non pare prenderla malissimo, Lousy Carter, forse a rendergli sopportabile l’insopportabile è ancora una volta la strategia collaudata della rimozione dello sgradevole o una sorta di rassegnazione zen. C’è una ex moglie, c’è la moglie del suo migliore amico (e collega) con cui fa l’amore ogni tanto, c’è il suo lavoro all’università. Dove tiene un corso a numero chiuso – solo otto gli ammessi – su quel libro fondativo dellìamericanità che è Il grande Gatsby. Ha realizzato in passato un breve film d’animazione di un certo sucesso, adesso vorrebbe farne un altro tratto da uno dei primi e sottovalutatissimi Nabokov, Laughter in the Dark, Una risata nel buio, sconveniente storia di un critico più che quarantenne che si innamora di una diciassettenne. Ne parla con una sua allieva, vorrebbe coinvolgerla nel progetto, innescando un gioco di specchi tra letteratura e (la sua) vita): Carter è attratto da lei, il film è un pretesto per stabilire una qualche relazione, ma è una partita ad alto rischio, che potrebbe costargli la carriera. Lousy sembra girare a vuoto, mentre sullo sfondo ci sono quei pochi mesi di vita annunciati che man mano si riducono.
La conclusione non sto a dirla, ma è francamente irricevibile, l’ennesima riproposizone di un dispositivo narrativo, di un trucco, che abbiamo visto troppe volte al cinema per poterci credere ancora. Peccato, perché rovina un film fino a quel momento assai ben scritto, dove le battute acute, fulminanti, cinico-disilluse, spesso iresistibile, si susseguono a ritmo incalzante. Siamo a Austin, Texas (città molto chic culturalmente, oggi una piccola capitale di musica e cinema indie), ma naturalmente si pensa subito alla Manhattan di Woody Allen. La matrice è quella, humor e disincantata visione yiddish-newyorkese, anche se ampiamente irrorata da decenni di stand-up comedian cattivi e oltraggiosi e spietatissimi nello scoperchiare ipocrisie, inettitudine, doppiezze dell’America. Ci vedi, in controluce, anche Noah Baumbach (quello prima di Barbie) e il piccolo maestro Alex Ross Perry, della cui factory Byington ha fatto parte (era tra gli attori di The Color Wheel). Al di là del finale imperdonabile tra i limiti di Lousy Carter c’è anche che Byington, pur confermandosi commediante di primo livello, non riesce ad andare come cineasta molto oltre la diligente messa in scena. Con una macchina da presa pigra che non inventa niente e si mette al servizio dei dialoghi, delle situazioni, inesorabilmente ancillare. Difficile che un qualche distributore lo acquisti per l’Italia, che mercato può mai avere oggi un film così nelle nostre sale?, tutt’al più potrebbe spuntare su Mubi. Nel caso, una visione se la merita. Un importante sito Usa a proposito di Lousy Carter ha scritto: “Those aren’t the kind of movies American festivals are looking for so much anymore, which could explain why his latest, Lousy Carter, wound up premiering abroad, at the Locarno Film Festival”. Traduco: Un genere di film che i festival americani non cercano più, il che può spiegare come Lousy Carter sia finito, per la sua prima, all’estero, al Locarno Film Festival”.
Ora, cosa mai si intende con queste parole abbastanza criptiche? Che un film come Lousy Carter è fuori moda? e perché? forse perché, dico io cercando di interpretare, in America nessun festival può permettersi in piena egemonia woke di prendere un film in cui un professore quarantenne prova ad allacciare una relazione con un’allieva, citando oltretutto un autore oggi pressoché maledetto come Nabokov? Noto come il tema May-December (così vengono detti là gli amori tra una persona matura e un’altra parecchio più giovane), incrociato con quello ancora più delicato del rapporto insegnante-studente, sia quest’anno assai presente nei film da festival. Lousy Carter ricorda molto da vicino infatti il protagonista di Le erbe secche di Nuri Bilge Cylan visto a Cannes 2023, anche lì con un professore attratto da un’allieva giovanissima. E, sempre presentato a Cannes, May December di Todd Haynes racconta di un’insegnante di scuola media che non solo si è innamorata di un suo studente tredicenne, ma ne è pure rimasta incinta (sarà scandalo, si sposeranno, avranno altri due figli).
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