Cannes 2021. Recensione: DRIVE MY CAR, un film di Ryusuke Hamaguchi. La Palma mancata (solo premio per la migliore sceneggiatura)

Drive My Car, un film di Ryusuke Hamaguchi. Tratto da una short story di Haruki Murakami. Con Hidetoshi Nishijima, Toko Miura, Masaki Okada, Reika Kirishima. Giappone. Voto tra il 7 e l’8.
Vincitore del premio per la migliore sceneggiatura. Uscirà in Italia a fine settembre distribuito da Tucker (che giovedì 26 agosto manderà in sala anche il di poco precedente film di Ryusuke Hamaguchi, Il gioco del destino e della fantasiaWheel of Fortune and Fantasy, vinciore del gran premio della giuria alla Berlinale 2021).
Il film che secondo i vari poll tra i critici (alcuni critici) accreditati a Cannes avrebbe meritato la Palma d’oro, sappiamo invece com’è finita, il premio maximo di Cannes 2021 essendo andato abbastanza incredibilmente allo ‘scandaloso’ Titane. Che il giapponese Ryusuke Hamaguchi, il regista di Drive My Car, non ce l’avesse fatta l’abbiamo capito quando in corso di cerimonia di chiusura è stato chiamato quasi subito sul palco per il premio alla sceneggiatura, il che escludeva ulteriori riconoscimenti. E davanti a me – si stava seguendo la serata su grande schermo alla Salle Debussy, non live al Grand Theâtre Lumière – una fila di ragazzi connazionali di Hamaguchi, sentendosi non senza ragione defraudati, a gridare indignatissimi e incazzati Palme! Palme! Palme! (altro che il proverbiale self control nipponico). Non che Drive My Car fosse il mio preferito – comunque  stasul podio della mia classifica-, ma anch’io come molt a Cannes dovendo scegliere tra la finta, superprogrammata provocazione cyberpunk post-human di Julia Ducournau e Hamaguchi avrei scelto il secondo, nonostante le tre ore esatte del suo film (che non si sentono; questo per dire che, non appena uscirà in Italia distribuito dall’udinese Tucker – succederà a fine settembre -, dovete correre a vederlo senza lasciarvi spaventare dalla durata extra).
Però, che anno questo per il regista giapponese, assestatosi ormai tra i nomi meglio spendibili del suo paese sul mercato internazionale arthouse insieme con Kore-eda Hirozaku, Kyioshi Kurosawa, Sion Siono: l’anno della sua consacrazione a autore di massima fascia, a firma pregiata da grande festival grazie a un doppio exploit. Dalla Berlinale 2021 – che, ricordo, si è svolta in versione online a febbraio e in presenza a giugno – è uscito difatti con il Gran Premio della Giuria al suo (bellissimo) Wheel of Fortune ad Fantasy, adesso a Cannes palma sfiorata e premio per il migliore script per questo suo ancora più bello Drive My Car. Infaticabile: nonostante l’anno e mezzo pandemico Hamaguchi si è parecchio dato da fare e i risultati eccoli, clamorosi.
Drive My Car porta a compimento un processo autoriale che s’era cominciato a intravedere a Locarno 2015 dove Hamaguchi aveva presentato, senza convincere del tutto (sembrò il suoun cinema corretto e diligente ma non granché incisivo e personale) Happy Hour, storie parallele e intersecantesi (Moro ce l’ha insegnato, le parallele possono convergere) di quattro amiche variamente felici e infelici. Con la sparizione di una di loro, come nell’Avventura di Antonioni, a sconvolgere gli equilibri. Cinque ore e più di un cinema insieme vicino e distaccato dai suoi personaggi, partecipativo e osservativo in pari misura: fu premio collettivo per la migliore interpretazione femminile, e intanto il brand Hamaguchi aveva avuto il suo lancio internazionale. Lo si sarebbe ritrovato nel 2018 nientedimeno che a Cannes, in concorso!, con il quasi hitchockiano Asako I & II, che molte sarebbe piaciuto ai francesi dei Cahiers, LesInrocks, Libé, a me però non tanto (autocitazione dalla mia recensione di allora: “mi colloco nella categoria dei non entusiasti, degli educatamente perplessi”). L’ulteriore tappa dell’ascesa di Hamaguchi è Venezia 2020, dove riappare, ma solo come sceneggiatore dell’assai bello e sottovalutato Moglie di una spia di Kiyoshi Kurosawa. Poi l’esplosione tra Berlino e Cannes di questo 2021.
Anche se non sono mai stato un entusiasta del suo cinema, devo dire che Drive My Car segna un salto qualitativo evidente. Pur mantenendosi fedele al suo minuzioso cronachismo, allo scavo rispettoso e pudico dei personaggi, soprattutto femminili ma non solo, pur restando in un cinema di adesione al reale, ai corpi, alle anime (e sempre però mantenendo quella giusta distanza che sembra, a noi osservatori d’Occidente, un dato antropologico del Giappone), Hamaguchi accentua drasticamente l’aspetto formale, il grado di stilizzazione, certo già presente nel suo lavoro ma qui in Drive My Car dominante. Ne esce un film di vibrazioni continue, che sembra respirare e registrare come un cardiogramma ogni pulsazione, eppure senza cadute sentimentali, in un’economia delle emozioni che rimanda ai maestri del cinema giapponese classico (i nomi fateli voi). E nel quale si continua anche a scorgere la lezione di quello che, per ammissione dello stesso Hamaguchi, resta un suo cineasta di riferimento, Eric Rohmer (è incredibile come un’infinità di autori giovani e quasi giovani di ogni parte del mondo, ma soprattutto asiatici, si rifacciano a lui; potrebbe esistere Hong Sangsoo senza Rohmer?).
Non saprei dire se a questo salto evolutivo di Hamaguchi abbia contribuito Haruki Murakami, l’eterno e sempre frustrato candidato al Nobel della letteratura (il nuovo Philip Roth?), da un racconto del quale Drive My Car è tratto. E però tendo a pensare che Murakami qua lo si avverta più in certe posture arty abbastanza fastidiose, in certe compiaciute derive pseudo-altoautoriali, in certi troppo evidenti tardo- quanto ovvii pirandellisimi con rispecchiamenti esibitissimi tra arte e vita. Mi riferisco alla moglie del protagonista che mentre sono in macchina o fanno l’amore gli racconta le sue nuove storie (è soggettista e sceneggiatrice di serie televisive) assai dense di desideri e fantasmi erotici, in un tradimento verbale e cerebrale che poi, chiaro, finirà col produrre un tradimento vero, assai carnale. Così come si abusa del teatro (il protagonista Yusuke Kafuku è attore e regista) e di una messinscena del cechoviano Zio Vania per tracciare non solo parallelismi realtà-finzione ma anche come dispositivo rivelatore delle psicologie e delle dinamiche narrative. Un sovraccarico di intellettualismi che potrebbe risultare indigesto (Murakami è peraltro autore assai frequentato dal cinema: cito, sempre tratto da un suo racconto, Burning del coreano Lee Chan-dong presentato a Cannes 2018) e che miracolosamente Hamaguchi riesce a far evaporare concentrandosi, come sa fare benissimo, sulla verità dei caratteri (e le loro menzogne). Sono tre ore di cinema intimo, focalizzato sui tormenti e le perplessità, scevro da ogni spettacolarizzazione eppure mai pesante a vedersi, sempre di esemplare trasparenza e nitore.
Del complesso rapporto tra il regista Kafuku (impegnato a inizio film in una messincena multilingue – il multilinguismo è la sua cifra – di Aspettando Godot) e la moglie Oto si è detto. Fino all’evento che imprime una svolta, la morte per improvviso malore di lei. Kafuku sa che Oto lo tradiva, e che lo tradiva con un giovane, ambizioso attore, star della serialità televisiva. Quando al neovedovo propongono una residenza a Hiroshima per allestire un nuovo Zio Vania lui ingaggerà proprio quel suo giovane (ex) rivale, Takatsuki, per il ruolo centrale, scelta stravagante vista la differenza di età tra personaggio e attore (digressione: il casting e le prove del dramma di Cechov sono tra le cose più bello del film, con quegli attori che si parlano ciascuno nella loro lingua, coreano, mandarino, giapponese, cui si aggiunge il linguaggio dei gesti di un’attrice sordomuta). A entrare con forza nel racconto sarà poi la giovane autista assegnata a Kafuku dalla produzione: gli impediscono per contratto di guidare sicché lui è costretto a cedere il volante della sua Saab rossa alla driver (da qui il titolo). Rievocando la sua vita con Oto, Kafuku dovrà rifare certi conti e bilanci, e con lui man mano a rivelare storie passate complicate saranno anche l’attor giovane Takatsuki e l’autista Masaki. Che maestria, da parte di Hamaguchi, nell’usare il rosso dell’auto come elemento cromatico di contrasto in un film perlopiù mantenuto nella gamma dei grigi, dei bianchi, dei non colori algidi e/o plumbei, a conferma di come stavolta il regista abbia elevato il tasso di formalizzazione del suo fare cinema, senza peraltro ingabbiarlo e irrigidirlo. Si resta alla fine, se non travolti, di sicuro ammirati di fronte a Drive My Car, con la percezione di aver incrociato un autore impossibile da ignorare.

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